08/07/2026
MAURICE LEMAÎTRE
Quando il giovane Lemaître – già studente alla Scuola d’Arti e Mestieri con all’attivo un’esperienza di collaborazione a «Le Libertaire», il settimanale della Fédération Anarchiste sulle cui colonne in quello stesso torno di tempo doveva promuovere un’inchiesta, scandalosa per l’epoca e per la tribuna, a proposito della figura di Ferdinand Céline, processato per collaborazionismo – incontra Isou, nel dicembre 1949, questi aveva già posto le basi teoriche del Lettrismo, concepito come luogo per così dire geometrico del ribaltamento di una tendenza “di cesello” che a partire dall’Ottocento, muovendo da Baudelaire e Debussy aveva condotto al superamento della narrazione, del verso o della frase musicale, consentendo d’isolare e di spezzare quindi la parola, scoprendo nella lettera l’unità delle arti poetiche, sonore (e visive), dal quale avrebbe tratto origine una nuova fase “d’ampiezza”,
un’epica rigenerata. Ed aveva concepito il quadro dell’“economia nucleare” identificando nella gioventù, esterna al sistema produttivo, il soggetto che avrebbe potuto rovesciarne i valori. Nella elaborazione isouiana Lemaître individua «la sola scala di valori nuova e precisa che oggi possediamo». E rende ad Isou il merito di esser riuscito nell’intento di «spezzare quadri di riferimento esauriti, [di] annunciare un’epoca nuova, di rendere disponibile una nuova materia». Detto questo, manifesta sinteticamente il suo intento, affermando che «bisogna mettersi seriamente al lavoro, vale a dire produrre delle opere».
Non occorre ribadire sino a che punto Lemaître abbia tenuto fede a questo obiettivo. Di certo nessuno, fra i lettristi (senza escludere lo stesso Isou), ha rivelato un vigore polemico ed un talento organizzativo pari al suo. Capace di trattare dadaisti del rango di Raoul Haussmann e di Hugo Ball come «poetucoli miserabili nei loro tentativi» e registi del livello di Alain Resnais da plagiari, ma sensibile al tempo stesso verso altri precedenti storici al punto da rivalutare, per primo in Francia, L’arte dei rumori di Luigi Russolo o da avviare l’esplorazione del teatro futurista ed espressionista; brillante nell’animare riviste («Ur», «Front de la Jeunesse», «Poésie Nouvelle», «Lettrisme» ecc.), cafés-thèâtre e cafès-cinémas (Le Colbert), nel curare edizioni (attraverso il Centre de Créativité) e registrazioni sonore (“Maurice Lemaître presente le Lettrisme”, Columbia ESRF 1171, 1958), appassionatamente velleitario nelle sue candidature politiche, Lemaître è rimasto sempre in prima fila, senza abdicare di fronte all’autorità del fondatore né in questioni concernenti l’etica di gruppo né in tema di poetica. Ma per rendergli giustizia occorre districarsi dai molteplici ruoli che ha rivestito in un movimento numericamente abbastanza esiguo da imporgli un così grande investimento d’energia in compiti di natura manageriale.
Perché Lemaître è non solo uno degli autori più prolifici e più completi del movimento, avendo segnato i campi del romanzo, della plastica ipergrafica, della fotografia infinitesimale o del teatro (oggetto di un manifesto ancor oggi esemplare). È (ed è destinato a rimanere) l’uomo di cinema di maggior spicco non solo in ambito lettrista, ma – probabilmente – nell’insieme degli anni ’50, decennio in cui pure appaiono opere fondamentali del cinema sperimentale, quali “The Pleasure Garden” di James Broughton, “The Inauguration of the Pleasure Dome” di Kenneth Anger e “Flesh of Morning” di Stan Brakhage. Raggiunto il capolavoro al primo tentativo, con “Le film est dejà commencé?” (1951), pellicola mixata con scarti di produzione, immagini graffiate, macchiate e sovrascritte, destinata a costituire la base di una “séance de cinema” integrata da uno schermo tridimensionale, da interventi di attori confusi fra il pubblico ed altre forme di provocazione, Lemaître si è spinto oltre, saggiando i territori del cinema supertemporale, aperto alla collaborazione – cronologicamente sfasata – di autori diversi, e del film “immaginario” presentando una scatola da pellicola ed invitando il pubblico ad inventarne il possibile contenuto.
Altri contributi essenziali sono venuti nel campo del romanzo ipergrafico (in cui le parole sono mescolate alle immagini, con un impatto evocativo immediato), ove le dieci tavole del suo “Canailles” (1950) – insieme a “Les Journaux des Dieux” di Isou e “Saint Ghetto des Préts” di Gabriel Pomerand – pongono le basi di un autentico rivolgimento della prosa letteraria. Quanto alla sfera delle arti visive, dove pure Lemaître ha spaziato, ci limiteremo a citare due fondamentali apporti innovativi: la grande cassa di legno, presuntiva custodia di una “Sculpture inimaginable”, presentata nel 1964 al Salon Comparaisons, in cui si affaccia un tema che sarà rielaborato più tardi da autori concettuali (Mel Ramsden) e Fluxus (Eric Andersen); la “séance d’art corporel supertemporelle” svoltasi l’8 dicembre dello stesso anno alla Galerie Connaître di Parigi, in cui l’artista presentava il suo corpo come supporto per la realizzazione d’interventi grafici da parte del pubblico.
In questa rassegna che vuole ricordare l’artista nel centenario della sua nascita e dare un segno della sua presenta a Genova sono esposte due tele (“Lettre delirant”, 1995 e “Pochade ér****ue lettriste”, 2000), una grande tempera (“La voiture lettriste” 1964), un pittoscultura, assemblaggio di grandi lettere in legno, un tempo usate per la stampa di manifesti: “Lettre à un faux-col” (2000), due fotografie ritoccate, e cinque fotocopie a colori (numerate e firmate) della serie che dà il titolo alla mostra, nelle quali Lemaître asserisce, con il supporto di immagini e date di essersi spinto “più lontano” di Klee, Picasso, Matisse, Mondrian, Freundlich, nonché volumi, brochures, volantini e lettere personali.
Una molteplicità di registri narrativi e visuali che converge verso una delle affermazioni cruciali dell’autore: «la felicità è il fine supremo della creazione». Un’affermazione che riverbera sulle opere in mostra e che a livello di poetica trova il suo complemento ideale in una frase di Van Gogh «la nostra opera sia così sapiente da sembrare ingenua”.