Terra Antica

Terra Antica Associazione Culturale

07/02/2023

ettore aulisio

07/02/2023

Finalmente si riinizia ad organizzare

21/10/2022
07/03/2022

🅰️🅰️🅰️ foto 📷 cercasi!
Buongiorno la Scuola dell'infanzia e nido integrato S. Antonio Campalto, lo scorso 13 giugno ha raggiunto un prestigioso traguardo: 8️⃣0️⃣ anni di attività e 2️⃣0️⃣ di nido 🥳. È stato deciso di festeggiare questo importante compleanno 🎂, per un anno intero, con una serie di 🎉 eventi, tra i quali una mostra fotografica presso il Centro Culturale Pascoli, per raccontare la singolare storia della scuola 🏫. Siamo quindi alla ricerca 🧐 di materiale fotografico 🎞️ dal 1941 ad oggi! Qualche componente del gruppo ha frequentato la scuola 👨‍👩‍👧‍👦 👵🏻👴🏻? Oppure ha iscritto i propri figli 👶 oppure i propri nipoti 🍼? Qualcuno grazie alla scuola ha imparato un mestiere 🪡? Avete voglia di collaborare cercando in soffitta, in armadio 🗄️ o in qualche cassetto delle fotografie? Chi volesse partecipare può inviare il materiale a me Serena Bisson direttamente su Messenger (faccio parte del Comitato di gestione della scuola) oppure via email 📧 ad [email protected], indicando nome e cognome, l'anno in cui è stata scattata la foto (anche approssimativamente), i nomi di suore o maestre (se vengono ricordati) e la dicitura "autorizzo la pubblicazione". Avete tempo fino al 15 marzo. Ringraziamo fin da ora chi ci aiuterà 🤗

11 NOVEMBRE, SAN MARTINO DI TOURSMartino nacque nel 317 in Pannonia (Ungheria) da un tribuno militare e fu educato a Pav...
11/11/2021

11 NOVEMBRE, SAN MARTINO DI TOURS
Martino nacque nel 317 in Pannonia (Ungheria) da un tribuno militare e fu educato a Pavia. Costretto ad arruolarsi nell’esercito imperiale, ebbe modo di incontrare la fede cristiana e vi aderì. Dal suo biografo Sulpizio Severo veniamo a sapere che il giovane soldato, ancora catecumeno, incontrò un povero, tremante di freddo, alle porte di Amiens e, non avendo altro da offrirgli, gli diede metà del suo mantello militare. La notte successiva Cristo, apparendogli in sogno, gli fece udire queste parole: “Martino, ancora catecumeno, mi ha coperto con questo mantello”.
Nel 337 fu battezzato e, ispirato dalla figura di Ilario di Poitiers, decise di dedicarsi alla vita monastica; ma intervenne l’esilio inflitto dagli ariani a Ilario, che indusse Martino a ritornare in Pannonia,. Al rimpatrio di Ilario a Poitiers anche Martino tornò e potè realizzare il suo desiderio, fondando insieme a Ilario il monastero di Ligugé, il più antico d’Europa.
Eletto vescovo di Tours nel 371, iniziò la sua grande opera pastorale dedicandosi alla conversione dei Galli, impegnandosi nella pacificazione tra ariani e ortodossi e nell’evangelizzazione missionaria delle campagne, dove creò le prime parrocchie rurali. Restò comunque sempre fedele alla sua vocazione monastica, continuando a vivere come monaco nel nuovo monastero da lui stesso fondato presso Tours, il cenobio di Marmoutiers, dove condusse con alcuni monaci-preti da lui formati, una vita di comunione fraterna, di condivisione dei beni, di preghiera comune e di predicazione.
La tradizione legata al mondo delle campagne ha fatto di Martino uno dei santi più popolari e amati, inventando una miracolosa ‘estate di san Martino’. Morì l’8 novembre 397 a Candes vicino a Tours. (da “La chiesa di Milano”)
“Oggi 11 novembre, si festeggia San Martino, uno dei santi più celebri fin dal Medioevo perché a lui sono connessi tanti detti, proverbi, riti, usanze e tradizioni gastronomiche in molti luoghi dell’Europa.
Il vescovo, un tempo soldato indefesso, ha dedicato la sua vita alla fede, aiutando il prossimo con tutti i mezzi in suo possesso. Tuttavia, la sua fama sembra dipendere non tanto dal tempo che ha trascorso su questa terra, quanto dal giorno in cui l’ha lasciata definitivamente.
“L’11 novembre, infatti, coincideva con la fine delle celebrazioni del Capodanno dei Celti, il “Samuin”, che si svolgevano proprio nei primi dieci giorni del mese: il retaggio di questa festa pagana era ancora presente nell’ Alto Medioevo, e la Chiesa sovrappose il culto cristiano del santo più amato dell’epoca alle tradizioni celtiche. La festa di San Martino è diventata una delle più importanti feste dell’anno, una sorta di capodanno contadino nel corso del quale si mangiava e beveva in abbondanza. Bisogna tenere presente che, anticamente, il periodo di penitenza e digiuno che precede il Natale cominciava il 12 novembre e prendeva il nome di “Quaresima di san Martino””
“In Italia, fino al secolo scorso, l’11 novembre cominciavano le attività dei tribunali, delle scuole e dei parlamenti; si tenevano le elezioni e in alcune zone scadevano i contratti agricoli e di affitto. Ancora oggi, in molti luoghi, si dice “far San Martino” all’atto di traslocare o sgomberare, perché era proprio in questo periodo che si cambiava tradizionalmente casa: praticamente, tutti i cambiamenti si facevano per San Martino. Era tradizione, in questa data, anche l’uccisione del maiale, e lo è ancora oggi in alcuni luoghi della Spagna: un proverbio illuminante rammenta “A todos nos llega el San Martìn”, e cioè “A tutti ci arriva il San Martino”, nel senso che prima o poi tutti dobbiamo morire.”
“A dare grande impulso al momento di festa, l’11 novembre, era anche la conclusione delle attività agricole legate all’inizio dell’autunno, e proprio questa consuetudine ha determinato la nascita di una tradizione curiosa: pare, infatti, che Martino sia il patrono dei cornuti. Esistono diverse ipotesi alla base di questa paradossale diceria: secondo alcuni, la fine delle attività agricole avrebbe dato spazio alla cura del bestiame – ovini e bovini, dotati di corna – e proprio a loro sarebbe dedicata questa giornata; secondo altri, il vino novello tipico del periodo renderebbe gli uomini più inclini alle scappatelle. Esiste, poi, una teoria mistica, fondata sulla simbologia: 11/ 11, infatti, richiamerebbe l’immagine delle dita di una mano, indice e mignolo. Spiegare le implicazioni, in questo caso, è superfluo”.
“Una buona parte della tradizione europea considera la festa di San Martino come momento positivo, di buon auspicio: anticamente, i contratti fra i contadini per la cessione o l’acquisto delle terre venivano firmati proprio a San Martino, per la durata di un anno, e l’11 novembre era una data perfetta: non c’era troppo freddo come in inverno e si aveva tempo di provvedere a tutto il raccolto. Non a caso, infatti, si parla di “Estate di San Martino“, di un periodo, cioè, piuttosto mite, che tradizionalmente accompagna l’apertura delle botti per il primo assaggio del vino nuovo, perché, si sa, “A San Martino, ogni mosto è vino”.
“Un’altra tradizione legata a questa festa è la preparazione dell’oca: si racconta, infatti, che Martino non volesse rinunciare alla vita monacale per diventare vescovo di Tours, e che si avesse deciso di nascondersi nelle campagne, ma venne scoperto per le strida di un gruppo di oche”.
“Intorno alla figura del Santo, dunque, non mancano leggende, curiosità e, soprattutto, proverbi: “Ce sta lu sante Martino”, dicono ad esempio in Abruzzo quando in una casa non mancano le provviste; in Romagna, invece, affermano che “Par Sa’ Marten u s’imbariega grend e znèn”, cioè “per San Martino s’ubriaca il grande e il piccino”, oppure : “Per San Martino si spilla il botticino”; e ancora, “Per San Martino cadon le foglie e si spilla il vino”; in Veneto, per avere fortuna, “Chi no magna l’oca a San Martin nol fa el beco de un quatrin!”. Sulla scia dell’ironica figura di Martino in qualità di ironico protettore dei cornuti, in Romagna si usa dire “Per San Marten volta e zira, tot i bech i va a la fira”, ossia, “per san Martino volta e gira, tutti i becchi vanno alla fiera”, mentre i romani affermano che : “Chi cià moje, ti’ pe’ casa San Martino”!
(Da” InfoCilento”)

La diffusione del culto di San Martino in gran parte dell'Europa, soprattutto in Francia e in Italia,, fu favorita dai soldati Franchi, nella solo Italia anche dai Longobardi.

02/07/2021

E' morto Mario De Rossi, ideatore del "Laboratorio Ferracina", raccolta ragionata di documenti della cultura materiale della terraferma veneziana.
Lo stimavo molto e con lui, anche se di idee politiche diverse, parlavo sempre volentieri, anche di politica.
Un giorno lo incontrai dal fotografo e con lui e il fotografo parlammo delle attività della scuola in rapporto col territorio. Mi disse che la sua Azienda ogni anno era visitata da decine di scolaresche: guardavano l'allevamento del bestiame, la mungitura e l'impianto per la conservazione del latte, però non guardavano tutti gli attrezzi usati fino a pochi anni fa che lui aveva esposti in uno spazio chiuso. "Qui ci vorrebbe un Museo" esclamò ad un certo punto, poi proseguì: "i ragazzi guardano le strutture dell'Azienda così come sono, non si interessano però ai cambiamenti, alle trasformazioni che abbiamo potuto fare".
L'anno successivo tornai a fare il Direttore Didattico a Favaro, con le maestre di due classi e con Mario organizzammo delle "Attività integrative", le classi rimanevano a scuola due pomeriggi ognuna alla settimana, intervenne un altra insegnante di supporto.
A fine anno scolastico organizzammo nella stalla vecchia della sua Azienda una mostra illustrante il lavoro fatto. Alla sera, quando ritornavo a casa dopo aver collaborato all'allestimento della mostra, incontravo delle persone, chi con una pentola, chi con una vecchia zappa o una falce, portavano i vecchi oggetti per la Mostra.
Il giorno dell'inaugurazione della Mostra vennero alcuni deputati, il Presidente della Coldiretti, un paio di Assessori, tutti DC; uno di loro indicandomi con un dito domandò a Mario: "Come la pensa quello?". Mario con tutta calma rispose: "E' comunista", poi, vedendo l'espressione meravigliate dei suoi, aggiunse: "è amico mio e lavoriamo bene insieme"".
Per anni abbiamo lavorato insieme, anche dopo che ero andato in pensione per tanti è stato vicepresidente dell'Associazione "Terra Antica"
Per Gabriele Scaramuzza, Pino Sartori, Claudio Piovesan, Luigina Gottardo, Luciano Volpato, Giuliana Blasigh, Gianna Ceolin,

23/06/2021

1 - Favaro, 31 Agosto 1919: l’ennesima crisi Comunale.

I rintocchi della campana della chiesa di Sant’Andrea ruppero il silenzio che da qualche minuto era calato nella Sala del Consiglio Comunale di Favaro Veneto.
Il Sindaco tolse l’orologio dal taschino per controllare l’ora, si rivolse poi al Segretario Comunale e ai Consiglieri presenti e disse: «Neanche oggi si sono fatte vedere quelle … brave persone. Non si può andare avanti così, comunicheremo al Prefetto che non siamo in grado di approvare il Bilancio di Previsione, io propongo di presentare le nostre dimissioni prima che sia lui a mandarci a casa. Poi aspetteremo, un’altra volta ancora a Favaro sarà nominato un Commissario, un estraneo che viene a risolvere i nostri problemi. Bella figura che fa il nostro paese, che facciamo noi tutti! Di nuovo in pochi anni dimostriamo di non essere capaci di amministrarci».
Anche i pochi Consiglieri presenti erano irati nei confronti dei loro colleghi assenti e dopo una vivace discussione si dissero d’accordo col Sindaco: bisognava dimettersi subito.
Il Sindaco allora si rivolse al Segretario Comunale che gli sedeva accanto e disse: «Segretario, per favore, nel verbale scriva: “Il Signor Sindaco fa constatare ai colleghi che neppure nella presente adunanza si può provvedere alla discussione ed alla approvazione del Bilancio di Previsione per l’anno 1919 perché manca il numero legale stabilito dall’articolo 310 del Testo Unico della Legge Comunale Provinciale 4 febbraio 1919, eccetera eccetera, per cui deve nuovamente dichiarare la diserzione della seduta» .
Ancora un’altra pausa, tutti i presenti erano in silenzio mentre il Sindaco pensava all’ultima frase da dettare al Segretario: «I Convenuti dopo breve ed animata discussione aderendo pienamente alle proposte del signor Sindaco a voti unanimi decidono di rassegnare in via irrevocabile le loro dimissioni non potendo, di fronte al sistematico ed ingiustificato assenteismo della maggioranza dei colleghi che riveste il carattere di intesa premeditata per impedire il regolare andamento della cosa pubblica, e assumersi la responsabilità del mancato adempimento di un atto così importante quale è appunto l’approvazione del Bilancio di Previsione per l’anno in corso».

Salutato dal Segretario, il Sindaco dimissionario, si diresse verso l’uscita, ma arrivato sulla porta si fermò un attimo girandosi per un’ultima occhiata alla Sala e allo stemma del Municipio di Favaro che aveva fatto dipingere lui perché il Comune, non solo non aveva un Santo protettore, fiere o feste particolari, ma sino ad un paio d’anni prima neppure uno stemma proprio.
Con un certo senso di rimpianto l'oramai ex sindaco uscì dal Municipio, attraversò Piazza Umberto e si diresse verso la stalla dove aveva lasciato in custodia il suo calessino col quale ritornò a casa, nella sua grande Azienda agraria di Tessera, proprio all’incrocio tra via Spigariola che proveniva da Favaro e le via Emilia-Altinate e la via del Passetto che portava fino all’argine della laguna..

2 – Settembre 1919: arriva il Commissario Prefettizio.
Nei primissimi giorni del caldo mese di settembre del 1916, il signor Enrico Bellotti, funzionario della Prefettura di Venezia, si recò alle Fondamenta Nuove e salì su una 'caorlina' che l’avrebbe condotto sulla terraferma, a Campalto. Sulla stessa barca si imbarcarono diverse donne, alcune in stato interessante, che diverse ore prima erano venute a Venezia per vendere il latte casa per casa; accanto a loro nella barca erano stati caricati diversi bidoni del latte, “i vasi”, oramai vuoti. Le donne erano palesemente stanche, alcune rimasero taciturne per tutto il viaggio mentre altre conversavano e scherzavano con i rematori. Bellotti ascoltava con attenzione, voleva sentire che cosa dicevano quei pochi abitanti del Comune che avrebbe dovuto amministrare per alcuni mesi, pochi mesi, così pensava. Il giorno prima insieme al Prefetto aveva esaminato i problemi di quel Comune e si era convinto che in poco tempo avrebbe potuto ripristinare la regolare Amministrazione e indire nuove elezioni.

Il traghetto approdò al Ghebo Morosini, le donne scesero coi loro bidoni e si avviarono verso le loro case, chi a piedi, chi col proprio mulo; il gruppo di uomini che sostava sul molo, vedendo che nessuno di coloro che erano scesi dalla caorlina richiedeva il loro aiuto, si diressero verso la vicina osteria. Il signor Bellotti invece si diresse verso il calesse che il Segretario Comunale aveva messo a sua disposizione. Prima di salire sulla vettura diede un’occhiata intorno, poco distante dall’approdo sorgevano delle baracche militari di legno, qua e là erano stati accatastati oggetti militari: brandine rotte, una cucina da campo, grosse marmitte d’alluminio; poco più distante dal ghebo si trovavano in stato di abbandono la pista dell’aeroporto e gli hangar dei dirigibili.
Col calesse guidato dal cursore del Comune in pochi minuti giunse nella piazza antistante il modesto edificio del Municipio, lì trovò ad attenderlo il Segretario Comunale col quale si ritirò nell’ufficio a lui destinato per esaminare insieme la situazione.
Col calesse guidato dal cursore del Comune in pochi minuti giunse nella piazza antistante il modesto edificio del Municipio, lì trovò ad attenderlo il Segretario Comunale col quale si ritirò nell’ufficio a lui destinato per esaminare insieme la situazione.

14/04/2021
FAVARO VENETO, 1° APRILE 1921: CENTOUNO ANNI FA IL PRIMO SCIOPERO DEI LAVORATORI DELLA TERRA.Gli operai agricoli e i con...
31/03/2021

FAVARO VENETO, 1° APRILE 1921: CENTOUNO ANNI FA IL PRIMO SCIOPERO DEI LAVORATORI DELLA TERRA.
Gli operai agricoli e i contadini obbligati proclamano per il 1° Aprile del 1920 uno sciopero ad oltranza, è la prima volta che ciò accade nella storia dell’ex Comune della terraferma veneziana.
Nel 1920 la situazione economica, lavorativa, abitativa e igienica di gran parte della popolazione è disastrosa: le agitazioni si susseguono ad agitazioni, quasi ogni giorno persone che protestano, anche violentemente, si presentano in Municipio dove il Commissario Prefettizio non sa più che cosa rispondere alla folla che reclama lavoro e condizioni di vita migliori.
Vinta la guerra, sono ritornati i giovani dal fronte, molti con la tbc, spesso non hanno più ritrovato il loro lavoro, le trasformazioni avvenute in agricoltura alla fine del secolo precedente hanno fatto sì che le aziende agricole siano diventate più grandi, ma l’introduzione di nuove tecniche di lavoro e le prime forme di meccanizzazione dello stesso, ha ridotto il numero degli addetti ai lavori rurali.
Il territorio del Distretto e le industrie della vicina Venezia non offrono nuove possibilità di lavoro, il Commissario Prefettizio inutilmente almeno in due volte richiede la solidarietà dei grandi proprietari terrieri per assumere manodopera da destinare al miglioramento delle culture agricole.
Gli operai e i braccianti agricoli, i bovai e gli obbligati sono malpagati, con orario gravoso e senza il riconoscimento dei loro diritti.
Condizioni peggiori è riservata alla manodopera femminile e ai minori.
Il 1° Aprile del 1920 si arriva allo scontro fra la proprietà rurale e i lavoratori agricoli i quali hanno preso coscienza dei loro diritti; già nelle elezioni politiche del 1919, a suffragio universale (riservate ai maschi), il malcontento si è manifestato con la grande affermazione dei partiti considerati "estremisti": il Partito Socialista, soprattutto a Campalto, e il Partito Popolare particolarmente a Dese dove, l’abbattimento dei boschi, ha permesso la colonizzazione di vaste aree di terreno con l’intervento della grande proprietà fondiaria (Treves, Volpi, ecc.).
Il Commissario Prefettizio Bellotti così descrive la situazione in una sua relazione: “… le masse degli agricoltori agitate anch’esse dal desiderio di miglioramenti, si accordarono per una manifestazione. Il primo dello scorso mese di aprile contadini obbligati dei Centri di Tessera e di Campalto produssero un memoriale nel quale erano accennati i loro desideri e, in attesa delle decisioni dei padroni, si misero in sciopero. Ai medesimi si unirono i bovai e i salariati delle altre frazioni. Tutti chiedevano migliorìe economiche e morali e la regolarizzazione delle ore di lavoro”.
Temendo che la situazione peggiori ancor di più, il Commissario Prefettizio invita le parti in Municipio e promuove un confronto fra una Commissione di rappresentanti degli operai con l’assistenza del Segretario dell’unione sindacale inter-distrettuale, e una Commissione di rappresentanti dei proprietari dei fondi.
Lo sciopero vene sospeso mentre si svolgono le trattative delle due Commissioni; vi sono “parecchie riunioni, in cui il dibattito fu alquanto vivace”, ma alla fine, entro il mese di aprile, sulla scorta di quanto già avvenuto nel Comune di Mirano viene steso il testo di un Patto Agrario e si nomina una Commissione arbitrale che entra subito in funzione. Tutti i proprietari fondiari e tutti i loro salariati e obbligati sottoscrivono il nuovo Patto che ha validità annuale.
Per i proprietari firmano Gottardo Erminio, Battistella Annibale, Bellinato Antonio, Baroffio Giuseppe; per i lavoratori agricoli Brancalion Sante, Nisato Luigi, Mazzolin Lorenzo, Cellotto Vincenzo, Foffano Sante, Voltan Taddeo, per i bovai Trabuio Vincenzo, Oriato Pietro, Centenaro Davide. Sottoscrive il documento anche il rappresentante sindacale Prosdomici Emilio..
- Per i lavoratori agricoli si tratta certamente di un successo; scorrendo i verbali dell’accordo risulta che viene fissato l’orario di lavoro in otto ore giornaliere che può però variare da mese a mese; l stessa retribuzione per gli uomini e le donne, metà tariffa ai minori di 18 anni, retribuzione diversificata per il lavoro notturno e nei giorni di festa.
- Norme particolari regolano il lavoro dei bovai e dei salariati con l’indicazione delle mansioni e del carico di lavoro.
- Altre norme specifiche fissano i diritti e i doveri degli obbligati con delle diversificazioni fra uomini e donne che debbono aver compiuto 15 anni. Alle donne debbono essere assegnati lavori campestri a loro adatti “con speciale riguardo all’eventuale stato di maternità".
- Infine vengono introdotte norme che regolano le assenze per malattia: fino quaranta giorni di malattia constatata dal medico, in un anno, non verrà fatta nessuna trattenuta sui compensi contrattuali.”
Il 9 giugno 1920 è firmata una integrazione del patto che riguarda tutti i lavoratori della tenuta di Lio Marin (circa sessanta) che prestano la loro opera in situazioni ambientali particolarmente disagiate (zone ancora paludose): tutti ottengono un maggior aumento del salario e la corresponsione di una maggiore quantità di generi alimentari.

Nella primavera del 1925, sotto il Governo fascista, è proclamato un altro uno sciopero dei lavoratori della terra, riguarda la frazione di Campalto: in Archivio Municipale però non esiste nessuna documentazione circa questa manifestazione

L'ANNO DI DANTE E IL COMPLEANNO DI VENEZIA: RICORDIAMOLI INSIEME:A Venezia è senz'altro da visitare un monumento storico...
25/03/2021

L'ANNO DI DANTE E IL COMPLEANNO DI VENEZIA: RICORDIAMOLI INSIEME:
A Venezia è senz'altro da visitare un monumento storico molto importante come "L’Arzanà dei veneziani" (l’Arsenale) citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia ( XXI canto dell’Inferno), perché è un esperienza affascinante: in questo monumento storico, come in pochi altri, è possibile osservare, toccandola con mano, la stratificazione della Storia di Venezia dal Medioevo ai giorni nostri.
Dante, nella sua visita a Venezia fu molto colpito soprattutto dall'Arsenale, il cantiere dove i Veneziani crearono la loro grande flotta, già al tempo del Poeta in piena attività.
Nel XXI canto dell'Inferno, evoca un’immagine dell’Arsenale per illustrare la pena riservata ai barattieri, cioè l'immersione nella pece bollente.
Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:
tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.

09/03/2021

La Lega di Cambrai

UNA GITA TURISTICA A DISTANZA, AL TEMPO DEL COVID 19 E VARIANTI: LO SCRIGNO D’ORO DI VENEZIAEccoci qua a Venezia, in Cam...
15/02/2021

UNA GITA TURISTICA A DISTANZA, AL TEMPO DEL COVID 19 E VARIANTI: LO SCRIGNO D’ORO DI VENEZIA
Eccoci qua a Venezia, in Campo Santa Maria Nova, per fare la prima gita turistica in tempo di COVID 19; la guida – che sarei io – è all’esordio in questa attività,- chissà quante castronerie dirà….
Pur rimanendo ad una certa distanza ci raduniamo in Campo Santa Maria Nova (f 1) dove mi presento a miei incoscienti quattro (a)mici, dati due o tre colpetti di tosse per rischiararmi la voce e per attrarre l’attenzione, inizio a parlare con una certa titubanz: «E’ mia convinzione che chi riparte da Venezia, dove è stato per la prima volta, nella mente ha impresse soprattutto le ogivali e merlettate finestre della Ca’d’Oro (f.2) e gli archi del loggiato del Palazzo Ducale f.3), due capolavori del tardo gotico in Laguna. Almeno a me capitò così quando venni ad abitare qua, nel lontano 1957; allora, non avendo altro da fare, disegnavo e disegnavo archi e archetti ogivali e, pur non essendo bravo come Vermiglio Petetta, qualcosa di discreto riuscivo a combinare; poi anni dopo provai a stampare i disegni con la piccola tipografia Freinet che avevo a scuola: un bello schifo le incisioni e le stampe. Scusatemi, non siamo qui per questo, ma in qualche modo dovevo rompere il ghiaccio.
Certamente più bravo di me fu nell’Ottocento il poeta, pittore, critico d’arte e qualcosa d’altro, Jonh. Ruskin, un inglese che venne a Venezia prima nel 1848 con mamma e papà, poi circa dieci anni dopo da solo; anche lui era un patito delle finestre tardogotiche e di quelle romanico-bizantine, però preferiva le prime. Nei soggiorni Veneziani, nella pensione la Calcina alle Zattere, si dilettava a disegnare e a fare degli acquarelli con finestre e scorci pittoreschi della città, eccRuskin, tornato in Patria, scrisse un libro, “Le pietre di Venezia” e divenne un paladino del neo-gotico, stile che in Inghilterra durò fin quasi ai nostri giorni. In questa occasione, cioè oggi, in questa visita, voglio però accennare ad uno stile architettonico che si affermò a Venezia più tardi che altrove, cioè nella seconda metà del Quattrocento, pochi decenni dopo l’edificazione della Ca’ d’Oro e del Loggiato Foscari al Palazzo Ducale dai ricami gotici:
In questa visita mi prefiggo (ci riuscirò?) di mostrare alcune immagini delle opere di due architetti lombardi costruite nella seconda metà del Quattrocento nello stile detto “classico” o “rinascimentale” stile che si rifaceva per molti aspetti all’architettura Romana antica, quella del periodo appunto detto Classico».
Faccio una pausa e osservo i miei turisti per vedere se seguono oppure no, poi riprendo a dire: (f.7)
«Come vi ho detto i due architetti erano lombardi, entrambi della Val Brembana, erano fra loro quasi coetanei, io penso che dovevano essere andati a scuola dalla stessa maestra, una donna un po’ all’antica: ai suoi alunni faceva riempire pagine e pagine di cornicette, prima le aste, poi dei quadratini e rettangolini, poi dei cerchietti. Una volta adolescenti i due ebbero un altro maestro con insegnamento a distanza. Anche lui agli allievi faceva fare le aste, i cerchietti ed altre figure geometriche, però le faceva fare a mano libera su dei fogli piuttosto grandi non quadrettati, se erano bravi potevano adoperare pietre di vari colori per fare varie figure geometriche. Il maestro dei due lombardi, era di Firenze e per la precisione si chiamava Leon Battista Alberti; in confidenza, detto fra noi, era un po’ fissato con l’arte romana antica, aveva letto i trattati di Vitruvio e diceva così ai suoi alunni: “Osservate l’armonia delle forme nell’architettura dell’antica Roma, guardate quanta importanza ha l’arco sia se sormonta il vano di una finestra, sia invece se è la parte superiore dell’arco di trionfo: (quello di Traiano in Ancona per me è il migliore). Studiate testoni, studiate e guardate, ma non copiate! Fate delle opere d’arte mettendo in armonia le linee curve e quelle rette, costruite le facciate delle chiese come se fossero degli archi di trionfo…. Ma mi raccomando, non copiate. Gli edifici che servono a noi e alle nostre esigenze non possono essere uguali a quelli di Augusto o di Adriano, la vostra arte non deve essere detta neo-romana, ogni epoca ha la sua”.
I due architetti Lombardi diedero retta al maestro e con una certa aria di superiorità, venuti a Venezia, snobbarono un po’ il tardo gotico che allora imperava in quella città e si misero costruire edifici detti successivamente “Rinascimentali” o “Classici”».
Altra breve pausa, tanto per riprendere fiato per poi cercare di parlare in modo un po’ più spedito
«Quasi quasi mi dimenticavo di dirvi i nomi dei due architetti, uno si chiamava Mauro Coducci, costruì il primo edificio rinascimentale a Venezia nell’isola di San Michele, quella dove ora c’è il cimitero (foto 8 ), l’altro era detto Pietro Lombardo, in verità più scultore che architetto, padre comunque di famiglia di artisti. Molto spesso non si sa se attribuire un’opera architettonica al Coducci o al Lombardo, ciò non capita solo a me, che sono un po’ ignorante, ma anche agli studiosi, ai critici d’arte. I due architetti lombardi spesso hanno collaborato fra loro, deve essere successo anche quando è stata edificata questa piccola chiesa che stiamo per visitare. Alcuni testi dicono che è opera di Pietro, altri che è di Mauro, altri ancora che è di tutti e due.
A noi però cosa importa di chi è?
Erano bravi tutti e due e ciò è quello che conta».
«Ma perché questa chiesa si chiama Santa Maria dei Miracoli?» mi chiede tra un self e l’altro una bionda signora del gruppetto dei turisti.
«All’origine della costruzione di questa chiesa c’è una piccola storia,- rispondo io - non so se vera oppure no, io ve la racconto come me l’hanno raccontata. All’inizio del Quattrocento sorgeva qui la casa del ricco mercante lucchese Amadi, nel 1408 fece dipingere ed affiggere vicino alla propria casa l’immagine della “Vergine col Bambino”, certamente il mercante non pensava che la Madonna dipinta sarebbe diventata la protagonista in una vicenda di violenza alle donne e poi di devozione popolare. , Verso il 1470 una donna, aggredita e pugnalata dall’iroso cognato a Rialto, fuggì via e, oramai sfinita, giunse davanti a Palazzo Amadi, qui si fermò ai piedi della sacra immagine per riprendere le forze. Vedendo la poverina sopravvenire l’aggressore che, urlando ed imprecando, minacciosamente impugnava ancora il pugnale insanguinato, invocò la Madonna. Improvvisamente l’uomo si fermò, gettò via il pugnale e ritornò borbottando a Rialto: la donna così miracolosamente si salvò . La notizia si diffuse in tutta la città: dappertutto si diceva che la Madonna aveva salvato la povera disgraziata. Da quel giorno una processione di persone si recò sul posto invocando qualche miracolo, ma la storia non racconta di altri miracoli. Il signor Amadi di fronte a tanto accorrere di popolo devoto, nel 1481 pensò di utilizzare parte delle sue ricchezze per costruire una piccola chiesa in cui custodire l’immagine miracolosa».
Dicendo ciò attraversiamo il ponte e ci troviamo sul retro della Chiesa: per prima cosa faccio osservare che nessun edificio è stato costruito addossato alle pareti della chiesa, il perimetro è completamente libero, un caso unico per le chiese di Venezia. Da un lato c’è un canale a cui la parete esterna della chiesa fa da sponda (f.10), dagli altri tre lati vi sono delle calli e dei campielli.
«L’edificio della Chiesa – riprendo a spiegare – fu costruito in nuda pietra d’Istria che poi fu ricoperta all’interno e all’esterno da lastre di prezioso marmo di vari colori come avveniva al tempo di Vitruvio. L’architetto ha seguito un disegno molto raffinato ed armonioso con delle figure geometriche: riquadri, fasce, dischi ottagoni e croci. Insomma, qui ebbe modo di dimostrare con quanta attenzione aveva seguito le lezioni di maestro Alberti.
Ora facciamo un piccolo esercizio, io vi faccio una serie di domande e voi mi risponderete dopo aver osservata la Chiesa: quali forma hanno i riquadri del loggiato chiuso della parte inferiore dell’edificio? Da cosa sono separati tra loro? C’è qualcosa che vi fa pensare alle aste e ai trattini e alle figure geometriche insegnati dalla ipotetica maestra Brembana? I riquadri del loggiato chiuso del secondo ordine sono uguali a quelli del primo? Da quale figura geometrica sono sormontati? Il piccolo campanile quasi appoggiato alla cupola che forma geometrica ha?».
Solita mia sosta nel parlare (faccio finta di pensare invece riprendo fiato), poi a voce alta aggiungo con indifferenza una mia osservazione: «Mi pare proprio che i costruttori di questa chiesa abbiano fatto i compiti assegnati loro dal maestro Alberti, con razionalità e fantasia, senza nulla copiare: le superfici dell’edificio sono ricoperte da lastre di marmo di vario colore, come facevano gli antichi Romani, e come avete osservato sono poste seguendo un disegno geometrico molto raffinato ed armonioso, varie sono le figure geometriche: riquadri, fasce, dischi ottagoni e croci…, ».
Faccio poi osservare ai miei poveri turisti lo zoccolo dell’edificio a un livello un po’ più alto della pavimentazione del campo e delle calli, formando in tal modo un piedistallo, poi aggiungo: «Osservate i capitelli dei pilastri, hanno la forma delle foglie di acanto (foto 10) . .
(FINE 1^ PARTE)

Indirizzo

Via Monte Boè 3
Venice
30173

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Terra Antica pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Il Museo

Invia un messaggio a Terra Antica:

Video

Condividi


Commenti

Segnalo ai cultori della storia locale una scheda storica sul tratto della via Annia, o Emilia Altinate, o Popilia , che transita nel nostro territorio di terraferma, cioè sulla strada romana che collegava Bologna , Padova, con Altino e Aquileia, preparata da Lionello Pellizzer (https://www.terraantica.org/?p=3359)
Venezia tra '800 e '900
IMMAGINI DI VENEZIA: com'era alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, "stremata" alla fine della Repubblica dove la Classe Dirigente (i nobili) pensavano solo ai loro affari, ai loro divertimenti, alle pervezioni, e dopo la dominazione Asburgica che pensava solo a tassarla.
Venezia
Vendemmia
Venezia,Fondaco dei Turchi: questo edificio era la base commerciale dei mercanti Turchi, alla fine dell'800 era fatiscente e abitato da senzatetto. Dopo il restauro divenne uno dei palazzi più pittoreschi e belli che si affacciano su il Canal Grande. Qui ha sede il Museo di Storia Naturale dove attende i visitatori Dino, lo scheletro di un dinosauro donato dallo studioso Ligabue alla sua città.
Chi vuole leggere la seconda parte della conversazione “Dalla Repubblica Serenissima all’Unità d’Italia, i cambiamenti ambientali (e culturali) nella gronda e nell’entroterra lagunare” lo può fare nel sito di Terra antica a questo link=>
L'Associazione TERRA ANTICA e il CENTRO STUDI STORICI di Mestre presentano il libro di Lionello Pellizzer
"I Certosini, i Morosini e il Patriarcato di Venezia tra il XV e il XIX secolo nel territorio di gronda"
VENERDI' 1 marzo 2019 alle ore 17.30 - sala conferenze del Centro Culturale Candiani di Mestre.
Presentazione del laboratorio di ricerca storica "Giancarlo Ferracina" nell'ultima edizione de "La pagina di Campalto"
[https://issuu.com/lapaginadicampalto/docs/174_ottobre_2018]
Per ricordare oggi Stefano Zabeo grande appassionato della storia di Mestre [http://www.terraantica.org/2012/10/29/la-sortita-e-gli-ideali-del-48/]
Si parla tanto in questi giorni del Decreto sulla migrazione (che si vuole bloccare) e non si ha il coraggio di guardare al nostro passato anche non molto lontano per scoprire cosa succedeva anche nei nostri territori del Veneto, allora affamato davvero, dove che anche qui, probabilmente come adesso, si architettavano loschi affari sulle pelle delle persone non solo adulte, ma anche e purtroppo minori. Poi si scopre che i caporali di allora reclutavano persone per lavorare addirittura nel Texas!
Potete leggere queste "Storie di migranti italiani" nell'ultimo articolo del prof. Ettore Aulisio, frutto di una sua ricerca sull'archivio municipale di Favaro Veneto! [http://www.terraantica.org/2018/09/27/storie-di-migranti-italiani/]
Visita al Laboratorio di ricerca storica Ferracina
Invito per tutte le scuole e gruppi interessati alla ricerca storico-sociale: