19/03/2026
Se un tempo il giustiziere si chiamava Zorro, oggi si chiama Banksy.
Se dietro la maschera di Zorro c’era un aristocratico californiano di nome Don Diego de la Vega, dietro quella di Banksy c’è quella di Robin Gunningham, cinquantenne nato a Bristol.
Infine: se dietro il personaggio di Zorro c’era la mente dello sceneggiatore statunitense Johnston McCulley, dietro quella di Banksy c’è la mente di una società contemporanea che confonde l’arte con lo spettacolo, il gesto artistico con la comunicazione, la storia con la cronaca, l’informazione con TikTok.
E per questo Banksy funziona.
Perché è con quell’epoca lì che si trova a fare i conti.
Perché anziché prendere la strada maestra della Storia dell’arte, imbocca la scorciatoia del populismo artistico che mette d’accordo tutti.
Dalla bambina con il palloncino rosso al giovanotto mascherato che lancia un mazzo di fiori; dal bambino naufrago a Steve Jobs profugo, l’opera di Robin Gunningham in arte Banksy è un campionario di immagini diventate iconiche in un’epoca che non ha più voglia di interessarsi all’arte, ma che di arte ha bisogno.
Un’arte che (astutamente) prende di mira i poteri forti per guadagnarsi il consenso della gente.
E non importa se dal punto di vista artistico ci sia veramente poco, quello che conta, nell’arte, lo sappiamo tutti, non è l’arte, ma la biografia dell’artista e il messaggio che lancia.
Se tra fine Ottocento e inizio Novecento la figura dell’artista era legata alla figura del bohémien squattrinato-ispirato-tormentato (da Van Gogh a Modigliani), oggi è invece legata al paladino della giustizia che si batte contro le guerre, contro le multinazionali, contro lo sfruttamento del lavoro.
Banksy funziona.
Anche ora che abbiamo scoperto la sua vera identità.
Sarà che mi occupo d’arte da più di trent’anni ma, con permesso, sono abituato così bene che non ce la faccio a reggere la storiella del giustiziere che si batte per le giuste cause.
Eppure, da bambino ero un fan di Zorro. Mi vestivo da Zorro, a carnevale.
Dopo però sono cresciuto, e la maschera l’ho regalata a qualche altro bambino.
(C.Vanoni)