04/10/2026
Napoli non smette mai di stupire
Napoli non smette mai di stupire. Lo dico io, che fino a qualche anno fa consideravo quella frase una delle tante invenzioni autoreferenziali di certi napoletani, soprattutto negli ultimi anni, quando la mania degli influencer ne ha fatto un ritornello ossessivo. E invece mi sbagliavo.
Io vivo a Verona e ho una galleria d’arte. Qualche tempo fa entra da me un signore distinto. Avrà avuto più o meno la mia età, e qui permettetemi un inciso: io ne ho cinquanta e non me ne vergogno affatto. Anzi, me li porto più che bene, tanto che i corteggiamenti non mancano. Voi direte: «Che c’entra questa nota?». C’entra eccome, perché un pizzico di vanità fa parte del racconto e, certe volte, la vita ama sorprenderci proprio quando ci sentiamo più sicuri di noi.
Scambio poche parole con quell’uomo e subito riconosco l’accento napoletano. Qualcuno potrebbe domandarsi come faccia una veronese a distinguerlo da quello di Salerno o di Avellino. Lo riconosco perché qualche anno fa sono stata — dico ironicamente — “infidanzata” con un commercialista di Chiaia. Sapeva tutto di conti, bilanci e dichiarazioni dei redditi, e aveva imparato parecchio anche di me. Uomo elegante, maniere quasi aristocratiche, forse persino barone, o così sosteneva. Affascinante, sì. Bugiardo cronico, però.
Io, che mi vanto di avere una specie di antenna parabolica per i bugiardi, con lui non avevo captato subito il segnale. Evidentemente la mia antenna ha bisogno di un po’ di tempo per sintonizzarsi. Lo conobbi a una mostra a Capodimonte, dove ero stata invitata come relatrice — perché, oltre a occuparmi d’arte come gallerista, sono anche storica dell’arte — e lui sapeva sedurre con la stessa destrezza con cui quadrava i conti. Sapeva fare molte cose. Dire la verità non era fra queste.
Torno al signore della mia galleria. Lo squadro. La prima cosa che noto sono le scarpe: splendide, di cuoio pregiato, fatte a mano, lucidissime. Mio padre ripeteva sempre a mio fratello: «Un uomo lo giudichi dalle scarpe. Puoi risparmiare sulla cravatta, persino sull’orologio, ma mai sulle scarpe. Se sono scadenti, anche l’abito più bello perde fascino». Alfredo — così si chiamava — passava l’esame con lode.
Poi l’imprevisto. Si toglie il cappotto nero e sotto ha un clergyman, con tanto di colletto romano. Mi prende un colpo. «Oddio, ma lei è un prete?». Sorride. «No, non si spaventi. Sono un attore. Mi hanno chiamato per un casting qui a Verona. Mi sono presentato con il colletto di mio cugino. Ho pensato che facesse colpo. E in effetti l’ha fatto, no?». Scoppiamo a ridere.
Quella risata ci porta dritti a un caffè. Io, con la galleria ancora aperta, chiudo di corsa e lo seguo. Mi divertiva soprattutto vedere la faccia dei passanti: io, notoriamente anticlericale, seduta al tavolino con uno che a tutti gli effetti sembrava un prete.
E sì, sono piuttosto anticlericale. Colpa, iperbolicamente, di mia zia Irene, suora. Quando i miei genitori mi lasciavano da lei in convento per me era un tormento. Le cucine odoravano di cavolo e io, bambina difficile, vivevo quelle zuppe e quei minestroni come una punizione. Lei era inflessibile: «Non ti alzi finché non hai finito». Inventai di tutto: cibo nascosto nelle maniche, infilato nelle scarpe, persino cucchiaiate lanciate dalla finestra.
Suor Irene, mia zia, non era cattiva. Credeva davvero di fare il mio bene. Ripeteva con straordinaria originalità: «I bambini in Africa muoiono di fame e tu lasci la minestra nel piatto». Io mi sono sempre chiesta quale relazione ci fosse tra la mia pancia piena e la loro vuota. Sul letto di morte, con gli occhi lucidi, mi disse: «Perdonami se ti obbligavo a mangiare quello che non volevi. Credevo fosse il meglio per te». Fu una confessione tenerissima e, conoscendola, anche un poco comica.
Alfredo mi ascoltava divertito, sorseggiando un caffè che evidentemente gli sembrava tristissimo. I napoletani fuori da Napoli vivono il caffè come una delle piccole sciagure dell’esilio. A un certo punto si fece serio. «Sei imbarazzata. È per il colletto da prete?». «Sì. Toglilo, ti prego. Non mi fido dei preti, nemmeno se finti», ironizzai. Se lo sfilò e, con un improvviso lampo d’orgoglio, soggiunse: «E comunque non pensare che io faccia il giullare. Sono un attore di teatro, vivo di quello. Potrei recitare ovunque, persino a Hollywood, se solo conoscessi l’inglese come il napoletano». Quell’orgoglio mi piacque. Preferisco chi mostra apertamente le proprie vanità a chi si affanna a sembrare modesto.
Il giorno dopo me lo rivedo entrare in galleria. «Hai due possibilità. O vieni a cena con me — niente colletto, giuro — oppure vieni a Napoli. Ti mostro qualcosa che ti farà cambiare idea sul tuo ateismo». Non accettai la cena, perché avevo già un impegno. Ma quella promessa mi rimase in testa.
Da lì messaggi, telefonate, videochiamate. Odio le videochiamate, ma con lui facevo eccezione, soprattutto quando compariva sullo schermo con il mare e Castel dell’Ovo alle spalle. A poco a poco Napoli cominciava a raggiungermi prima ancora che decidessi di andarci.
Un giorno affido l’attività alla mia socia e scendo.
Alfredo viene a prendermi all’aeroporto con una macchina scassata e cigolante. Io la guardo perplessa. «Non ti spaventare. A Napoli i più ricchi hanno le macchine peggiori. Vecchia politica degli anni Ottanta. La macchina buona sta in garage, come una reliquia». Ridiamo.
Il giorno dopo è San Gennaro. «Non dirmi che mi hai fatto ve**re qui per questa storia del sangue che si scioglie», sbottai. «Se è così, riparto subito». Lui, invece di ridere, si fece serio. «No. Voglio farti vedere qualcosa che quasi nessuno vede. Promettimi soltanto che, se accadrà quello che penso, prenderai almeno in considerazione l’idea che qualche certezza possa essere sbagliata».
Mi porta nel Complesso dei Vincenziani, nel Borgo dei Vergini, alla Sanità. Attraversiamo corridoi severi e ambienti settecenteschi, poi apre una porta di legno intagliato e mi fa entrare nella Ca****la delle Reliquie, piccolo scrigno attribuito a Luigi Vanvitelli. Intorno a noi teche, ostensori, reliquiari, paramenti. Il genere di luogo che, per deformazione professionale, avrei potuto osservare per ore.
Alfredo si ferma davanti a un dipinto annerito dal tempo: il Quadro dell’Anima Dannata. «Lo vedi? Qui veniva a pregare anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La tradizione racconta di una donna che viveva un adulterio con un ragazzo più giovane. Dopo la morte gli sarebbe apparsa tra le fiamme e, come prova, avrebbe lasciato l’impronta delle mani bruciate sulla tela». Lo fisso. «Ah, perfetto. Vedo che partiamo subito con cose leggere. E quindi, secondo te, io dovrei convertirmi per paura dell’inferno?». Sorrise. «Aspetta. Questo serviva soltanto a farti capire in che razza di posto ti ho portata. Non è finita».
Alla mia sinistra, tra gli altri reliquiari, noto un contenitore diverso dagli altri. In cima c’è una piccola ampolla, con dentro qualcosa di scuro e grumato.
Alfredo mi invita a inginocchiarmi. Guardo la gonna, poi le calze, poi lui. «Mettiti tu in ginocchio». Sorride e lo fa. Tira fuori il telefono e si collega a una diretta dal Duomo. A quel punto la situazione mi sembra talmente assurda da diventare quasi divertente.
Dalla diretta si ode lo scampanio: il sangue di San Gennaro si è sciolto. Nello stesso momento guardo l’ampolla davanti a me. La massa che poco prima mi era sembrata densa ora appare liquida. Resto immobile. Poi la prendo in mano e la muovo piano. «Non è possibile».
Alfredo, naturalmente, non aspettava altro. «Questa è quella che viene chiamata la terza ampolla di San Gennaro. Nel 2016 è riemersa proprio qui, quando questa ca****la è stata aperta al pubblico. È accompagnata da un’autentica del 1793, firmata dal vescovo di Ferentino, che ne attesta la donazione ai Padri della Missione. Quando fu ritrovata risultava liquida. Non c’è però alcun documento che dica che debba esserlo sempre. Può presentarsi liquida oppure coagulata. Oggi la stai vedendo anche tu».
Alzo gli occhi verso la volta. La mia parte razionale comincia immediatamente a cercare spiegazioni. Temperatura, movimento, composizione della sostanza, suggestione. Tutto ciò che una persona come me è abituata a fare quando qualcosa non rientra facilmente nelle proprie categorie. Ma intanto continuo a guardare quell’ampolla.
Esco dalla ca****la senza aureole e senza conversioni. Non divento improvvisamente credente e Alfredo non ottiene la soddisfazione di vedermi inginocchiata. Eppure qualcosa, devo ammetterlo, era successo.
Forse non dentro la mia fede, che non avevo, ma dentro la mia idea di Napoli.
Nei giorni successivi cominciai a osservarla diversamente. Non soltanto il golfo che appare all’improvviso tra due palazzi, ma i panni stesi tra i balconi, il caffè che borbotta nelle cucine, il sugo della domenica, le voci che passano da una finestra all’altra. Mi accorgevo che quella città possedeva una capacità irritante: riusciva a rendere plausibili cose che altrove avrei liquidato con una risata.
Tornata a Verona, ci sono mattine in cui, appena scesa dal letto, quasi senza accorgermene, mi sfugge un segno della croce. Non per fede, non ancora; forse non lo sarà mai. È soltanto un gesto antico che si è infilato nelle mie abitudini. Quando me ne accorgo sorrido. «Pazza». Forse.
Poi mi torna alla mente Alfredo, con il suo orgoglio da attore e quella macchina scassata che arrancava per Napoli. Mi ha lasciato dentro qualcosa che non saprei definire. Non so nemmeno se abbia a che fare con lui oppure con quella città nella quale mi aveva trascinata quasi per gioco.
So soltanto che, quando a Verona qualcuno ironizza sui “superstiziosi napoletani”, adesso non ribatto più. Sorrido.
Tengo persino un promemoria in agenda. Una sola parola: «Napoli».
Ogni tanto cambio la data. Non lo cancello mai.
Roberto Bonaventura
Se vuoi leggere altre novelle partenopee👇
https://amzn.eu/d/aabFKfS