La Scatola Archeologica

La Scatola Archeologica Area archeologica sotterranea sull'Aventino, con un'installazione multimediale a cura di Piero Angela

Un pappagallino verde, arrivato a Roma da terre lontanissime, è rimasto per secoli sul pavimento di una domus dell’Avent...
26/08/2026

Un pappagallino verde, arrivato a Roma da terre lontanissime, è rimasto per secoli sul pavimento di una domus dell’Aventino.

Non è una storia che possiamo ricostruire fino in fondo, naturalmente. Possiamo però osservare quel piccolo animale nel mosaico e riconoscere, dietro la sua presenza, il gusto di una società romana che amava circondarsi di immagini esotiche, di animali rari, di oggetti capaci di evocare la vastità del mondo allora conosciuto.

Il mosaico apparteneva a uno degli ambienti della domus e quel pappagallo, accanto agli altri motivi decorativi, introduce nel pavimento un dettaglio inatteso, quasi domestico. Lo stesso animale che nella poesia di Ovidio e di Stazio era diventato protagonista di raffinati componimenti, celebrato per la sua voce capace di imitare quella degli uomini, compare qui trasformato in immagine e affidato alle piccole tessere del mosaico.

Terminata la pausa estiva, la Scatola torna ad accogliere i visitatori. Sono già online le date delle aperture di settembre e ottobre e potete prenotare la vostra visita.

Vi aspettiamo, come sempre, sotto Piazza Albania.

📍 Piazza Albania – Aventino
👉 www.scatolaarcheologica.it

Cooperativa Archeologia Soprintendenza Speciale Roma


Elemento modificato · 13 m

Se mi chiedessero quando ebbe inizio, non saprei rispondere. Qui il tempo non si misura come nelle case degli uomini. Si...
12/07/2026

Se mi chiedessero quando ebbe inizio, non saprei rispondere. Qui il tempo non si misura come nelle case degli uomini. Si riconosce dall'altezza degli alberi, dal muschio che avanza sulle pietre, dal tronco degli arbusti che ogni anno si ispessisce. Mia madre diceva che, molto prima della mia nascita, un'altra donna pronunciava le stesse parole nello stesso luogo e che, prima ancora di lei, qualcuno le aveva ricevute da chi non aveva lasciato né nome né memoria. Ho smesso presto di domandarmi da dove venissero e ho capito con gli anni che alcune cose non appartengono agli uomini che le compiono, ma li attraversano, come il vento attraversa la sommità del colle senza fermarsi su nessun volto. È così che ho imparato anch'io.
Quando raggiungo il santuario, il giorno non è ancora del tutto nato e l'Aventino sembra appartenere a un tempo che la città sembra ignorare. Più in basso le case si moltiplicano, i sentieri si allungano verso il fiume, i mercanti preparano la giornata. Qui, invece, tutto accade con una lentezza diversa, come se il sorgere del sole non bastasse a dare inizio al mondo e fosse necessario ripetere ancora una volta ciò che è stato trasmesso da chi ci ha preceduto.
Non ricordo la prima formula che mi è stata insegnata. Ricordo la voce che la pronunciava. Non mi indicava solo il significato delle parole, perché il significato appartiene agli uomini e muta insieme a loro. Mi insegnava il momento esatto in cui dovevano essere dette, il ritmo del respiro, l'attesa che precede il silenzio. Diceva che un rito non si conserva perché qualcuno lo ricorda. Si conserva perché nessuno pensa di cambiarlo.
Molti credono che il rito serva a rivolgersi agli dèi. Io non ne sono più così certa. Col passare degli anni ho imparato che gli dèi hanno bisogno di ben poco. Sono gli uomini ad avere bisogno che il mondo continui ad assomigliare a quello del giorno precedente, che il raccolto torni, che i figli sopravvivano ai padri, che il fiume non esca fuori dagli argini e che la malattia non entri nelle case. Ogni volta che qualcuno sale fin qui porta con sé una richiesta diversa, eppure, mentre ascolto le sue parole, mi accorgo che tutte nascono dalla stessa paura, quella che il tempo spezzi l'ordine sul quale ciascuno ha costruito la propria vita.
Per questo nulla viene lasciato all'improvvisazione. Le formule non possono essere mutate, i gesti non ammettono esitazioni, gli oggetti che accompagnano la cerimonia seguono un ordine che nessuno di noi ha stabilito e che nessuno oserebbe cambiare. Non perché sia proibito, ma perché ogni rito ricomincia sempre dal primo rito, da un tempo che non appartiene alla memoria degli uomini ma che continua a riflettersi in ogni celebrazione, come l'acqua di una sorgente rimane la stessa anche quando il suo corso attraversa terre diverse.
Sul colle gli uomini ricordano Ercole, celebrano Diana, pronunciano nomi che un tempo non erano gli stessi e che forse un giorno cambieranno ancora. Gli dèi accettano di avere molti nomi. Gli uomini, invece, sembrano incapaci di cambiare le proprie paure.
Talvolta, quando tutti se ne sono andati e il colle torna a riempirsi soltanto del fruscio degli alberi, resto ancora qualche istante dove il sentiero si interrompe e il santuario riconquista la sua quiete. È allora che mi sorprendo a pensare che forse gli dèi non ascoltano le nostre parole una per una. Forse osservano soltanto se siamo ancora capaci di ripetere, con la stessa fedeltà di chi ci ha preceduti, quei gesti che impediscono al mondo di dimenticare sé stesso.
Non è un pensiero che confesserei a qualcuno. Le persone vengono qui per ricevere una risposta, non un dubbio. Domani saliranno altri uomini, porteranno offerte, pronunceranno nomi che non ho mai udito e crederanno che la loro speranza sia diversa da tutte le altre. Io li accoglierò come ho sempre fatto, perché ho imparato che il tempo cambia il volto delle città, modifica il nome degli dèi e perfino quello delle lingue con cui vengono invocati, mentre gli uomini continuano ostinatamente a chiedere le stesse cose.
Forse è questa la sola eternità concessa ai mortali. Non quella degli dèi, ma quella delle loro speranze.

Soprintendenza Speciale Roma Cooperativa Archeologia

Quella notte, sul versante della collina, il buio non era soltanto assenza di luce. Era una presenza compatta che, dall'...
24/04/2026

Quella notte, sul versante della collina, il buio non era soltanto assenza di luce. Era una presenza compatta che, dall'esterno, si addensava contro le mura serviane, come fosse stata una materia viva. Restai a lungo appoggiato alla pietra della torre, lasciando che il freddo dei blocchi di tufo attraversasse la tunica e arrivasse alla schiena. Di giorno quelle stesse pietre sembravano quasi inerti, parte del paesaggio della città. Di notte, invece, restituivano un senso di peso, di monumentalità e di durata, come se la città intera vi si raccogliesse intorno per resistere allo scorrere del tempo, come se Roma stessa scegliesse proprio quel punto per misurarsi con ciò che non riusciva a controllare.
Davanti a me la Porta Raudusculana era chiusa, serrata nel silenzio dell'ora ormai tarda. Di giorno era un passaggio continuo, attraversato da carri e da uomini che conoscevano bene i percorsi intorno all'Aventino e le strade che salivano sulla collina o scendevano verso la valle. Dopo il tramonto diventava invece soglia e limite allo stesso tempo, una linea scura tra ciò che restava dentro le mura e ciò che cominciava subito oltre. Intorno a quella porta circolavano racconti che non appartenevano alle cronache ufficiali, ma alla memoria della città e dei suoi abitanti. Si diceva che proprio lì, in un tempo remoto, un uomo della gens Genucia avesse attraversato quel passaggio portando sul volto un segno prodigioso, e che per non mutare il destino di Roma avesse scelto l’esilio. Per questo, raccontavano alcuni, una maschera di bronzo era stata affissa sulla porta, come a ricordare che anche le porte della città possono essere luoghi di svolta, e che non tutte le decisioni si prendono nel foro e nelle piazze più affollate.
Più in alto, lungo il profilo della collina, si apriva la Porta Lavernalis e oltre di essa cominciava il bosco sacro, il lucus della dea Laverna. Non lo vedevo da dove mi trovavo, ma ne intuivo la presenza come si intuisce una zona d’ombra più scura nell’oscurità stessa. Di Laverna si parlava sempre a mezza bocca. Non era una divinità tra le più conosciute. Durante il rito le si parlava sottovoce e le si offriva con la mano sinistra. Chi praticava il suo culto conosceva parole e frasi che non si pronunciavamo mai apertamente, esaurendosi in un respiro profondo. Tra la porta ormai chiusa e il bosco sacro, l’Aventino diveniva una zona di confine, uno spazio in cui l’ordine delle strade si allentava e lasciava affiorare una geografia più incerta, fatta di sentieri secondari, di percorsi obliqui, di nomi che si pronunciavano solo in occasioni particolari.
Restai in ascolto a lungo, mentre il vento correva tra i blocchi di tufo e faceva vibrare l’aria come se anche le mura volessero respirare. A tratti mi sembrava di distinguere un passo, ma era soltanto il fruscio delle fronde degli alberi, subito oltre il tracciato murario. Nel silenzio della notte pensavo a Cipus Genucius che era rimasto fuori e non era più tornato, esule dalla città. Pensavo a Laverna che proteggeva ciò che stava oltre o chi cercava rifugio nell'oscurità del suo bosco sacro. In quell’ora sospesa compresi così che il mio compito non era soltanto sorvegliare le mura e una porta chiusa, ma presidiare una linea fragile, un margine in cui la città si confrontava con i propri limiti e le proprie paure più ancestrali.
Quando l’alba cominciò a schiarire l’aria sopra l’Aventino, la Porta Raudusculana era sempre lì, le mura erano rimaste immobili, e il bosco di Laverna continuava a essere invisibile. Sapevo però che, anche alla luce del giorno, quel tratto di città avrebbe conservato qualcosa della notte, nella memoria di un confine che non separa soltanto spazi, ma modi diversi di essere Roma.

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Dalle pendici dell’Aventino guardo ancora una volta la città che gli Dei non mi hanno concesso.La chiamano Roma, eppure ...
21/04/2026

Dalle pendici dell’Aventino guardo ancora una volta la città che gli Dei non mi hanno concesso.

La chiamano Roma, eppure nel nome che le fu dato scorre anche la mia storia. Oggi compie 2779 anni e ogni pietra che respira tra le sue strade è qualcosa che allora ho perduto e che allo stesso tempo ancora mi appartiene, come se la vita che non ho vissuto si fosse raccolta tutta lì, tra i suoi colli e i suoi silenzi.

Io, Remo, non ho avuto mura da difendere né solchi da tracciare. Comprendo ora, mentre tutto si allontana e insieme ritorna, che ogni città nasce due volte, che ogni luogo trova ragione nel gesto di chi lo fonda e nello sguardo di chi resta fuori.

Fratello mio, Romolo, tu che hai posato le pietre per farne un confine, ascolta ciò che non ti ho detto allora, quando il tempo era così feroce e noi due fummo consumati da quella febbre fratricida, perché non c’è fondazione senza ferita né città senza un’ombra che la segua, e quell’ombra, anche quando non si vede, continua oggi a camminarci accanto.

A te, città contesa e amata, che hai visto uomini diventare polvere e sogni farsi impero, auguro ciò che a noi mancò, senza più ira e senza più rancore, perché ogni tuo giorno non dimentichi la notte da cui è nato e sappia riconoscere, dentro la propria luce, la parte che non è stata scelta.
E se talvolta il vento risalirà dal Tevere e sfiorerà le tue pietre, non temere, perché è solo la mia voce che ritorna, come fanno sovente le cose che non vogliono esser cambiate e cercano soltanto di essere ricordate, e in questo ricordare trovano infine una forma di pace.

Buon compleanno Roma



Immagine: dal film “Il primo re” di Matteo Rovere

Quel mattino salii di buon passo dal Vicus Piscinae Publicae, lasciandomi alle spalle il rumore delle botteghe e dei mag...
20/02/2026

Quel mattino salii di buon passo dal Vicus Piscinae Publicae, lasciandomi alle spalle il rumore delle botteghe e dei magazzini che si aprivano lungo la strada, dove i carri passavano già carichi e gli schiavi si muovevano tra le merci. L’aria cambiava man mano che si risaliva il pendio dell’Aventino, le case erano più grandi, le facciate più curate e le domus dei notabili si affacciavano su spazi meno affollati. L’ambiente del collegio era stato riaperto da poco, subito dopo i lavori e il pavimento nuovo, ancora chiaro di calce, donava una luce diversa allo spazio in cui solitamente ci si incontrava. Le tessere bianche e nere disegnavano una trama ordinata e al centro, dentro la cornice scura, i mosaicisti avevano appena finito di comporre l’iscrizione. Li vidi farsi da parte, mentre i tre che avevano sostenuto la spesa si avvicinavano. Flavius, il primo, aveva fatto scrivere il proprio nome con lettere più grandi, come si addiceva al suo ruolo nel collegio, mentre il secondo, Apronius, aveva fatto aggiungere il suo, accennando alla carica che ricopriva, e la terza, che non parlava mai nelle riunioni, sapevamo avesse esitato un istante prima di far incidere anche il suo nome accanto a quello degli uomini. Nessuno aggiunse nulla, ma tutti capimmo che quel pavimento non era semplicemente un dono. Era stato pagato a loro spese e lo avevano offerto al collegio, perché quello spazio fosse degno per loro e per chi lo attraversava.
Pensai allora a quanto fosse strano che, mentre poco sotto, lungo il vicus, la vita scorreva tra merci, affari e passaggi continui, qui, poco più in alto, in un ambiente annesso a una residenza elegante, un gesto così semplice potesse divenire una dichiarazione di appartenenza, e che quelle lettere, destinate a essere calpestate, fossero in realtà un modo per sfidare l'eternità.
Più in basso, verso le mura della città, la Porta Raudusculana segnava il confine dell'abitato e da lì il passaggio si apriva verso altri percorsi e altre destinazioni. Mi parve che anche quel pavimento facesse lo stesso: non separava solo lo spazio, lo definiva, trasformando quella stanza in un luogo condiviso, in cui entrare, oltre al privilegio, significava far parte di qualcosa che andava oltre quei singoli nomi.

Soprintendenza Speciale Roma Cooperativa Archeologia

A volte, per capire come cambiava una casa romana, basta guardare il terreno da vicino. In questa immagine si distinguon...
09/12/2025

A volte, per capire come cambiava una casa romana, basta guardare il terreno da vicino. In questa immagine si distinguono due pavimenti sovrapposti, separati da pochi centimetri e da una fase funzionale diversa della stessa domus. Il livello superiore è un pavimento in cementizio a base fittile, lisciato con cura, delimitato da un muro in pisé con tracce di affresco e da un muro in opera laterizia con bozze di tufo. I materiali inclusi nella preparazione permettono di datarlo agli inizi del II secolo d.C., probabilmente legato a un ambiente di servizio. Subito sotto, quasi senza interruzione stratigrafica, compare un pavimento più antico e di fattura più raffinata, sempre in cementizio, destinato con tutta probabilità a uno spazio di rappresentanza della fase precedente della domus. In mezzo, due blocchi di travertino, di cui solo uno visibile in foto, perfettamente allineati, appoggiati sul piano e privi di fondazione.

Questo è il senso degli scavi della Scatola Archeologica. Qui la storia non si vede in un unico strato, ma nel passaggio da uno all’altro, nei cambiamenti d’uso, nelle scelte di cantiere che raccontano come una domus di età imperiale si trasformava nel tempo.

Se volete vivere anche voi questa esperienza, la Scatola Archeologica riapre sabato 13 dicembre e sabato 20 dicembre.

Ci vediamo sotto Piazza Albania.

📍 Scatola Archeologica – Piazza Albania
🎟️ Info e prenotazioni: www.scatolaarcheologica.it

A volte non serve scavare per sentire la distanza dei secoli, ma basta stare in silenzio davanti a un mosaico che contin...
09/12/2025

A volte non serve scavare per sentire la distanza dei secoli, ma basta stare in silenzio davanti a un mosaico che continua a raccontarci una storia.

Qui i frammenti non vengono nascosti, ma sono parte della narrazione. Le tessere mancanti non sono una perdita, ma la mappa di tutto ciò che è stato. La luce del proiettore non “ricostruisce” semplicemente, ma rimette in relazione ciò che resta, affinché il visitatore possa immaginare il resto.

È questo lo spazio della Scatola Archeologica, non una scenografia del passato, ma un incontro diretto con una domus imperiale, tra reperti autentici e ricostruzioni multimediali, dove il nostro sguardo fa il resto del lavoro.

📍 Piazza Albania – Aventino
📅 Prossime aperture: sabato 13 e sabato 20 dicembre
🎟️ Info e prenotazioni: www.scatolaarcheologica.it

12/09/2025

✨ Un viaggio nel cuore nascosto di Roma ✨

Alla Scatola Archeologica di Piazza Albania il tempo si apre davanti ai tuoi occhi: mosaici, colori e ambienti di una domus imperiale riemergono dopo duemila anni.
Un’esperienza da vivere, un luogo da ricordare.

👉 Scopri le prossime aperture su www.scatolaarcheologica.it


Soprintendenza Speciale Roma
Cooperativa Archeologia

14/08/2025

Questa sera su Rai5 alle 21.15 va in onda la puntata di Ulisse dedicata a mio padre, mancato esattamente 3 anni fa. Sarà per me e per la mia famiglia emozionante riascoltare la sua voce e immergerci nuovamente nel mondo delle sue idee e del suo modo di pensare, sempre stimolante, con ragionamenti capaci di suggerire soluzioni sorprendenti e innovative ai problemi.
Al di là del padre, dell'amico e della persona, quello che manca è anche il piacere della conversazione e dei ragionamenti che spaziavano su argomenti diversissimi, dall'evoluzione, all'economia, dallo Spazio, al futuro del nostro paese e ai giovani, ai quali lui teneva tantissimo.
La freschezza delle sue idee è ancora valida adesso ed è sempre stata una fonte di ottimismo e speranza.

Un'indagine archeologica importantissima, nel cuore della città antica.
05/08/2025

Un'indagine archeologica importantissima, nel cuore della città antica.

TGR Lazio. Le ultime notizie della regione Lazio aggiornate in tempo reale. - Edizione del 04/08/2025 - 19:30

Indirizzo

Piazza Albania 35
Rome
00153

Orario di apertura

14:00 - 19:00

Telefono

+393476866378

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