13/07/2026
La personale di Onorio Bravi "22 come gli Arcani Maggiori" a cura di Sebastiano Bacchi, con testi a catalogo di Andrea Vitali e Sebastiano Bacchi, rimarrà allestita fino al 25 luglio e sarà aperta al pubblico dal martedì al venerdì dalle 20:30 alle 22:30.
Il 17 luglio alle ore 21:00 è programmata la conferenza di Andrea Vitali “I TAROCCHI. La verità negli scritti del tempo.” Ingresso libero.
* * * * *
"I Tarocchi: Genesi e Allegorie"
Testo a catalogo di Andrea Vitali
I tarocchi sono un gioco formato da cinquantasei carte fra numerali (dall’1 al 10) e di corte (Fante, Cavaliere, Regina e Re) dette ‘a semi italiani’ (Coppe, Denari, Spade, Bastoni), provenienti dal mondo arabo - che derivò i simboli dei semi dall’antica monetazione romana degli Aes - e da ventidue carte allegoriche chiamate Trionfi.
Questo gioco rimanda ai Triumphi di Francesco Petrarca in cui vengono descritte le sei principali forze ritenute governare gli uomini secondo un ordine gerarchico. La numerologia romanica vedeva nel Sei ‘il sovrumano, la potenza’ poiché corrispondeva ai giorni della creazione biblica. Per primo viene l’Amore (Istinto), che corrisponde a una fase giovanile, vinto dalla Pudicizia (Castità, Ragione), fase successiva di matura pacatezza, a cui segue la Morte, a significare la transitorietà delle cose terrene. Quest’ultima viene vinta dalla Fama, che benché vittoriosa sull’oblio nella memoria dei posteri, soggiace al Tempo, il quale è sovrastato infine dal Trionfo dell’Eternità che sottrae l’uomo dal flusso del divenire e lo pone nel regno dell’Eterno.
Ideato a Bologna verso i primi anni del sec. XV dal principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, il gioco dei Trionfi era inizialmente composto da quattordici carte allegoriche unite alle cinquantasei carte numerali e di corte.
Solo verso la seconda metà del sec. XV i Trionfi vennero ampliati a ventidue, numero che nel significato mistico cristiano rappresenta l’introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini. Riguardo al numero ventidue così si espresse Origene, sommo Padre della Chiesa:
Nella disposizione numerale, i numeri singoli contengono una certa quale forza e potere sulle cose e di tale potere e forza s’è valso il Creatore dell’universo, talora per la costituzione dell’universo stesso, talora a significare la natura delle cose singole così come esse ci appariscono. Ne segue allora che, in base alle Scritture, occorre osservare e derivare quegli aspetti che singolarmente appartengono ai numeri stessi. E in realtà occorre non ignorare che i libri stessi dell’Antico Testamento, come gli Ebrei li hanno trasmessi, sono Ventidue, e ad essi è uguale il numero degli elementi ebraici; e questo non senza motivo. Come infatti Ventidue lettere sembrano essere l’introduzione alla sapienza e alla dottrina impressa con queste figure negli uomini, così pure i Ventidue Libri della Scrittura costituiscono il fondamento e l’introduzione alla sapienza di Dio e alla conoscenza del mondo». In altre parole, Origene «riferendosi ai ventidue libri ispirati dalla Bibbia scorge nelle Ventidue lettere che compongono l’alfabeto ebraico, una introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini. (1)
La teologia medievale assegna all’universo un preciso ordine, formato da una scala simbolica che sale dalla terra al cielo:
Dall’alto di questa scala Dio, la Prima Causa, governa il mondo, senza tuttavia intervenirvi direttamente, ma operando ex gradibus, cioè attraverso una serie ininterrotta di intermediari in modo che la sua potenza divina si trasmette fino alle creature inferiori, fino all’umile mendicante. Letta invece dal basso verso l’alto, la scala insegna che l’uomo può elevarsi gradualmente nell’ordine spirituale inerpicandosi lungo le cime del bonum, del verum e del nobile e che la scienza e la virtù lo avvicinano a Dio. (2)
Il primo ordine conosciuto che elenca ventidue Trionfi in tal senso è riportato nel manoscritto Sermo perutilis de ludo da datarsi verso la fine del Quattrocento. Si tratta dell’ampliamento di una predica tenuta indicativamente verso il 1440 dal frate Giacomo della Marca (Domenico Gangala 1393-1476) a opera di un suo confratello. Un ordine che manifesta chiaramente trattarsi di un gioco a sfondo etico.
Il Bagatto (un prestigiatore) raffigura l’uomo peccatore a cui sono state date guide temporali, l’Imperatrice e l’Imperatore, e spirituali, la Papessa (la Fede) e il Papa. La virtù della Temperanza deve mitigare l’Amore ovvero l’istinto umano, mentre il desiderio di fama e potere, ossia il Carro - che l’autore del Sermo designò con l’espressione «mundus parvus», un piccolo mondo, cioè un illusorio successo -, deve essere vinto dalla Forza (la cristiana virtù Fortitudo).
La Ruota della Fortuna insegna che ogni successo è effimero e che anche i potenti sono destinati a diventare polvere. L’Eremita, che segue la Ruota, rappresenta il tempo al quale ogni essere deve sottostare e la necessità per ciascun uomo di meditare sul valore reale dell’esistenza, mentre l’Appeso – raffigurazione della pena comminata nel Medioevo ai traditori - denuncia il pericolo di cadere nella tentazione e nel peccato prima che la Morte sopraggiunga.
Anche l’Aldilà è rappresentato secondo la tipica concezione medievale: l’Inferno, e quindi il Diavolo, è posto sotto la crosta terrestre sopra la quale si estendono le sfere celesti. Come nel cosmo aristotelico, sopra la terra si estende un cerchio di fuochi celesti (Sphaera Ignis), raffigurati da fulmini che colpiscono una Torre. Le sfere planetarie sono sintetizzate dai tre astri principali: Venere, la Stella per eccellenza, la Luna e il Sole. La sfera più alta è l’Empireo, sede degli angeli che nel giorno del Giudizio saranno chiamati a risvegliare i morti dalle loro tombe. In quel giorno la Giustizia divina trionferà, pesando le anime e dividendo i buoni dai malvagi. Sopra tutti sta il Mondo, cioè «El Dio Padre», come scrisse l’anonimo monaco che stilò questo ordine.
Al Mondo segue il Matto o F***e, personaggio che la Chiesa identificò come l’Insipiens del Salmo 52, ovvero il non credente: «Dixit insipiens in corde suo non est Deus» (Disse il f***e nel suo cuore, non esiste Dio).
Il pensiero della scolastica che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accomunò nella categoria dei folli tutti coloro che, seppur dotati di raziocinio, non credevano in Dio. Nei tarocchi la presenza del F***e acquista pertanto un ulteriore e profondo significato: in quanto possessore di ragione ma non credente, nella sua massima espressione egli poteva divenire, attraverso gli insegnamenti espressi dalla scala mistica dei Trionfi, f***e di Dio come lo divenne il santo più popolare, cioè Francesco, che venne chiamato «Lo Sancto Jullare e il Sancto F***e di Dio».
Le immagini dei Trionfi dei Tarocchi non nascono da un’unica matrice, ma rappresentano un palinsesto figurativo dove si stratificano i saperi più disparati dell’universo medievale e rinascimentale, ponendosi come una vera e propria summa dell'immaginario collettivo dell’epoca. La loro struttura iconografica è il risultato di una sintesi magistrale che attinge alle Sacre Scritture e ai Vangeli per gli aspetti escatologici e morali, integrandosi profondamente con la riscoperta dei miti pagani e delle divinità antiche, rilette in chiave allegorica attraverso l'opera di mitografi come il Cartari o Natale Conti.
In questo percorso visivo, l'autorità della filosofia neoplatonica agisce come collante intellettuale, permettendo a concetti astratti come l’Anima del Mondo o la discesa delle anime di farsi immagine attraverso la Stella o il Mondo, trasformando il gioco in una riflessione sapienziale. Al contempo, l'ordine dei Trionfi recepisce la complessa dialettica tra ragione e follia: attraverso la lezione paolina e l'esempio francescano, persino l'insipienza del Matto può trasfigurarsi in ascesa mistica, rivelando come il mazzo contempli l'inversione dei valori e la possibilità di una rigenerazione spirituale.
Accanto a queste fonti dotte si avverte l’eco della tradizione ermetica e astrologica che regola il rapporto tra i luminari celesti e il destino umano, insieme a una vasta gamma di riferimenti tratti dalla letteratura classica e dalla precettistica morale delle Imprese e degli Emblemi. Particolare rilievo assume la dimensione del Tempo: non solo come potenza divoratrice saturnina che riduce ogni cosa in cenere, ma come occasione di meditazione e ricerca interiore. L'immagine si fa allora gradino di una scala mistica che, richiamando la tradizione degli stiliti e dei padri della Chiesa, conduce il pensiero dalla lettura del simbolo alla contemplazione del divino.
Ogni carta diviene così un teatro della memoria, dove la storia sacra si intreccia alla sapienza dei filosofi e alla sensibilità degli artisti del tempo, offrendo al giocatore non solo uno svago, ma una mappa dei valori civili e spirituali dell'Umanesimo. Comprendere l'origine di questi simboli significa, dunque, decifrare un linguaggio universale che parla attraverso il mito, la religione e la filosofia per condurre l'uomo alla conoscenza di sé e dell'ordine cosmico che lo circonda.
Note
1. Mons. Lorenzo Dattrino, Il simbolismo dei numeri nella patristica, in G. Berti, A. Vitali (a cura), Tarocchi: arte e magia, Faenza, Le Tarot, 1994, pp. 70-71.
2. Jean Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei. Saggio sul ruolo della tradizione mitologica nella cultura e nell’arte rinascimentali. Torino, Bollati Boringhieri, 1990, pp. 162-163.
Ph. Domenico Bressan