OFF Gallery

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OFF Gallery Nel cuore del centro antico di Napoli, ad un passo dalla Cappella Sansevero, Off Gallery narra dell’amore di B.
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per l’arte, quella antica e quella contemporanea. Una colonna greca, scoperta quasi per caso, accoglie il visitatore in uno spazio dal forte carattere, carico di memorie e suggestioni, dove il passato che affiora dialoga con le opere degli artisti contemporanei in mostra con sorprendente accondiscendenza.

17/10/2026

HANOI ART CONNECTING 8 XIN TRÂN TRỌNG GIỚI THIỆU NGHỆ SĨ CARLA VIPARELLI ĐẾN TỪ Ý

Carla Viparelli là nghệ sĩ người Ý đến từ Napoli. Bà tốt nghiệp Cử nhân Triết học loại xuất sắc tại Đại học Naples với luận văn về Nghệ thuật Đương đại. Mặc dù được đào tạo chuyên ngành Triết học, Carla Viparelli là một nghệ sĩ tự học và đã hoạt động chuyên nghiệp trong lĩnh vực nghệ thuật suốt 40 năm.

Triển lãm cá nhân đầu tiên của bà được tổ chức vào năm 1986. Kể từ đó, bà không ngừng sáng tác và tham gia nhiều triển lãm tại Ý, bao gồm các không gian nghệ thuật mang tính thể chế và các phòng trưng bày tư nhân, cũng như tại nhiều quốc gia trên thế giới như Hoa Kỳ, Nhật Bản, Thái Lan và các nước châu Âu như Tây Ban Nha, Pháp, Ba Lan, Thụy Sĩ, Thụy Điển, Đan Mạch...

Năm 2018, Carla Viparelli khởi xướng “Italian Art Tour”, một chương trình lưu trú nghệ thuật tại Ý dành cho các nghệ sĩ quốc tế. Trong thực hành nghệ thuật, bà chủ yếu làm việc với hội họa và hoạt hình video, đồng thời kết hợp giữa các kỹ thuật truyền thống như vẽ, sơn dầu với những công nghệ mới. Việc ứng dụng công nghệ điện tử đã tạo nên một bước ngoặt quan trọng trong quá trình nghiên cứu và phát triển ngôn ngữ nghệ thuật của bà.

Triết học luôn có ảnh hưởng sâu sắc đến tư duy và hình ảnh nghệ thuật của Carla Viparelli. Với bà, nghệ thuật không chỉ là một phương tiện biểu đạt mà còn là một cách để tư duy và khám phá những vấn đề của triết học. Như E. Goldman từng nhận xét: “Đối với bà, nghệ thuật là cách tốt nhất để trở thành một triết gia.”

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HANOI ART CONNECTING 8 IS HONORED TO PRESENT ARTIST CARLA VIPARELLI FROM ITALY

Carla Viparelli is an Italian artist from Naples. She graduated with honours in Philosophy from the University of Naples, where she completed her thesis on Contemporary Art. Although formally trained in Philosophy, Carla Viparelli is a self-taught artist who has been professionally active in the art world for over 40 years.

Her first solo exhibition was held in 1986. Since then, she has continued to create and exhibit her work extensively in Italy, including at institutional art spaces and private galleries, as well as internationally in countries such as the United States, Japan, Thailand, Spain, France, Poland, Switzerland, Sweden, Denmark, and many others.

In 2018, Carla Viparelli initiated the “Italian Art Tour", an artistic residency programme in Italy for international artists. In her artistic practice, she primarily works with painting and video animation, combining traditional techniques such as drawing and oil painting with new technologies. The application of electronic technology has marked an important turning point in the development and exploration of her artistic language.

Philosophy has always had a profound influence on Carla Viparelli’s artistic thinking and imagery. For her, art is not merely a means of expression but also a way of thinking and exploring philosophical questions. As E. Goldman once observed: “For her, art is the best way to become a philosopher.

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𝐇𝐀𝐍𝐎𝐈 𝐀𝐑𝐓 𝐂𝐎𝐍𝐍𝐄𝐂𝐓𝐈𝐍𝐆 𝟖 - 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥 𝐀𝐫𝐭 𝐖𝐨𝐫𝐤𝐬𝐡𝐨𝐩 𝐚𝐧𝐝 𝐄𝐱𝐡𝐢𝐛𝐢𝐭𝐢𝐨𝐧 𝟐𝟎𝟐𝟔
02.11.2026 - 07.11.2026

ANTONIO DEL DONNO Amore sacroTRA SACRO E PROFANO - Dove finisce il sacro e comincia il profano?La dualità “SACRO-PROFANO...
16/10/2026

ANTONIO DEL DONNO
Amore sacro

TRA SACRO E PROFANO - Dove finisce il sacro e comincia il profano?

La dualità “SACRO-PROFANO” come fulcro della sua arte.

Le parole ed i titoli che Del Donno inserisce al centro delle sue tele (spesso scritti con caratteri stampatissimi e neri) non sono semplici decorazioni. L’espressione “Amore sacro” (spesso legata o contrapposta idealmente al concetto di Amor profano) rappresenta l’indagine filosofica che ha guidato tutta la sua vita: dove finisce il sacro e dove inizia il profano?

• Il Sacro per Del Donno: non indica una sottomissione alla fede cattolica o alle istituzioni della Chiesa. Per lui, il sacro coincide con la parte più pura, invisibile, arcaica, e autentica dell’anima umana.

•Il Profano: è la quotidianità densa di materia, i vizi, il dolore umano, la mercofizaipone e il consumismo della società contemporanea.

Scrivendo “Amore sacro” sulla tela, l’artista compie una provocazione visiva: spinge chi guarda ad interrogarsi su quanto spiritualismo e “sacralità” siano rimasti nei nostri sentimenti quotidiani.

Lo sfondo è dominato da una stesura di acrilico gestuale e materico.

La parola scritta agisce come un elemento grafico dirompente, quasi fosse un manifesto pubblicità o un cartello stradale.

Il contrasto tra la solennità spirituale evocata dal titolo de la “povertà” dei materiali usati simboleggia perfettamente il corpo umano (materia deperibile) che racchiude un sentimento trascendente (l’amore sacro).

💬Del Donno ci provoca da decenni mettendo a n**o il confine tra spiritualità e consumismo. Cosa evoca in te la forza visiva di quest’opera? Scrivilo nei commenti.

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14/10/2026

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La storia di Mimmo Rotella è l’avventura Dio inno dei più grandi pionieri dell’arte contemporanea italiana ed internazio...
09/10/2026

La storia di Mimmo Rotella è l’avventura Dio inno dei più grandi pionieri dell’arte contemporanea italiana ed internazionale, famoso per aver trasformato i muri della città in tele d’artista.
Tra le muse più iconiche e amate di Rotella, spicca senza dubbio Marilyn Monroe, considerata da Rotella il simbolo assoluto del mito d’oggi, della bellezza immortale ma anche della fragilità della cultura pop.

Tamburi OrfeoSenza titoloIncisione Grafica acquerellata a manoI soggetti preferiti di Tamburi Orfeo sono i palazzi, le f...
07/10/2026

Tamburi Orfeo
Senza titolo
Incisione Grafica acquerellata a mano

I soggetti preferiti di Tamburi Orfeo sono i palazzi, le facciate, i tetti e i vicoli delle città. Le sue composizioni eliminano quasi sempre la figura umana per concentrarsi sulla struttura architettonica.
Le finestre sbarrate, le persiane socchiuse, i comignoli e le facciate geometriche diventano metafore di solitudine e riflessione.
La sua tavolozza predilige i toni caldi ma severi: le terre di Siena, i rossi mattoni, gli ocra, i grigi e i bruni. La luce nelle sue opere non è elettrica o Pop, ma è una luce naturale, spesso pomeridiana o autunnale, che crea ombre nette e malinconiche.

Nelle tele di Lodola, la Vespa Piaggio non è semplicemente un mezzo di trasporto, ma un vero e proprio archetipo della c...
05/10/2026

Nelle tele di Lodola, la Vespa Piaggio non è semplicemente un mezzo di trasporto, ma un vero e proprio archetipo della cultura di massa e del design italiano. Diventa il simbolo per eccellenza della libertà, della spensieratezza e della giovinezza.
Come in quasi tutti i soggetti di Marco Lodola, la donna sulla Vespa non ha lineamenti facciali né dettagli anatomici. Questa scelta stilistica, derivata dalla Pop Art e dal Nuovo Futurismo, serve a togliere l’identitá al singolo per renderlo universale. Chiunque guardi la tela può immedesimarsi in quella figura o proiettarvi un proprio ricordo legato alla libertà ed al viaggio.

04/10/2026

Napoli non smette mai di stupire

Napoli non smette mai di stupire. Lo dico io, che fino a qualche anno fa consideravo quella frase una delle tante invenzioni autoreferenziali di certi napoletani, soprattutto negli ultimi anni, quando la mania degli influencer ne ha fatto un ritornello ossessivo. E invece mi sbagliavo.

Io vivo a Verona e ho una galleria d’arte. Qualche tempo fa entra da me un signore distinto. Avrà avuto più o meno la mia età, e qui permettetemi un inciso: io ne ho cinquanta e non me ne vergogno affatto. Anzi, me li porto più che bene, tanto che i corteggiamenti non mancano. Voi direte: «Che c’entra questa nota?». C’entra eccome, perché un pizzico di vanità fa parte del racconto e, certe volte, la vita ama sorprenderci proprio quando ci sentiamo più sicuri di noi.

Scambio poche parole con quell’uomo e subito riconosco l’accento napoletano. Qualcuno potrebbe domandarsi come faccia una veronese a distinguerlo da quello di Salerno o di Avellino. Lo riconosco perché qualche anno fa sono stata — dico ironicamente — “infidanzata” con un commercialista di Chiaia. Sapeva tutto di conti, bilanci e dichiarazioni dei redditi, e aveva imparato parecchio anche di me. Uomo elegante, maniere quasi aristocratiche, forse persino barone, o così sosteneva. Affascinante, sì. Bugiardo cronico, però.

Io, che mi vanto di avere una specie di antenna parabolica per i bugiardi, con lui non avevo captato subito il segnale. Evidentemente la mia antenna ha bisogno di un po’ di tempo per sintonizzarsi. Lo conobbi a una mostra a Capodimonte, dove ero stata invitata come relatrice — perché, oltre a occuparmi d’arte come gallerista, sono anche storica dell’arte — e lui sapeva sedurre con la stessa destrezza con cui quadrava i conti. Sapeva fare molte cose. Dire la verità non era fra queste.

Torno al signore della mia galleria. Lo squadro. La prima cosa che noto sono le scarpe: splendide, di cuoio pregiato, fatte a mano, lucidissime. Mio padre ripeteva sempre a mio fratello: «Un uomo lo giudichi dalle scarpe. Puoi risparmiare sulla cravatta, persino sull’orologio, ma mai sulle scarpe. Se sono scadenti, anche l’abito più bello perde fascino». Alfredo — così si chiamava — passava l’esame con lode.

Poi l’imprevisto. Si toglie il cappotto nero e sotto ha un clergyman, con tanto di colletto romano. Mi prende un colpo. «Oddio, ma lei è un prete?». Sorride. «No, non si spaventi. Sono un attore. Mi hanno chiamato per un casting qui a Verona. Mi sono presentato con il colletto di mio cugino. Ho pensato che facesse colpo. E in effetti l’ha fatto, no?». Scoppiamo a ridere.

Quella risata ci porta dritti a un caffè. Io, con la galleria ancora aperta, chiudo di corsa e lo seguo. Mi divertiva soprattutto vedere la faccia dei passanti: io, notoriamente anticlericale, seduta al tavolino con uno che a tutti gli effetti sembrava un prete.

E sì, sono piuttosto anticlericale. Colpa, iperbolicamente, di mia zia Irene, suora. Quando i miei genitori mi lasciavano da lei in convento per me era un tormento. Le cucine odoravano di cavolo e io, bambina difficile, vivevo quelle zuppe e quei minestroni come una punizione. Lei era inflessibile: «Non ti alzi finché non hai finito». Inventai di tutto: cibo nascosto nelle maniche, infilato nelle scarpe, persino cucchiaiate lanciate dalla finestra.

Suor Irene, mia zia, non era cattiva. Credeva davvero di fare il mio bene. Ripeteva con straordinaria originalità: «I bambini in Africa muoiono di fame e tu lasci la minestra nel piatto». Io mi sono sempre chiesta quale relazione ci fosse tra la mia pancia piena e la loro vuota. Sul letto di morte, con gli occhi lucidi, mi disse: «Perdonami se ti obbligavo a mangiare quello che non volevi. Credevo fosse il meglio per te». Fu una confessione tenerissima e, conoscendola, anche un poco comica.

Alfredo mi ascoltava divertito, sorseggiando un caffè che evidentemente gli sembrava tristissimo. I napoletani fuori da Napoli vivono il caffè come una delle piccole sciagure dell’esilio. A un certo punto si fece serio. «Sei imbarazzata. È per il colletto da prete?». «Sì. Toglilo, ti prego. Non mi fido dei preti, nemmeno se finti», ironizzai. Se lo sfilò e, con un improvviso lampo d’orgoglio, soggiunse: «E comunque non pensare che io faccia il giullare. Sono un attore di teatro, vivo di quello. Potrei recitare ovunque, persino a Hollywood, se solo conoscessi l’inglese come il napoletano». Quell’orgoglio mi piacque. Preferisco chi mostra apertamente le proprie vanità a chi si affanna a sembrare modesto.

Il giorno dopo me lo rivedo entrare in galleria. «Hai due possibilità. O vieni a cena con me — niente colletto, giuro — oppure vieni a Napoli. Ti mostro qualcosa che ti farà cambiare idea sul tuo ateismo». Non accettai la cena, perché avevo già un impegno. Ma quella promessa mi rimase in testa.

Da lì messaggi, telefonate, videochiamate. Odio le videochiamate, ma con lui facevo eccezione, soprattutto quando compariva sullo schermo con il mare e Castel dell’Ovo alle spalle. A poco a poco Napoli cominciava a raggiungermi prima ancora che decidessi di andarci.

Un giorno affido l’attività alla mia socia e scendo.

Alfredo viene a prendermi all’aeroporto con una macchina scassata e cigolante. Io la guardo perplessa. «Non ti spaventare. A Napoli i più ricchi hanno le macchine peggiori. Vecchia politica degli anni Ottanta. La macchina buona sta in garage, come una reliquia». Ridiamo.

Il giorno dopo è San Gennaro. «Non dirmi che mi hai fatto ve**re qui per questa storia del sangue che si scioglie», sbottai. «Se è così, riparto subito». Lui, invece di ridere, si fece serio. «No. Voglio farti vedere qualcosa che quasi nessuno vede. Promettimi soltanto che, se accadrà quello che penso, prenderai almeno in considerazione l’idea che qualche certezza possa essere sbagliata».

Mi porta nel Complesso dei Vincenziani, nel Borgo dei Vergini, alla Sanità. Attraversiamo corridoi severi e ambienti settecenteschi, poi apre una porta di legno intagliato e mi fa entrare nella Ca****la delle Reliquie, piccolo scrigno attribuito a Luigi Vanvitelli. Intorno a noi teche, ostensori, reliquiari, paramenti. Il genere di luogo che, per deformazione professionale, avrei potuto osservare per ore.

Alfredo si ferma davanti a un dipinto annerito dal tempo: il Quadro dell’Anima Dannata. «Lo vedi? Qui veniva a pregare anche sant’Alfonso Maria de’ Liguori. La tradizione racconta di una donna che viveva un adulterio con un ragazzo più giovane. Dopo la morte gli sarebbe apparsa tra le fiamme e, come prova, avrebbe lasciato l’impronta delle mani bruciate sulla tela». Lo fisso. «Ah, perfetto. Vedo che partiamo subito con cose leggere. E quindi, secondo te, io dovrei convertirmi per paura dell’inferno?». Sorrise. «Aspetta. Questo serviva soltanto a farti capire in che razza di posto ti ho portata. Non è finita».

Alla mia sinistra, tra gli altri reliquiari, noto un contenitore diverso dagli altri. In cima c’è una piccola ampolla, con dentro qualcosa di scuro e grumato.

Alfredo mi invita a inginocchiarmi. Guardo la gonna, poi le calze, poi lui. «Mettiti tu in ginocchio». Sorride e lo fa. Tira fuori il telefono e si collega a una diretta dal Duomo. A quel punto la situazione mi sembra talmente assurda da diventare quasi divertente.

Dalla diretta si ode lo scampanio: il sangue di San Gennaro si è sciolto. Nello stesso momento guardo l’ampolla davanti a me. La massa che poco prima mi era sembrata densa ora appare liquida. Resto immobile. Poi la prendo in mano e la muovo piano. «Non è possibile».

Alfredo, naturalmente, non aspettava altro. «Questa è quella che viene chiamata la terza ampolla di San Gennaro. Nel 2016 è riemersa proprio qui, quando questa ca****la è stata aperta al pubblico. È accompagnata da un’autentica del 1793, firmata dal vescovo di Ferentino, che ne attesta la donazione ai Padri della Missione. Quando fu ritrovata risultava liquida. Non c’è però alcun documento che dica che debba esserlo sempre. Può presentarsi liquida oppure coagulata. Oggi la stai vedendo anche tu».

Alzo gli occhi verso la volta. La mia parte razionale comincia immediatamente a cercare spiegazioni. Temperatura, movimento, composizione della sostanza, suggestione. Tutto ciò che una persona come me è abituata a fare quando qualcosa non rientra facilmente nelle proprie categorie. Ma intanto continuo a guardare quell’ampolla.

Esco dalla ca****la senza aureole e senza conversioni. Non divento improvvisamente credente e Alfredo non ottiene la soddisfazione di vedermi inginocchiata. Eppure qualcosa, devo ammetterlo, era successo.

Forse non dentro la mia fede, che non avevo, ma dentro la mia idea di Napoli.

Nei giorni successivi cominciai a osservarla diversamente. Non soltanto il golfo che appare all’improvviso tra due palazzi, ma i panni stesi tra i balconi, il caffè che borbotta nelle cucine, il sugo della domenica, le voci che passano da una finestra all’altra. Mi accorgevo che quella città possedeva una capacità irritante: riusciva a rendere plausibili cose che altrove avrei liquidato con una risata.

Tornata a Verona, ci sono mattine in cui, appena scesa dal letto, quasi senza accorgermene, mi sfugge un segno della croce. Non per fede, non ancora; forse non lo sarà mai. È soltanto un gesto antico che si è infilato nelle mie abitudini. Quando me ne accorgo sorrido. «Pazza». Forse.
Poi mi torna alla mente Alfredo, con il suo orgoglio da attore e quella macchina scassata che arrancava per Napoli. Mi ha lasciato dentro qualcosa che non saprei definire. Non so nemmeno se abbia a che fare con lui oppure con quella città nella quale mi aveva trascinata quasi per gioco.

So soltanto che, quando a Verona qualcuno ironizza sui “superstiziosi napoletani”, adesso non ribatto più. Sorrido.
Tengo persino un promemoria in agenda. Una sola parola: «Napoli».

Ogni tanto cambio la data. Non lo cancello mai.

Roberto Bonaventura

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Insolito pulcinella 59,4x42cmPastello ad olio su carta Mary CinqueMary Cinque e la sua capacità indiscussa di fotografar...
25/09/2026

Insolito pulcinella 59,4x42cm
Pastello ad olio su carta
Mary Cinque

Mary Cinque e la sua capacità indiscussa di fotografare attimi senza fotocamera, ma con un foglio ed un pastello ad olio, suo elemento identificativo.
La luce dei pastelli ad olio e la sua capacità di imprimere i luoghi e le persone in un’immagine riesce a fermare il tempo. Visioni l’opera e attorno a te non esiste più niente, sei all’interno del suo disegno, della sua testa, dell’esperienza che ha vissuto e delle cose che ha visto, che hanno portato alla realizzazione di quell’immagine avanti a te.

Per un attimo possiamo essere tutti Mary Cinque, la quale ci permette, attraverso le sue mani e degli strumenti, di entrare nella sua percezione delle cose e ammirare il mondo circostante con lo stesso amore che ci mette lei.

Questo è quello che si prova trovandosi avanti un’opera di Mary Cinque 🌸
Tu che aspetti per visionarla? Vienici a trovare in galleria!

OFF Gallery - Via Francesco De Sanctis 15, NA

Ti aspettiamo!

Batman, fuori dallo schermo. 🦇Un’inclinazione che tutti conosciamo, reinterpretata da PAU attraverso il gesto, la materi...
23/09/2026

Batman, fuori dallo schermo. 🦇

Un’inclinazione che tutti conosciamo, reinterpretata da PAU attraverso il gesto, la materia ed il contrasto tra il nero profondo del personaggio ed il fondo cipria.

Ma questa volta Batman non è sul grande schermo, né sulle pagine di un fumetto.
È qui, a Napoli.

È esposto negli spazi di OFF GALLERY, nel cuore del centro storico: un luogo dove l’immaginario pop incontra l’arte contemporanea e le icone che pensavamo di conoscere tornano a sorprenderci.

📍OFF GALLERY
Via Francesco De Sanctis,15
Centro Storico, Napoli

09/09/2026

Indirizzo

Via Francesco De Sanctis, 15
Naples
80134

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 18:30
Mercoledì 09:30 - 18:30
Giovedì 09:30 - 18:30
Venerdì 09:30 - 18:30
Sabato 09:30 - 18:30

Telefono

+393388919346

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