25/07/2026
Nel 1895, il mercato antiquario romano si muove verso i Castelli Romani. Eliseo Borghi, noto e intraprendente antiquario, stringe un accordo privato con i principi Orsini, proprietari del lago, ottenendo l'autorizzazione ministeriale per avviare nuove esplorazioni sui relitti imperiali.
Borghi introduce una novità tecnologica fondamentale: basta con i distruttivi pontoni ad ancora dei secoli passati. Incarica un palombaro professionista munito di scafandro per scendere sul fondale e toccare con mano le strutture millenarie.
I ritrovamenti sono tra i più incredibili nella storia dell'archeologia. Dall'acqua riemergono elementi eccezionali: le famose protomi bronzee a forma di testa di leone, lupa e pantera, insieme a tubi in piombo (fistulae), cerniere in bronzo e preziosi frammenti di mosaici in opus sectile.
Ma che fine fecero questi capolavori appena ritrovati? Borghi, da buon antiquario, li espose nel suo studio a Roma con l'intenzione di venderli al miglior offerente, attirando subito l'interesse dei grandi musei stranieri.
Per evitare la perdita di questo patrimonio nazionale, lo Stato italiano intervenne e nel 1896 il Ministero acquistò l'intera collezione per l'altissima cifra all'epoca di 35.000 lire, salvando i reperti.
La bellezza dei bronzi svela al mondo l'opulenza della flotta di Caligola, ma il metodo "a strappo" del palombaro danneggia il legno degli scafi. Il Ministero della Pubblica Istruzione interviene prontamente bloccando i lavori per tutelare il sito, segnando il passaggio dalle ricerche private alla tutela dello Stato.
Ormai è chiaro: per salvare le navi senza distruggerle non bastano i palombari. Serve un'opera ingegneristica titanica.
Bisogna svuotare il lago...
🏛 Fonte immagine: Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte INASA
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