Archeologia senza confini

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27/11/2025

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GUERRE CHIMICHE NELL'ANTICHITA'
DOURA EUROPOS: LE PRIME PROVE ARCHEOLOGICHE

256 d.C: una guerra di sfinimento logora le legioni romane asserragliate nella lontana Doura Europos, in Mesopotamia. Le truppe del Re dei Re dei Persiani, Sapore I il Grande, vogliono impadronirsi della città. Scavano delle gallerie per far crollare le mura ( in un caso ci riescono parzialmente) e intanto alzano una rampa per oltrepassarle dall’alto.

I Romani chiudono i tunnel e cercano di contrastare i nemici combattendo sugli spalti. Durante una di queste contromosse difensive se la devono vedere con un’arma insolita: Fumi tossici

I Romani scavano un tunnel a un livello più alto rispetto a quello dei persiani, per respingerli indietro, ma non sanno che li aspetta una “brutta sorpresa”. I Persiani bruciano cristalli di zolfo e bitume, e probabilmente soffiano aria per incanalare i fumi nella galleria soprastante. 19 soldati romani, con ancora in tasca le monete della paga, muoiono nel giro di pochi minuti e anche un persiano ci rimette la pelle: Probabilmente è quello che ha dato fuoco al braciere

Sono le venti vittime della prima guerra chimica della storia che abbia lasciato tracce archeologiche.

Calda e polverosa, all’estremo confine orientale dell’Impero Romano, Doura Europos (oggi in territorio siriano) è, come molte città di frontiera, un luogo dove convivono e si incontrano culture diverse.

Nella sua lunga storia, ha ascoltato la lingua di genti semitiche di passaggio ed ha poi preso la forma di città dopo che Alessandro Magno arriva a conquistare terre così lontane dalla sua nativa Macedonia.

Il condottiero muore giovane e quei territori d’oriente se li prendono i seleucidi, che nel 303 a.C. fondano la città sul modello ellenistico, a servizio delle carovane che trasportano merci lungo l’Eufrate.

Poi arrivano i Parti, che la trasformano in fortezza, ma intanto la città accoglie genti che parlano molte lingue diverse – greco, latino, ebraico, aramaico, persiano, siriaco e altre ancora – e praticano diverse religioni.

Quando i Romani riescono definitivamente a strapparla ai Parti, nel 165 d.C., la città si ingrandisce, diventa la loro roccaforte in Mesopotamia. Convivono all’interno delle sue mura gli aristocratici discendenti degli antichi conquistatori macedoni, i nuovi arrivati romani, e molte persone di origine semitica, che imprimono alla città un carattere orientale. Gli abitanti possono pregare in un mitreo, in una chiesa cristiana che è anche abitazione, in una sinagoga o nel tempio di Bel.

Tutto questo scompare nel 256 d.C., dopo il saccheggio persiano della città, che non sarà più ricostruita. Tutti i sopravvissuti, compresi i soldati romani, saranno venduti come schiavi.

Sabbia e fango diventano per secoli la coltre protettiva di quell’antica città, fino agli ’20 e ’30 del secolo scorso, quando un gruppo di studio congiunto di archeologi francesi e statunitensi iniziano a scavare.

Trovano quei tunnel e capiscono la strategia dei Persiani (far crollare le mura), seguita dalle contromosse romane. Quando scoprono quei venti cadaveri sepolti in una galleria suppongono che siano le vittime di un combattimento corpo a corpo, avvenuto là sotto le viscere della terra.

Questa ricostruzione dei fatti, risalente ai primi del ‘900, non convince l’archeologo Simon James, dell’Università di Leicester, per svariate ragioni: un combattimento corpo a corpo, nello spazio angusto della galleria, pare improbabile. Inoltre, la pila di corpi accatastati non corrisponde allo scenario proposto: quei soldati non sono caduti lì, e nemmeno si sono calpestati a vicenda dopo che i persiani hanno dato fuoco alla galleria.

I Romani invece, secondo l’ipotesi di James, cadono in una trappola: quando dall’alto sfondano la barriera di terra, subito viene acceso quel fuoco dove bruciano zolfo e bitume, che produce un gas soffocante, qualcosa che James paragona al “fumo dell’inferno”.

Insieme ai 19 soldati romani muore quel persiano che non ha fatto in tempo a scappare dai fumi tossici. I suoi compagni fanno poi crollare la galleria scavata dai Romani e accatastano i cadaveri in quel punto dove poi li troverà, diciotto secoli dopo, l’archeologo francese du Mesnil, che fa un disegno della posizione dei corpi e, una volta terminati gli scavi, fa riempire il tunnel.

Quei soldati romani resteranno (probabilmente) sepolti lì per l’eternità. James fa la sua ricostruzione dei fatti, nel 2009, sulla base dei disegni e degli appunti lasciati dai precedenti archeologi e su prove “circostanziali”, ovvero le tracce di zolfo e bitume nella terra. Purtroppo nessun resoconto scritto dell’epoca è rimasto per narrarci l’accaduto.

I resti di Doura Europos sono lì a testimoniare quanto brutali e violente fossero le guerre antiche, che spesso oggi immaginiamo solo attraverso il distorto velo del mito, mentre nella realtà non erano molto diverse da quelle odierne. Anche gli antichi usavano armi non convenzionali e devastanti (dalla sabbia ustionante alla polvere di calcare o di gesso, davvero un anticipo di guerra chimica) senza farsi troppo problemi di coscienza. Esattamente come oggi.

credits: villagemagazin/a.lo monaco

16/11/2025

Fu nel cuore di Châtillonnais, durante l'inverno del 1953, che due archeologi, Maurice Moisson e René Joffroy, fecero una scoperta straordinaria: quella di una tomba principesca a Vix (Costa d'Or).

In questa tomba riposava, per l'eternità, una principessa celtica del VI secolo prima della nostra epoca appartenente a qualche società "barbara", in connessione con il mondo ellenistico ed etrusco. Sotto il gigantesco tumulo a lungo livellato, la camera funeraria conteneva mobili sproporzionati e impensabili. L'elemento centrale era un cratere, decorato con gorgonesi e fregi opliti: un gigantesco vaso di bronzo di oltre 200 chili, con una capacità di oltre mille litri: il più grande che l'Antichità ci abbia lasciato in eredità. Presenti anche una fiala d'argento (coppa), un oenochoe, bacinelle in bronzo, una coppia d'oro eccezionale. Questa tomba costituisce, in Francia, la più grande scoperta celtica del XX secolo.

09/11/2025
17/10/2025

Risale a circa 5.000 anni fa, questa pianta di una casa sumera proveniente da Umma, associata al periodo Ur III tra circa il 2100 e il 2000 a.C., presenta notevoli complessità architettoniche.

Questo reperto è un'eccezionale testimonianza della capacità progettuale sumerica.

Attualmente conservata al Vorderasiatisches Museum di Berlino, la tavoletta d'argilla delinea una struttura residenziale con un cortile centrale. Le dimensioni indicate, misurate in cubiti, corrispondono probabilmente alle proporzioni delle singole stanze. La pianta utilizza linee parallele per rappresentare le pareti e include indicazioni sulle porte, fornendo così una rappresentazione realistica e informativa della disposizione spaziale.

Le case sumeriche (e di Umma) erano quasi universalmente costruite con mattoni crudi d'argilla (essiccati al sole) e rinforzate con canne e bitume, materiali abbondanti in Mesopotamia.

Durante il periodo di Ur III, Umma era una città provinciale chiave del grande impero centralizzato, particolarmente rilevante per la sua produzione e gestione amministrativa. Le case dei funzionari e degli amministratori che lavoravano con l'enorme documentazione trovata nel sito avrebbero riflettuto il loro status sociale, con dimensioni maggiori e forse una migliore qualità costruttiva rispetto alle abitazioni popolari.

25/09/2025

Questa è l'immagine del bellissimo viso di uno dei sarcofagi di AHMOSE-MERITAMON, deceduta tra i 20/30 anni.

Ahmose Meritamon (1525 a.C. circa – Tebe, 1505 a.C. circa) è stata una regina della XVIII dinastia egizia.
Figlia di Ahmose I e della "grande sposa reale", la regina Ahmose Nefertari, sposò il proprio fratello Amenothep I, divenendo a sua volta regina d'Egitto.
Successe inoltre alla propria madre nel venerato ruolo di "divina sposa di Amon"; altri suoi titoli furono: "signora delle Due Terre", "moglie del Dio", "unita alla corona bianca", "figlia del re", "sorella del re".
In epoche successive venne anche chiamata "madre del re", benché non abbia messo al mondo nessun futuro faraone.

Materiale: Legno di cedro;
Ritrovamento: Deir el-Bahari, tomba rupestre ( TT 358); Scavi del Servizio delle Antichità Egiziane e del Metropolitan Museum of Art 1929;
Il Cairo, Museo Egizio, JE 53140
Fonte: Margaret Bunson, Enciclopedia dell'antico Egitto, Fratelli Melita Editori; foto web.
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Ravenna
48121

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