24/04/2026
Quella notte, sul versante della collina, il buio non era soltanto assenza di luce. Era una presenza compatta che, dall'esterno, si addensava contro le mura serviane, come fosse stata una materia viva. Restai a lungo appoggiato alla pietra della torre, lasciando che il freddo dei blocchi di tufo attraversasse la tunica e arrivasse alla schiena. Di giorno quelle stesse pietre sembravano quasi inerti, parte del paesaggio della città. Di notte, invece, restituivano un senso di peso, di monumentalità e di durata, come se la città intera vi si raccogliesse intorno per resistere allo scorrere del tempo, come se Roma stessa scegliesse proprio quel punto per misurarsi con ciò che non riusciva a controllare.
Davanti a me la Porta Raudusculana era chiusa, serrata nel silenzio dell'ora ormai tarda. Di giorno era un passaggio continuo, attraversato da carri e da uomini che conoscevano bene i percorsi intorno all'Aventino e le strade che salivano sulla collina o scendevano verso la valle. Dopo il tramonto diventava invece soglia e limite allo stesso tempo, una linea scura tra ciò che restava dentro le mura e ciò che cominciava subito oltre. Intorno a quella porta circolavano racconti che non appartenevano alle cronache ufficiali, ma alla memoria della città e dei suoi abitanti. Si diceva che proprio lì, in un tempo remoto, un uomo della gens Genucia avesse attraversato quel passaggio portando sul volto un segno prodigioso, e che per non mutare il destino di Roma avesse scelto l’esilio. Per questo, raccontavano alcuni, una maschera di bronzo era stata affissa sulla porta, come a ricordare che anche le porte della città possono essere luoghi di svolta, e che non tutte le decisioni si prendono nel foro e nelle piazze più affollate.
Più in alto, lungo il profilo della collina, si apriva la Porta Lavernalis e oltre di essa cominciava il bosco sacro, il lucus della dea Laverna. Non lo vedevo da dove mi trovavo, ma ne intuivo la presenza come si intuisce una zona d’ombra più scura nell’oscurità stessa. Di Laverna si parlava sempre a mezza bocca. Non era una divinità tra le più conosciute. Durante il rito le si parlava sottovoce e le si offriva con la mano sinistra. Chi praticava il suo culto conosceva parole e frasi che non si pronunciavamo mai apertamente, esaurendosi in un respiro profondo. Tra la porta ormai chiusa e il bosco sacro, l’Aventino diveniva una zona di confine, uno spazio in cui l’ordine delle strade si allentava e lasciava affiorare una geografia più incerta, fatta di sentieri secondari, di percorsi obliqui, di nomi che si pronunciavano solo in occasioni particolari.
Restai in ascolto a lungo, mentre il vento correva tra i blocchi di tufo e faceva vibrare l’aria come se anche le mura volessero respirare. A tratti mi sembrava di distinguere un passo, ma era soltanto il fruscio delle fronde degli alberi, subito oltre il tracciato murario. Nel silenzio della notte pensavo a Cipus Genucius che era rimasto fuori e non era più tornato, esule dalla città. Pensavo a Laverna che proteggeva ciò che stava oltre o chi cercava rifugio nell'oscurità del suo bosco sacro. In quell’ora sospesa compresi così che il mio compito non era soltanto sorvegliare le mura e una porta chiusa, ma presidiare una linea fragile, un margine in cui la città si confrontava con i propri limiti e le proprie paure più ancestrali.
Quando l’alba cominciò a schiarire l’aria sopra l’Aventino, la Porta Raudusculana era sempre lì, le mura erano rimaste immobili, e il bosco di Laverna continuava a essere invisibile. Sapevo però che, anche alla luce del giorno, quel tratto di città avrebbe conservato qualcosa della notte, nella memoria di un confine che non separa soltanto spazi, ma modi diversi di essere Roma.
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