15/06/2026
Tra pochi giorni sarà la e torniamo a parlare degli strumenti tradizionali: oggi vediamo il “sulittu e tamburinu”.
L’utilizzo contemporaneo di due strumenti, un flauto a becco e un membranofono di dimensioni variabili, fa sì che si parli di un unico congegno: il “sulittu e tamburinu” è una specie di universale della musica di tradizione orale in Europa, dove è divenuto non solo parte del folklore locale, ma anche manifestazione di tradizione vivente e identitaria. Il flauto consta di tre soli fori, normalmente due frontali e uno posteriore, con una particolare configurazione e lunghezza che consente di emettere almeno una decina di suoni di altezza variabile.
In Sardegna la testimonianza più antica è rintracciabile nel Retablo della Porziuncola del Maestro di Castelsardo, oggi alla Pinacoteca di Cagliari (1490 circa), ma possiamo avere testimonianza della sua attestazione nell’Ottocento e nel primo Novecento grazie all’opera di pittori come Giovanni Marghinotti, Simone Manca di Mores e Giuseppe Biasi (anche se nel suo quadro “la Canzone del Pappagallo” lo strumento abbinato al tamburo sembra più uno strumento ad ancia, forse una mancosedda di launeddas).
Nel quadro di Marghinotti, ambientato davanti alla chiesa campestre di San Lussorio a Selargius, compare in basso a sinistra un suonatore di sulittu e tamburinu (o “tumbarinu”), che, insieme alla suonatrice di tamburello sull’altro lato del dipinto, sembra dare il ritmo al passo dei ballerini.