22/07/2025
Il monaco Basso da Termoli, nell'anno 1037
Di Giuseppe La Porta
Siccome s'avvicina la rituale celebrazione estiva del nostro patrono - ricorrente nel Martirologio al 5 dicembre, ma festeggiato da noi anche il 3 e 4 di agosto - voglio parlarvi brevemente di un aneddoto della Termoli altomedievale, e delle prime (probabili) attestazioni di un culto di San Basso.
La nostra storia è particolarmente legata alla sua figura misteriosa di Vescovo e Martire, e non solo la nostra, ma anche quella di molte località legate al mare, specie del bacino Adriatico.
Personalmente credo che sia plausibile l'attribuzione delle ossa da noi conservate a quelle del proto-vescovo di Lucera, mentre per il San Basso di Nizza mi vedo concorde sulla sua presenza, dal X secolo, presso la città di Cupra Marittima, in cui proprio nel detto periodo fu fondata la pieve romanica, oggi in stato di enorme abbandono, ma non vorrei dilungarmi su ciò, avrò modo di farlo in un post più adeguato.
È probabile che il culto così sentito e forte per questo santo, avesse spinto diverse comunità cristiane, ad attribuire la medesima valenza a dei beati presuli omonimi, in una accezione cultuale che li vede legati al mondo della marineria.
Comunque sia, il riconoscimento verso di lui da parte del popolo termolese è da ritenersi più antico di quanto non si creda, soprattutto perché il culto per un santo in una città, non dipende solo e soltanto dalla giunta delle sue reliquie, anzi, il più delle volte si riscontrano avvenimenti inversi, di una profonda brama di questi resti mortali, da parte delle città occidentali.
La più vecchia testimonianza "repertuale" del culto per San Basso, viene raccontata a noi, proprio dalla porta maggiore della Cattedrale, che reca su di se quattro santi venerati, primo dei quali, un vescovo dalla lunga barba e dal pastorale aimé scomparso, che sulla mitra riporta il nome S(an)C(tu)S BASS(us), risalente alla prima metà del XIII secolo.
Allo stesso periodo doveva appartenere il sarcofago di marmo cipollino, scolpito da uno sconosciuto D(ominus?) Lauretanus, con un carme epigrafico scritto da un tale ed ancor più ignoto "Sabilus", insieme ad un endotaffio di creta, posto ai piedi dello scheletro.
Tutto ciò venne rinvenuto nel 1761 da Monsignor Tommaso Giannelli, mentre si occupava della demolizione di parte della Grotticella di San Basso, rinvenendo una ulteriore urna di marmo bianco, con cui probabilmente le ossa furono condotte in Termoli - oggi conservata nei sotterranei del Palazzo Vescovile - e due lastre marmoree con epigrafe, una delle quali scomparsa.
Prima di lui, nella seconda metà del cinquecento, era stato padre Serafino Razzi a descrivere la devozione di popolo per il santo vescovo, e dei suoi resti nella grotticella, parlava Giovanni Battista Pacichelli, nel suo libro "Il Regno d'Italia in Prospettiva", opera trascritta nella seconda metà del XVII secolo e pubblicata postuma nei primi anni del settecento, con incisioni speculari di Francesco Cassiano De Silva.
Pensate che in quest'opera, egli parlerà della più antica dizione popolare del suo nome, quella di "San Bassolo", tradotto dal termolese "Bassele"... immaginate quindi la vetustà del nostro dialetto, se mantiene terminologie che già venivano documentate nel seicento.
Ma forse c'è un terzo elemento che attesterebbe una già attiva venerazione del santo nella terra della Contea longobardo-franca di Termoli, ed è una donazione risalente all'anno 1037, trascritta dal Petrucci nel suo Codice Diplomatico di Santa Maria di Tremiti, alle pagine 63-67.
Noi siamo abituati per tradizione a conferire il nome di alcuni santi prediletti ai nostri figli, come quelli dei patroni Basso e Timoteo, ma anche Sebastiano, Antonio, naturalmente Maria, Lucia e così via discorrendo.
Questa è una delle più antiche prerogative del culto cristiano, per infondere protezione sulla progenie da parte del patrono cittadino o della figura a cui si era particolarmente devoti, solitamente citata nel novero dei santi venerati in loco.
È verosimile che sia proprio il caso del monaco benedettino Basso, residente in Termoli intorno al mille, citato nel documento come afferente al monastero di San Martino Confessore, vicino la cittadina adriatica.
Come si legge dalla pergamena, riportata dal Petrucci, egli donò in detto anno, la chiesa di San Quirico con tutte le sue pertinenze, sita in una zona detta Fracta de Guisolo, ai confini termolesi, di comune intesa con tutti gli altri compossessori, nobili e clerici, ovverosia: Lupo figlio del fu Lupo, Teoderico figlio di Adelferio, i tre fratelli Giovanni, Senualdo e Transerico, figli del fu Transerico, i due fratelli Lupo e Leuderico, rispettivi figli di Sifredo, Oclicia figlia di Leuderado, lo judex Lupo, Benedetto figlio del fu Maro, Rodolfo e Guido, Isembardo figlio di Isembardo, la badessa Audelenda, il nostro monaco Basso, insieme con Lupo figlio del giudice Audemondo ed altri boni homines.
La chartula donationis del febbraio 1037, ci parla di una accuratissima descrizione del territorio compreso nella donazione, fatta, come di consueto, per la salvezza della loro anima, di quelle dei loro congiunti e della probabilmente defunta badessa Scolastica, fatto al monastero di Sancto Iacobo e Sancta Maria di Tremiti, nella persona dell'abate Deodato.
È un documento importantissimo perché non solo ci riporta tra i nomi in uso proprio quello di Basso - uomo che visse al tempo di monaci illustri come Sant'Adamo, che di li a poco sarebbe divenuto abate dello stesso cenobio, ricordato come uno dei fautori dell'avvio all'indipendenza da Montecassino - ma anche una delle prime attestazioni della chiesa di Santa Maria in Termoli, ovvero la chiesa cattedrale, ormai ricostruita nelle sue fattezze romaniche "bizantineggianti", purtroppo visibili solo attraverso le fondazioni della cripta novecentesca ed alcuni scassi nel pavimento, che mostrano i suoi pavimenti musivi frammentari.
"...ad passum ipsum qui terminatus est ipsa ecclesia Sancte Marie, que est in civitate Termolense,...".
Sebbene il nome Basso fosse di larghissimo uso, dall'epoca tardoantica ed altomedievale, il nome del monaco Basso, farebbe pensare come le spoglie del nostro patrono fossero già state condotte nella nostra cittadina, forse proprio qualche tempo prima che si edificasse la prima chiesa cattedrale sui resti di una precedente chiesa più piccola, ipoteticamente dedicata, in precedenza, al culto del Santissimo Salvatore.
Perciò, l'arrivo dell'urna bianca con le sue ossa, potrebbe aggirarsi fra la seconda metà del IX e la metà del X, mentre si costituiva sempre più la realtà diocesana termolese.
Nelle immagini: la Chartula donationis riportata dal Petrucci, e una fotografia di San Basso Vescovo e Martire, XIII secolo, fatta dal fotografo professionista Michele Mastrosimone, che ringrazio.