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Lima Arte Magazine Revista Cultural de temas relacionados al Arte y sus manifestaciones, ya sea clásico, antiguo , moderno, actual o aún por crearse.

Incluidos también fine art, Cinematografía, entretenimiento, Animación Convencional y también digital.

04/09/2026

Petrus Christus, Madonna dell'albero secco, 1460 circa.

04/09/2026

Carlo Dolci, Mosè, 1650 circa, olio su tela, 40 x 30 cm, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze. In occasione della ricorrenza di Mosè come santo, celebrata il 4 settembre, riscopriamo un piccolo, intimo capolavoro della pittura devozionale del Seicento fiorentino: il Mosè, raffinato olio su tela eseguito intorno alla metà del XVII secolo al maestro barocco Carlo Dolci. L'opera, dalle dimensioni raccolte, apparteneva originariamente alle collezioni della Granduchessa Vittoria della Rovere presso la Villa del Poggio Imperiale ed è oggi custodita nelle sale della Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. Carlo Dolci affronta la figura della guida spirituale d'Israele spogliandola della tradizionale magniloquenza monumentale, preferendo un'inquadratura stretta e intensamente psicologica. Mosè è raffigurato come un uomo in età avanzata, caratterizzato da una folta barba brizzolata e dalla calvizie pronunciata. Il pittore applica qui la sua celebre e fortunata formula visiva dei "Santi in estasi": gli occhi liquidi sono intensamente rivolti al cielo, lo sguardo è colmo di un'ispirata reverenza e la bocca appare appena semichiusa, colta nell'istante del dialogo silenzioso con il divino. A sancire la reale identità del soggetto, elevandolo a interprete e portavoce della volontà di Dio, sono due sottili e nitidi raggi di luce che si sprigionano direttamente dalla sua fronte, sofisticata rielaborazione barocca delle tradizionali protuberanze di luce di ascendenza biblica e michelangiolesca. Le note storico-critiche svelano un dettaglio tecnico affascinante: per realizzare questo volto così carico di spirito sacerdotale, Dolci fece uso di un modello fisso di bottega. Con i medesimi e precisi tratti fisionomici, infatti, la fisionomia di questo anziano personaggio ritorna altre due volte all'interno delle stesse collezioni di Palazzo Pitti: lo ritroviamo nelle vesti del filosofo cinico nel Diogene e, significativamente, nelle sembianze del profeta San Zaccaria nel celebre dipinto Il sonno di San Giovannino. Collocabile stilisticamente intorno al 1650, la tela mostra l'assoluta maestria del Dolci nella gestione di un chiaroscuro morbido, soffuso e avvolgente. La luce misteriosa emerge dal fondo cupo e modella l'ampio manto scuro, caratterizzato da una piega larga e quasi cartacea, esaltando la purezza spirituale del volto e dimostrando il talento del pittore nel coniugare il rigore del disegno fiorentino a una sensibilità luministica quasi mistica.

04/09/2026

Filippino Lippi, affreschi della ca****la di Filippo Strozzi, particolare dalla scena della resurrezione di Santa Drusiana, 1487 - 1502, transetto destro, basilica di Santa Maria Novella, Firenze

04/09/2026
04/09/2026

Pietro Novelli, Santa Rosalia di Palermo in gloria, 1637-1647, olio su tela, 222 x 178 cm, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid. La scena si svolge sul Golfo di Palermo, dove la santa, celebrata il 4 settembre, è posta in piedi su una nuvola, con le mani incrociate sul petto, il manto ondeggiante al vento e il capo coronato di rose. Rosalia, con gli occhi lucidi, alza lo sguardo in estasi verso il cielo, da dove emana in risposta una tenue luce dorata. Attorno a lei, tra le nuvole, si stagliano un gruppo di cherubini, mentre in basso un altro gruppo di creature alate regge i consueti simboli associati alla santa: uno stelo di gigli, simbolo della purezza verginale in virtù del suo voto di totale consacrazione a Dio; le rose, attributo principale e imprescindibile di santa Rosalia, con il suo stesso nome che secondo la tradizione, unisce i fiori mistici della rosa e del giglio; il cilicio, simbolo di severissima penitenza corporale, mortificazione della carne ed espiazione dei peccati; il teschio, grande simbolo di vanitas e della meditazione sulla transitorietà della vita terrena; infine la palma, qui da intendersi non come gloria del martirio ma celebrante la gloriosa "vittoria terrena" della Santa che, intercedendo presso Dio, sconfisse il potere della peste salvando il suo popolo. Giunta in pendant con un dipinto Santa Teresa in Gloria, la tela venne considerata anonima nei primi cataloghi dell'Accademia, per poi essere attribuita a Tormo da Alonso Rodríguez. Fu Pérez Sánchez a catalogarla definitivamente come opera di Novelli. A suo parere, "è un'opera tipica del maestro monrealese, che mostra la fusione di elementi tratti da Ribera e Van Dyck, caratteristici della sua complessa formazione”. La dedica tipicamente siciliana del dipinto e l'inequivocabile origine del tipo della santa, derivata dal prototipo di Van Dyck conservato a Palermo, confermano l'attribuzione, ulteriormente corroborata dagli accenti di alcune figure angeliche desunti dallo Spagnoletto. Potrebbe trattarsi di un'opera del periodo tardo dell'artista, successiva alla Comunione di Santa Maria Egiziaca del Museo di Palermo, datata 1637, dove alcune influenze di Domenichino sono più pronunciate che qui, dove, tuttavia, si può riscontrare una certa languida espressività nella Vergine e nei Santi del Museo di Palermo, soprattutto nelle piccole teste degli angeli, che sono letteralmente identiche.

04/09/2026

Ciro Ferri [attribuito], Santa Rosa di Viterbo, 1650-1689 circa, olio su tela, 60 x 38 cm, Galleria Nazionale dell’Umbria, Il 4 settembre la comunità di Viterbo celebra solennemente santa Rosa di Viterbo, in memoria della storica traslazione del suo corpo incorrotto occorsa nel 1258. Questo piccolo capolavoro di devozione barocca, conservato a Perugia nel Palazzo dei Priori, è concordemente attribuito dagli studi moderni alla mano del maestro romano Ciro Ferri. L'opera è entrata a far parte del patrimonio della Galleria Nazionale dell'Umbria nel 2004 grazie a un prestigioso legato testamentario. Il dipinto cattura il riguardante attraverso un'inquadratura ravvicinata a mezzo busto che stringe l'attenzione sull'intimità emotiva della giovane vergine francescana. Rosa è effigiata con indosso i severi paramenti della penitenza: la tonaca scura da terziaria, il soggolo bianco candido che le incornicia il volto e il velo nero che le scende sulle spalle, un abito che ne sottolinea la scelta di radicale povertà e isolamento mistico. Il fulcro espressivo è concentrato sul volto della Santa: lo sguardo, liquido e pervaso da una malinconica e dolce estasi, si volge verso l'alto e a sinistra, accogliendo la luce spirituale cha ne illumina il viso. Nelle sue mani, raccolte in primo piano in basso a sinistra, Rosa stringe dolcemente alcuni boccioli di rosa. Questo attributo, legato al celeberrimo miracolo in cui i pani nascosti nel suo grembo per essere donati ai poveri si tramutarono improvvisamente in fiori per proteggerla dall'ira paterna, funge da inequivocabile sigla identificativa del soggetto. Dal punto di vista formale, l'opera riflette appieno la cultura figurativa romana della seconda metà del Seicento. Ciro Ferri, allievo prediletto e principale erede artistico di Pietro da Cortona, dimostra qui la sua straordinaria capacità di ammorbidire le magniloquenti e monumentali accensioni cortonesche in un linguaggio più intimo e aggraziato. La stesura pittorica è morbida e sfumata, l'incarnato del volto rivela una delicatezza d'impasto che dialoga magnificamente con i tessuti del velo che lo incorniciano. La composizione risente dell'aggiornamento sui modelli classicisti di Carlo Maratta e sui guizzi luministici emiliani, offrendo un perfetto esempio di quel "Barocco temperato" capace di coniugare la severità della regola monastica con la sensualità trattenuta e la grazia sentimentale del Seicento italiano.

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