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14/04/2021

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FAVARO VENETO, 1° APRILE 1921: CENTOUNO ANNI FA IL PRIMO SCIOPERO DEI LAVORATORI DELLA TERRA.Gli operai agricoli e i con...
31/03/2021

FAVARO VENETO, 1° APRILE 1921: CENTOUNO ANNI FA IL PRIMO SCIOPERO DEI LAVORATORI DELLA TERRA.
Gli operai agricoli e i contadini obbligati proclamano per il 1° Aprile del 1920 uno sciopero ad oltranza, è la prima volta che ciò accade nella storia dell’ex Comune della terraferma veneziana.
Nel 1920 la situazione economica, lavorativa, abitativa e igienica di gran parte della popolazione è disastrosa: le agitazioni si susseguono ad agitazioni, quasi ogni giorno persone che protestano, anche violentemente, si presentano in Municipio dove il Commissario Prefettizio non sa più che cosa rispondere alla folla che reclama lavoro e condizioni di vita migliori.
Vinta la guerra, sono ritornati i giovani dal fronte, molti con la tbc, spesso non hanno più ritrovato il loro lavoro, le trasformazioni avvenute in agricoltura alla fine del secolo precedente hanno fatto sì che le aziende agricole siano diventate più grandi, ma l’introduzione di nuove tecniche di lavoro e le prime forme di meccanizzazione dello stesso, ha ridotto il numero degli addetti ai lavori rurali.
Il territorio del Distretto e le industrie della vicina Venezia non offrono nuove possibilità di lavoro, il Commissario Prefettizio inutilmente almeno in due volte richiede la solidarietà dei grandi proprietari terrieri per assumere manodopera da destinare al miglioramento delle culture agricole.
Gli operai e i braccianti agricoli, i bovai e gli obbligati sono malpagati, con orario gravoso e senza il riconoscimento dei loro diritti.
Condizioni peggiori è riservata alla manodopera femminile e ai minori.
Il 1° Aprile del 1920 si arriva allo scontro fra la proprietà rurale e i lavoratori agricoli i quali hanno preso coscienza dei loro diritti; già nelle elezioni politiche del 1919, a suffragio universale (riservate ai maschi), il malcontento si è manifestato con la grande affermazione dei partiti considerati "estremisti": il Partito Socialista, soprattutto a Campalto, e il Partito Popolare particolarmente a Dese dove, l’abbattimento dei boschi, ha permesso la colonizzazione di vaste aree di terreno con l’intervento della grande proprietà fondiaria (Treves, Volpi, ecc.).
Il Commissario Prefettizio Bellotti così descrive la situazione in una sua relazione: “… le masse degli agricoltori agitate anch’esse dal desiderio di miglioramenti, si accordarono per una manifestazione. Il primo dello scorso mese di aprile contadini obbligati dei Centri di Tessera e di Campalto produssero un memoriale nel quale erano accennati i loro desideri e, in attesa delle decisioni dei padroni, si misero in sciopero. Ai medesimi si unirono i bovai e i salariati delle altre frazioni. Tutti chiedevano migliorìe economiche e morali e la regolarizzazione delle ore di lavoro”.
Temendo che la situazione peggiori ancor di più, il Commissario Prefettizio invita le parti in Municipio e promuove un confronto fra una Commissione di rappresentanti degli operai con l’assistenza del Segretario dell’unione sindacale inter-distrettuale, e una Commissione di rappresentanti dei proprietari dei fondi.
Lo sciopero vene sospeso mentre si svolgono le trattative delle due Commissioni; vi sono “parecchie riunioni, in cui il dibattito fu alquanto vivace”, ma alla fine, entro il mese di aprile, sulla scorta di quanto già avvenuto nel Comune di Mirano viene steso il testo di un Patto Agrario e si nomina una Commissione arbitrale che entra subito in funzione. Tutti i proprietari fondiari e tutti i loro salariati e obbligati sottoscrivono il nuovo Patto che ha validità annuale.
Per i proprietari firmano Gottardo Erminio, Battistella Annibale, Bellinato Antonio, Baroffio Giuseppe; per i lavoratori agricoli Brancalion Sante, Nisato Luigi, Mazzolin Lorenzo, Cellotto Vincenzo, Foffano Sante, Voltan Taddeo, per i bovai Trabuio Vincenzo, Oriato Pietro, Centenaro Davide. Sottoscrive il documento anche il rappresentante sindacale Prosdomici Emilio..
- Per i lavoratori agricoli si tratta certamente di un successo; scorrendo i verbali dell’accordo risulta che viene fissato l’orario di lavoro in otto ore giornaliere che può però variare da mese a mese; l stessa retribuzione per gli uomini e le donne, metà tariffa ai minori di 18 anni, retribuzione diversificata per il lavoro notturno e nei giorni di festa.
- Norme particolari regolano il lavoro dei bovai e dei salariati con l’indicazione delle mansioni e del carico di lavoro.
- Altre norme specifiche fissano i diritti e i doveri degli obbligati con delle diversificazioni fra uomini e donne che debbono aver compiuto 15 anni. Alle donne debbono essere assegnati lavori campestri a loro adatti “con speciale riguardo all’eventuale stato di maternità".
- Infine vengono introdotte norme che regolano le assenze per malattia: fino quaranta giorni di malattia constatata dal medico, in un anno, non verrà fatta nessuna trattenuta sui compensi contrattuali.”
Il 9 giugno 1920 è firmata una integrazione del patto che riguarda tutti i lavoratori della tenuta di Lio Marin (circa sessanta) che prestano la loro opera in situazioni ambientali particolarmente disagiate (zone ancora paludose): tutti ottengono un maggior aumento del salario e la corresponsione di una maggiore quantità di generi alimentari.

Nella primavera del 1925, sotto il Governo fascista, è proclamato un altro uno sciopero dei lavoratori della terra, riguarda la frazione di Campalto: in Archivio Municipale però non esiste nessuna documentazione circa questa manifestazione

L'ANNO DI DANTE E IL COMPLEANNO DI VENEZIA: RICORDIAMOLI INSIEME:A Venezia è senz'altro da visitare un monumento storico...
25/03/2021

L'ANNO DI DANTE E IL COMPLEANNO DI VENEZIA: RICORDIAMOLI INSIEME:
A Venezia è senz'altro da visitare un monumento storico molto importante come "L’Arzanà dei veneziani" (l’Arsenale) citato da Dante Alighieri nella Divina Commedia ( XXI canto dell’Inferno), perché è un esperienza affascinante: in questo monumento storico, come in pochi altri, è possibile osservare, toccandola con mano, la stratificazione della Storia di Venezia dal Medioevo ai giorni nostri.
Dante, nella sua visita a Venezia fu molto colpito soprattutto dall'Arsenale, il cantiere dove i Veneziani crearono la loro grande flotta, già al tempo del Poeta in piena attività.
Nel XXI canto dell'Inferno, evoca un’immagine dell’Arsenale per illustrare la pena riservata ai barattieri, cioè l'immersione nella pece bollente.
Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno - in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
le coste a quel che più vïaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
chi terzeruolo e artimon rintoppa -:
tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
che ’nviscava la ripa d’ogne parte.

09/03/2021

La Lega di Cambrai

UNA GITA TURISTICA A DISTANZA, AL TEMPO DEL COVID 19 E VARIANTI: LO SCRIGNO D’ORO DI VENEZIAEccoci qua a Venezia, in Cam...
15/02/2021

UNA GITA TURISTICA A DISTANZA, AL TEMPO DEL COVID 19 E VARIANTI: LO SCRIGNO D’ORO DI VENEZIA
Eccoci qua a Venezia, in Campo Santa Maria Nova, per fare la prima gita turistica in tempo di COVID 19; la guida – che sarei io – è all’esordio in questa attività,- chissà quante castronerie dirà….
Pur rimanendo ad una certa distanza ci raduniamo in Campo Santa Maria Nova (f 1) dove mi presento a miei incoscienti quattro (a)mici, dati due o tre colpetti di tosse per rischiararmi la voce e per attrarre l’attenzione, inizio a parlare con una certa titubanz: «E’ mia convinzione che chi riparte da Venezia, dove è stato per la prima volta, nella mente ha impresse soprattutto le ogivali e merlettate finestre della Ca’d’Oro (f.2) e gli archi del loggiato del Palazzo Ducale f.3), due capolavori del tardo gotico in Laguna. Almeno a me capitò così quando venni ad abitare qua, nel lontano 1957; allora, non avendo altro da fare, disegnavo e disegnavo archi e archetti ogivali e, pur non essendo bravo come Vermiglio Petetta, qualcosa di discreto riuscivo a combinare; poi anni dopo provai a stampare i disegni con la piccola tipografia Freinet che avevo a scuola: un bello schifo le incisioni e le stampe. Scusatemi, non siamo qui per questo, ma in qualche modo dovevo rompere il ghiaccio.
Certamente più bravo di me fu nell’Ottocento il poeta, pittore, critico d’arte e qualcosa d’altro, Jonh. Ruskin, un inglese che venne a Venezia prima nel 1848 con mamma e papà, poi circa dieci anni dopo da solo; anche lui era un patito delle finestre tardogotiche e di quelle romanico-bizantine, però preferiva le prime. Nei soggiorni Veneziani, nella pensione la Calcina alle Zattere, si dilettava a disegnare e a fare degli acquarelli con finestre e scorci pittoreschi della città, eccRuskin, tornato in Patria, scrisse un libro, “Le pietre di Venezia” e divenne un paladino del neo-gotico, stile che in Inghilterra durò fin quasi ai nostri giorni. In questa occasione, cioè oggi, in questa visita, voglio però accennare ad uno stile architettonico che si affermò a Venezia più tardi che altrove, cioè nella seconda metà del Quattrocento, pochi decenni dopo l’edificazione della Ca’ d’Oro e del Loggiato Foscari al Palazzo Ducale dai ricami gotici:
In questa visita mi prefiggo (ci riuscirò?) di mostrare alcune immagini delle opere di due architetti lombardi costruite nella seconda metà del Quattrocento nello stile detto “classico” o “rinascimentale” stile che si rifaceva per molti aspetti all’architettura Romana antica, quella del periodo appunto detto Classico».
Faccio una pausa e osservo i miei turisti per vedere se seguono oppure no, poi riprendo a dire: (f.7)
«Come vi ho detto i due architetti erano lombardi, entrambi della Val Brembana, erano fra loro quasi coetanei, io penso che dovevano essere andati a scuola dalla stessa maestra, una donna un po’ all’antica: ai suoi alunni faceva riempire pagine e pagine di cornicette, prima le aste, poi dei quadratini e rettangolini, poi dei cerchietti. Una volta adolescenti i due ebbero un altro maestro con insegnamento a distanza. Anche lui agli allievi faceva fare le aste, i cerchietti ed altre figure geometriche, però le faceva fare a mano libera su dei fogli piuttosto grandi non quadrettati, se erano bravi potevano adoperare pietre di vari colori per fare varie figure geometriche. Il maestro dei due lombardi, era di Firenze e per la precisione si chiamava Leon Battista Alberti; in confidenza, detto fra noi, era un po’ fissato con l’arte romana antica, aveva letto i trattati di Vitruvio e diceva così ai suoi alunni: “Osservate l’armonia delle forme nell’architettura dell’antica Roma, guardate quanta importanza ha l’arco sia se sormonta il vano di una finestra, sia invece se è la parte superiore dell’arco di trionfo: (quello di Traiano in Ancona per me è il migliore). Studiate testoni, studiate e guardate, ma non copiate! Fate delle opere d’arte mettendo in armonia le linee curve e quelle rette, costruite le facciate delle chiese come se fossero degli archi di trionfo…. Ma mi raccomando, non copiate. Gli edifici che servono a noi e alle nostre esigenze non possono essere uguali a quelli di Augusto o di Adriano, la vostra arte non deve essere detta neo-romana, ogni epoca ha la sua”.
I due architetti Lombardi diedero retta al maestro e con una certa aria di superiorità, venuti a Venezia, snobbarono un po’ il tardo gotico che allora imperava in quella città e si misero costruire edifici detti successivamente “Rinascimentali” o “Classici”».
Altra breve pausa, tanto per riprendere fiato per poi cercare di parlare in modo un po’ più spedito
«Quasi quasi mi dimenticavo di dirvi i nomi dei due architetti, uno si chiamava Mauro Coducci, costruì il primo edificio rinascimentale a Venezia nell’isola di San Michele, quella dove ora c’è il cimitero (foto 8 ), l’altro era detto Pietro Lombardo, in verità più scultore che architetto, padre comunque di famiglia di artisti. Molto spesso non si sa se attribuire un’opera architettonica al Coducci o al Lombardo, ciò non capita solo a me, che sono un po’ ignorante, ma anche agli studiosi, ai critici d’arte. I due architetti lombardi spesso hanno collaborato fra loro, deve essere successo anche quando è stata edificata questa piccola chiesa che stiamo per visitare. Alcuni testi dicono che è opera di Pietro, altri che è di Mauro, altri ancora che è di tutti e due.
A noi però cosa importa di chi è?
Erano bravi tutti e due e ciò è quello che conta».
«Ma perché questa chiesa si chiama Santa Maria dei Miracoli?» mi chiede tra un self e l’altro una bionda signora del gruppetto dei turisti.
«All’origine della costruzione di questa chiesa c’è una piccola storia,- rispondo io - non so se vera oppure no, io ve la racconto come me l’hanno raccontata. All’inizio del Quattrocento sorgeva qui la casa del ricco mercante lucchese Amadi, nel 1408 fece dipingere ed affiggere vicino alla propria casa l’immagine della “Vergine col Bambino”, certamente il mercante non pensava che la Madonna dipinta sarebbe diventata la protagonista in una vicenda di violenza alle donne e poi di devozione popolare. , Verso il 1470 una donna, aggredita e pugnalata dall’iroso cognato a Rialto, fuggì via e, oramai sfinita, giunse davanti a Palazzo Amadi, qui si fermò ai piedi della sacra immagine per riprendere le forze. Vedendo la poverina sopravvenire l’aggressore che, urlando ed imprecando, minacciosamente impugnava ancora il pugnale insanguinato, invocò la Madonna. Improvvisamente l’uomo si fermò, gettò via il pugnale e ritornò borbottando a Rialto: la donna così miracolosamente si salvò . La notizia si diffuse in tutta la città: dappertutto si diceva che la Madonna aveva salvato la povera disgraziata. Da quel giorno una processione di persone si recò sul posto invocando qualche miracolo, ma la storia non racconta di altri miracoli. Il signor Amadi di fronte a tanto accorrere di popolo devoto, nel 1481 pensò di utilizzare parte delle sue ricchezze per costruire una piccola chiesa in cui custodire l’immagine miracolosa».
Dicendo ciò attraversiamo il ponte e ci troviamo sul retro della Chiesa: per prima cosa faccio osservare che nessun edificio è stato costruito addossato alle pareti della chiesa, il perimetro è completamente libero, un caso unico per le chiese di Venezia. Da un lato c’è un canale a cui la parete esterna della chiesa fa da sponda (f.10), dagli altri tre lati vi sono delle calli e dei campielli.
«L’edificio della Chiesa – riprendo a spiegare – fu costruito in nuda pietra d’Istria che poi fu ricoperta all’interno e all’esterno da lastre di prezioso marmo di vari colori come avveniva al tempo di Vitruvio. L’architetto ha seguito un disegno molto raffinato ed armonioso con delle figure geometriche: riquadri, fasce, dischi ottagoni e croci. Insomma, qui ebbe modo di dimostrare con quanta attenzione aveva seguito le lezioni di maestro Alberti.
Ora facciamo un piccolo esercizio, io vi faccio una serie di domande e voi mi risponderete dopo aver osservata la Chiesa: quali forma hanno i riquadri del loggiato chiuso della parte inferiore dell’edificio? Da cosa sono separati tra loro? C’è qualcosa che vi fa pensare alle aste e ai trattini e alle figure geometriche insegnati dalla ipotetica maestra Brembana? I riquadri del loggiato chiuso del secondo ordine sono uguali a quelli del primo? Da quale figura geometrica sono sormontati? Il piccolo campanile quasi appoggiato alla cupola che forma geometrica ha?».
Solita mia sosta nel parlare (faccio finta di pensare invece riprendo fiato), poi a voce alta aggiungo con indifferenza una mia osservazione: «Mi pare proprio che i costruttori di questa chiesa abbiano fatto i compiti assegnati loro dal maestro Alberti, con razionalità e fantasia, senza nulla copiare: le superfici dell’edificio sono ricoperte da lastre di marmo di vario colore, come facevano gli antichi Romani, e come avete osservato sono poste seguendo un disegno geometrico molto raffinato ed armonioso, varie sono le figure geometriche: riquadri, fasce, dischi ottagoni e croci…, ».
Faccio poi osservare ai miei poveri turisti lo zoccolo dell’edificio a un livello un po’ più alto della pavimentazione del campo e delle calli, formando in tal modo un piedistallo, poi aggiungo: «Osservate i capitelli dei pilastri, hanno la forma delle foglie di acanto (foto 10) . .
(FINE 1^ PARTE)

Donne che hanno mietuto (foto archivio Naja)
28/12/2020

Donne che hanno mietuto (foto archivio Naja)

AD UN AMICO (due)  Altre coincidenzeRiprendiamo la passeggiata, lasciamo alle nostre spalle la zona “dei Tolentini” e ar...
01/12/2020

AD UN AMICO (due) Altre coincidenze
Riprendiamo la passeggiata, lasciamo alle nostre spalle la zona “dei Tolentini” e arriviamo infine a Campo Santa Margherita, uno dei più grandi di Venezia ed anche uno dei più vivaci; una volta era anche uno dei più popolari con tante bancarelle di frutta e verdura e una decina di bancarelle di pesce. Quando io abitavo a Venezia, in una casa poco distante da qui, venivamo qui spesso a far la spesa; allora (parlo di oltre cinquanta anni fa) c’erano anche due cinema che, pur essendo periferici, davano spesso dei buoni film; varie osterie che nell’insegna indicavano la provenienza dei vini che vendevano: “Osteria al Piave”, Osteria Trani”, ecc.; con la loro nutrita presenza testimoniavano il carattere popolare del Campo. Qui c’era anche il cuore politico del Quartiere (Sestiere) con la presenza delle Sezioni rionali dei principali Partiti: Comunista, Democristiano, Socialista (prima, poi PSIUP, Comunista e infine Rifondazione, poi niente); allora ci si riuniva per discutere.
Questo è il Campo “dell’allora era”, mentre adesso è il luogo di “ora non c’è quasi più niente di quel tempo”
All’inizio degli anni sessanta vi sono stati messi degli alberi che vivacizzato l’ambiente e hanno occupato il posto della bancarelle che sono diminuite sempre di più: del vecchio mercatino del pesce è rimasta una sola bancarella che a vederla, così precaria, nello spazio vuoto che la circonda fa tanta malinconia. Uno dei due cinema è diventato un piccolo super mercato, l’altro (un’ex chiesa evangelica) ora è l’auditorium dell’Università.
D’inverno venivamo qui a comprare le caldarroste o le “fritole” alla veneziana. Le osterie si sono trasformate completamente: o ristoranti o pizzerie con tanti tavoli all’aperto. Ma credo che i miei ricordi non possano interessare tanto i membri della comitiva.
Andiamo quindi oltre e passiamo per il “sotoportego del Casin dei Nobili”, ma «non fate cattivi pensieri» ho detto ai membri della comitiva, «qui non c’era il casino dei nobili, ma l’abitazione fornita dal Governo della Repubblica a chi ha fatto casino della propria vita e delle proprie ricchezze, spendendo e spandendo, giocando e facendo feste sono diventati poveri e anche senza casa. La Repubblica non poteva che gli ex ricchi abitassero con i poveri».
Oltrepassato il ponte dell’Accademia siamo arrivati infine a Campo Santo Stefano; naturalmente faccio vedere palazzo Pisani, sede del Conservatorio Benedetto Marcello, uno dei migliori di Italia, ma anche la facciata del Palazzo è bella. In mezzo al campo, su un alto piedistallo sta il pensieroso Tommaseo, non sono mai riuscito a capire se sta ripassando le voci del suo Dizionario o contando quante persone passano ai suoi piedi.
In fondo al Campo ci sono i tavoli all’aperto di un Bar, ci fermiamo a prendere un caffè e, non volendolo lo prendiamo insieme a Brunetta intento a leggere i giornali. Ma la cosa più interessante per noi (e soprattutto per me che posso pavoneggiarmi del mio sapere) c’è la Chiesa di Santo Stefano annessa al vicino Convento degli Agostiniani. La Chiesa, un tardo gotico,è bella col soffitto a carena di nave e con tre patere, sempre sul soffitto, con l’effigi di Santo Stefano, il primo santo della cristianità, di Sant’Agostino al pensiero del quale si ispira l’ordine, e, indovinate un po’, anche del nostro San Nicola, l’agostiniano piceno primo Santo dell’Ordine e molto venerato a Venezia prima ancora di essere ufficialmente proclamato Santo e di essere intervenuto con i suoi panini santi a spegnere l’incendio di Palazzo Ducale. Il popolo dei devoti aveva deciso prima della Curia dei Cardinali e Monsignori che, presi dalle loro questioni, se la sono presa comoda.
Le sorprese però non terminano qui: nel Convento viveva il fratello di Giulio Bonagiunta di San Ginesio e per alcuni anni ci visse lo stesso Giulio quando faceva parte della Ca****la Ducale. Proprio per questo il Coro Bonagiunta una domenica mattina di diversi anni fa venne ad accompagnare la Santa Messa nella Chiesa una volta Parrocchia dei suoi compaesani.
La passeggiata è poi proseguita, siamo ritornati a Piazzale Roma seguendo un altro percorso. Non avendo trovato più altre coincidenze, ho smesso di parlare.
Però prima di terminare ti voglio raccontare ciò che mi capitò a San Ginesio anni dopo e che inorgoglisce il mio Ego: anni fa attraversavo la Piazza del paese per andare da “Gazzosa”; di fronte alla vetrina del negozio c’erano tre persone tra cui un mio conoscente; mi fermo per salutarlo e alla fine interviene uno dei tre che dice: «Lei non si ricorda di me, faccio parte del Coro e son venuto a Venezia alcuni anni fa», poi rivolgendosi agli altri due continuò a dire: «Sapeste, ci ha fatto da guida quando siamo andati a vedere la città, ma come ci ha fatto vedere bene tutte le cose interessanti! E’ stato bravissimo!». Io sono diventato un po’ rosso in faccia e un po’ impacciato sono entrato nel negozio per comprare un giornale.
Non credevo proprio di aver avuto tanto successo facendo vedere uno degli aspetti minori della città, soprattutto facendo osservare dei particolari (il ferro battuto) a cui il frettoloso turista non fa mai caso, e guardando i particolari si guarda meglio il tutto Lo avevo fatto più da “maestro” che da “guida”, quella di “maestro” forse è stata la cosa che più mi è riuscita durante la vita.
Spero, amico mio, di non averti annoiato con le mie chiacchiere, spero solo che tu sia riuscito a sentire le mie parole e che ti abbiano fatto ricordare, almeno per un momento, quando tanti e tanti anni fa eravamo i “bambini di via Savini”, giocavamo a bocce o facevamo le bande o a piedi andavamo per la vendemmia fino al tuo terreno, c’erano allora tuo fratello, Giulio, Romano e forse qualche altro…..Io invece ho tanta voglia di raccontare, vorrei che rimanesse una piccola traccia del nostro passaggio in via Savini e dintorni.

Indirizzo

Via Monte Boè 3
Venice
30173

tram1, actv 45, 9, 19

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Visita al Laboratorio di ricerca storica Ferracina Invito per tutte le scuole e gruppi interessati alla ricerca storico-sociale:
Tratto da: La Pagina di Campalto