03/01/2026
IL 24 dicembre 2025 ci ha lasciato un altro amico
Vogliamo ricordarlo con le parole di suo cugino Marco
Aldo non lo trovavi mai dove guardavano tutti.
Non stava sotto uno striscione fisso, non aveva bisogno di una sigla per esistere. Era uno di quelli che il tifo non lo spiegavano: lo vivevano, in modo diretto, essenziale, senza chiedere permesso.
Lui era l'esempio di chi voleva dare forma a un’idea di appartenenza che per lui restava sempre personale. Perché Aldo non amava le gabbie, nemmeno quelle costruite con le migliori intenzioni. Era un solitario per natura, non per distanza.
Lo Stadio Adriatico, certe domeniche, sembrava respirare insieme alla città. Il 9 giugno 1996, Pescara–Salernitana, fu una di quelle giornate tese, difficili da dimenticare. Una partita che segnò un’epoca e la fine di essa fatta di tessere e restrizioni, e che per Aldo rappresentò uno dei tanti momenti in cui il confine tra tifoso e uomo si fece sottile. Non cercò protagonismi, non cercò gloria: seguì il suo istinto, come sempre.
Ma Aldo non era solo quello che accadeva allo stadio. Fuori, era fatto di silenzi, di battute secche, di una presenza che non aveva bisogno di rumore. Portava dentro un modo antico di intendere il rispetto, la parola data, la lealtà. Valori che non si urlano, si praticano.
Col passare degli anni, il tifo cambiò volto. I gruppi si sciolsero, le curve mutarono linguaggio. Aldo rimase fedele a se stesso, camminando sempre un passo di lato, senza mai rinnegare nulla, senza mai esibire niente.
Il 24 dicembre se n’è andato in silenzio, mentre tutto intorno parlava di festa. Ha lasciato un’assenza composta, profonda, come solo certi uomini sanno fare.Aldo ha lasciato un ricordo vero, fatto di coerenza, dignità e presenza.
E oggi, nel vuoto che resta, c’è il suo nome.
Aldo.
Ciao cugino mio salutami le stelle!