10/05/2026
📌 La Biennale di Venezia 2026 lascia un dato impossibile da ignorare: 110 invitati. Zero artisti italiani. Nemmeno uno. Ma la cosa piú grave é un sistema di lobby che negli ultimi 20 anni ha marginalizzato e ucciso gli artisti e le menti migliori.
L'assenza di artisti italiani non è una svista. Non è una coincidenza. E, soprattutto, non è folklore curatoriale.
La scelta di Koyo Kouoh — nata in Cameroon, cresciuta tra Africa ed Europa, residente in Switzerland, chiamata a guidare una delle piattaforme artistiche più influenti del pianeta — ha il peso di un gesto politico. La curatrice é scomparsa prima che la lobby italiana potesse intercettarla, ma allora ,se così fosse, questo sistema esiste, è solo tramite questo sistema gli artisti italiani potrebbero accedere alla Biennale, perché nella prima lista di artisti italiani non ce n'erano. Semplicemente perché sconosciuti alla curatrice.
Escludere completamente l’Italia dalla mostra centrale della Biennale di Venezia non può essere casuale. È un messaggio. E quel messaggio ha un destinatario preciso: il sistema di potere dell’arte italiana.
Gli artisti non arrivano in Biennale spedendo curriculum via mail. Non funziona così. Da sempre i nomi circolano attraverso reti consolidate: curatori, collezionisti, galleristi, direttori di museo, advisor, relazioni costruite in anni di cooptazione.
Ed è proprio qui il punto.
Se in una lista di 110 invitati non compare nemmeno un artista italiano — né emergente, né storico, né “quota di rappresentanza nazionale” — significa che qualcosa, in quella filiera, si è spezzato. Oppure è stato deliberatamente ignorato.
Ancora più sorprendente è il silenzio delle istituzioni. A partire da Pietrangelo Buttafuoco, che su questo punto non ha detto una parola. Un silenzio che pesa.
Le ipotesi, a questo punto, sono due.
Primo scenario: la curatrice non è mai stata realmente intercettata dalla rete di influenza italiana, quella che da anni propone, sostiene e riposiziona sempre gli stessi nomi.
Secondo scenario — il più interessante: la curatrice quella rete l’ha vista benissimo. E ha scelto consapevolmente di non legittimarla.
Se fosse così, il messaggio sarebbe chiarissimo.
E a chi sarebbe rivolto?
A quella costellazione di figure che, da almeno vent’anni, orienta gran parte del discorso sull’arte contemporanea italiana: Cecilia Alemani, Massimiliano Gioni, Francesco Bonami, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Maurizio Cattelan, insieme a strutture come Galleria Massimo De Carlo, ZERO... e Galleria Continua.
Il vero problema, però, non è chi entra.
Il problema è chi smette di provarci.
Perché in un sistema dove i nomi vengono tramandati più che scoperti, dove il capitale relazionale conta più del rischio critico, le menti migliori spesso abbandonano. Artisti, curatori, ricercatori. Dopo cinque, dieci, quindici anni semplicemente spariscono.
Non perché manchi talento.
Perché manca ossigeno.
Ed è forse proprio questo che la Biennale 2026 sta dicendo all’Italia.
Non con un manifesto.
Non con un’intervista.
Ma con l’atto curatoriale più violento possibile:
110 artisti invitati. Zero italiani.