Museo del Fronte e della Memoria

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Il ventotto  Agosto 1944, dopo una lunga Agonia, moriva nel Campo di Concentramento Nazista di Buchenwald, sua Altezza R...
28/08/2026

Il ventotto Agosto 1944, dopo una lunga Agonia, moriva nel Campo di Concentramento Nazista di Buchenwald, sua Altezza Reale la Principessa Mafalda di Savoia.
La sua morte ci fa capire che davanti all'odio e alla follia omicida Nazista, non esistono differenze di ceto.

Il ventotto agosto 1943, Mafalda partì per Sofia ,per andare a trovare
Boris III di Bulgaria, marito della sorella Giovanna, stava molto male, anzi per la verità quando lei si mise in viaggio era già morto, ma lei questo non lo sapeva.
Boris III era forse stato avvelenato dai tedeschi in seguito a un suo colloquio con Adolf Hi**er.

Il marito di Mafalda, Filippo, era in Germania col figlio maggiore, mentre i tre figli più piccoli erano con lei a Roma.
L’armistizio di Cassibile con il blocco alleato fu firmato il tre settembre 1943 e reso pubblico l’otto settembre dagli statunitensi, nonostante da parte italiana si volesse posticipare l’annuncio al dodici .

La notte fra l’otto e il nove settembre i membri del Governo, il Ministero della Guerra, per loro decisione, assieme al Re e la Famiglia, partirono da Roma con destinazione Brindisi.

I tre figli più piccoli di Mafalda, due maschi e una femmina, erano già stati portati dai nonni in Vaticano e affidati a Monsignor Montini, (Papa Paolo VI).
Dopo aver assistito al funerale di Boris III, il sette settembre Mafalda ripartì da Sofia.
Il nove Settembre la Regina Elena di Romania in persona salì sul treno ed informò Mafalda dell’armistizio.

Mafalda non ne sapeva nulla, nessuno l’aveva informata delle trattative già in atto il giorno della sua partenza forse per paura che lasciasse trapelare qualcosa con il marito, o forse ritenendo che una principessa tedesca non corresse alcun rischio.

Il nove settembre, da Budapest, Mafalda cercò di contattare il padre ma venne informata che aveva lasciato Roma, mentre i suoi figli si trovano ancora in Vaticano.
Partì in aereo con destinazione Pescara, poi Chieti, per proseguire per Roma.

Mafalda non lo sapeva, ma il marito era stato arrestato l’ otto Settembre dai tedeschi con l’accusa di aver partecipato a una congiura contro la Germania e deportato nel campo di Flossenbürg.

Riuscì a partire da Chieti solo il venti, e il ventuno arrivò a Roma dove riuscì ad riabbracciare i figli in Vaticano e tornare a Villa Polissena più serena.
Non poteva sapere che non li avrebbe mai più rivisti
Il ventidue arrivò una telefonata dall’ambasciata tedesca.
La informavano che alle undici era stato organizzato un appuntamento telefonico col marito.

Ovviamente Mafalda non sapeva che Filippo era già stato arrestato, e in più era stato Herbert Kappler in persona a chiamarla l’operazione ‘’Abeba", studiata da quando Mafalda aveva lasciato Roma, strettamente controllata dai tedeschi.

Da tempo i tedeschi sospettavano accordi fra il governo italiano e gli alleati.
Mafalda sarebbe stata un utilissimo ostaggio ,Mafalda, nervosa ma impaziente di parlare col marito, andò all’ambasciata, accompagnata dall’autista e dal commissario di polizia addetto alla Real Casa, Marchitto.
Qui l’autista venne subito arrestato, Mafalda capì l’inganno e raccomandò i suoi figli a Marchitto.

Fu portata in aeroporto e fatta salire su un aereo diretto a Berlino.
Dopo alcune settimane di prigionia Mafalda venne condotta a Buchenwald e registrata con il nome anonimo di “Frau von Weber”, anche se la voce della sua vera identità si sparse molto velocemente.
Venne sistemata in una delle baracche ‘speciali’ per i prigionieri politici.

Per gli standard di un lager era una sistemazione abbastanza comoda e i prigionieri fruivano dello stesso vitto dell’esercito.
Nel campo incontrò alcuni prigionieri italiani ai quali cercava di portare del cibo e buoni per le si*****te, tra questi cinque marinai originari della città di Gaeta , ricordiamo i loro nomi :

Sottocapo segnalatore MAGNANI Corrado;

Cannoniere MITRANO Antonio;
Marò RUGGIERI Antonio;

Fuochista COLARUOTOLO Giovanni;

Cannoniere PASCIUTO Erasmo;
Marò AVALLONE Giosuè;

Nocchiere FUSCO Apostolo.

che la riconobbero, anche se la principessa era deperita, mangiava poco e pensava soltanto alla sua famiglia lontana e spezzata.
Nel 1944 i bombardamenti in Germania si intensificarono, e il ventiquattro agosto toccò a Weimar e Buchenwald.

Una bomba colpì la baracca nella quale alloggiava Mafalda , rimase gravemente ferita ad un braccio, una ferita profonda ma non tanto grave da far temere per la sua vita.

Il ventisei agosto le sue condizioni si aggravarono, il braccio stava andando in cancrena, e il ventotto fu decisa l’amputazione.

L’operazione fu svolta in modo impeccabile, ma non in modo rapido tanto quanto il corpo debilitato di Mafalda avrebbe richiesto.
L’operazione durò a lungo, troppo a lungo per il corpo della donna, che p***e molto sangue.
Dopo l’operazione la principessa fu abbandonata a se stessa, senza ulteriori attenzioni mediche.

Il ventinove mattina Mafalda fu trovata morta nel locale che fungeva da ospedale.
La donna venne operata in un tempo giudicato troppo lungo, una strategia utilizzata spesso dai tedeschi per liberarsi dei prigionieri politici giudicati scomodi.

Padre Tyl, un sacerdote internato che benediva le salme destinate al crematorio, notò il corpo n**o col braccio amputato e chiese se si trattasse della Principessa italiana.
Avutane la conferma chiese e ottenne dal direttore del crematorio di poter seppellire il corpo anziché farlo cremare, e tenne a mente il tumulo duecento sessantadue con la scritta ‘’Eine unbekannte Frau’’ una donna sconosciuta.
Il campo di Buchenwald fu liberato dagli alleati qualche mese dopo, l’undici aprile del 1945.
I marinai Gaetani del campo cercarono la tomba di Mafalda e lavorarono per l’esercito alleato acquistarono una croce e una lapide, grazie a questo gesto la tomba della Principessa non andò persa.

Il Re Suo Padre, apprese la sorte della figlia dai giornali, soltanto il quattordici aprile del 1945.
In piena guerra fredda fu concesso al marito Filippo d’Assia di prelevare il corpo e portarlo a Cronburg, nel castello di famiglia, nel cui cimitero riposa dal 1951.
La croce di legno e la piccola lapide apposte dagli italiani a Buchenwald adornano ancora la sua tomba.
Mafalda, divenne così il simbolo di tutte le Donne Italiane deportate .

Onori !!!

17/08/2026

"Quando arriviamo con il treno è il mattino del 16 agosto 1944.
Siamo partiti da Rodi il 23 luglio, abbiamo viaggiato in queste condizioni per venticinque giorni.
(...) Le bastonate arrivano da tutte le parti, i soldati ci spingono, c'è una concitazione malata, una frenesia cattiva, scandita di nuovo dalle urla in quella lingua che non conosco e già comincio ad odiare.
(...) Finché siamo tutti insieme tutto è sopportabile, persino questo orrore, ma quando cominciano a dirci 'le donne da una parte, gli uomini dall'altra', c'è una reazione naturale, ognuno di noi non vuole separarsi dall'altro.
(...) Me lo gonfiano di botte il mio papà. Lucia è trascinata via, lontano, ci guarda smarrita.
Non possiamo fare più nulla, se non morire tutti e tre.
È uno strazio. E tutto davanti a me.
A questi occhi di ragazzo.
Io non posso fare niente.
Ho cercato in tutti i modi di aiutare mio papà.
Ma è stato inutile, tutto inutile.

Sami Modiano
da Tana libera tutti
di Walter Veltroni

Per non dimenticare…Il quindici  agosto del 2015, ci lasciava il Capo Palombaro Emilio Bianchi  uno degli Eroi di Alessa...
15/08/2026

Per non dimenticare…

Il quindici agosto del 2015, ci lasciava il Capo Palombaro Emilio Bianchi uno degli Eroi di Alessandria.

Era il quindici agosto 2015 quando ci lasciava silenziosamente all’età di centotre’ anni a Torre del Lago (frazione del comune di Viareggio) l’ultimo degli eroi di Alessandria, il Capo Palombaro Emilio Bianchi ,Medaglia d’Oro al Valor Militare.

La sua vita, intrisa di straordinario coraggio e devozione alla propria Patria , resterà per sempre nella storia navale italiana, e sicuramente anche in quella britannica, grazie a una delle imprese più audaci e decisive della Seconda Guerra Mondiale: il leggendario attacco al porto di Alessandria d’Egitto.

L’operazione, conosciuta come “ Operazione G.A.3”, si svolse nella notte tra il diciotto e diciannove dicembre 1941.

Emilio Bianchi, incursore scelto della Xª Flottiglia MAS, si imbarcò a bordo di un Siluro a Lenta Corsa (SLC), soprannominato “maiale” per la sua forma tozza.

Il suo obiettivo, e quello dei suoi compagni, era penetrare nel cuore del porto della base di Sua Maestà britannica, allora una delle principali e più difese basi navali nel Mediterraneo, per neutralizzare le navi da guerra inglesi lì ormeggiate.

Nonostante un incidente che vide Bianchi perdere conoscenza per un guasto all’autorespiratore e la necessità per De la Penne di portarlo a galla per rianimarlo, il loro incredibile spirito di abnegazione non vacillò.
Riuscirono a raggiungere una delle due corazzate britanniche, e a piazzare la carica esplosiva sotto lo scafo.

Subito dopo aver piazzato la carica, Bianchi e de la Penne furono avvistati e catturati dagli inglesi, immediatamente interrogati dagli ufficiali si rifiutarono di fornire al nemico informazioni e furono entrambi rinchiusi in un locale sotto la linea di galleggiamento.

Gli inglesi avevano il sospetto che i due incursori avessero piazzato delle cariche e pensavano che la minaccia di esplodere insieme alla nave bastasse per farli parlare ma così non fu.

Pochi minuti dopo l’esplosione, le navi da battaglia HMS ‘’ Valiant ‘’ da ventisette mila cinquecento ton. e la HMS ‘’ Queen ELizabeth ‘’ da trentatré mila cinquecento si posarono sul fondale del porto, gravemente danneggiate.

Salvatosi dopo lo scoppio della carica esplosiva collocata sotto la chiglia della nave, Bianchi venne portato in un campo di prigionia nel quale rimase sino dopo l’armistizio del settembre 1943.

Tale attacco provocò inoltre il danneggiamento del cacciatorpediniere HMS “Jervis” e della petroliera “Sagona”. Praticamente il 1st Battle Squadron della Mediterranean Fleet, tradizionale fiore all’occhiello della Royal Navy, non esisteva più.

Questo successo ebbe ripercussioni strategiche fondamentali, alterando gli equilibri di forza nel Mediterraneo e aprendo nuove prospettive per l’Asse.
Prova ne fu il commento del Primo Ministro di sua Maestà britannica Winston Churchill:
«…sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse.»

"Come va Bianchi?"
"Bene Comandante."
"Hai paura Bianchi?"
"Si Comandante".
"Anche io. Bene, andiamo."

Queste furono le parole fra il Tenente di Vascello Luigi Durand de La Penne ed il capo Palombaro Emilio Bianchi, poche ore prima dell'epica impresa .

De la Penne e Bianchi, sul siluro a lenta corsa SLC 221 colpirono nave Valiant, Marceglia e Schergat sul SLC 223 la nave Queen Elizabeth, Martellotta e Marino sul SLC 222 la nave petroliera Sagona. La mattina dopo la Royal Navy non esisteva più.

Onore eterno per questi Eroi italiani !!!

14/08/2026
Per non dimenticare…Il quattordici agosto 1941 in una cella situata nel seminterrato del Blocco undici di Auschwitz , pa...
13/08/2026

Per non dimenticare…

Il quattordici agosto 1941 in una cella situata nel seminterrato del Blocco undici di Auschwitz , padre francescano Massimiliano Kolbe fu ucciso con un'iniezione di fenolo da Hans Bock (prigioniero n. 5), all'epoca Blockältester (capo blocco) dell'ospedale dei prigionieri del campo.

Il certificato di morte rilasciato all'amministrazione del campo riportava l'ora del decesso alle 12:50 e la causa come "insufficienza cardiaca".

Maksymilian Maria Kolbe (nato l'otto gennaio 1894) fu arrestato dai tedeschi a Niepokalanów il diciassette febbraio 1941, dove prestava servizio come superiore e guardiano.
Dopo diversi mesi di interrogatorio nel carcere di Pawiak a Varsavia, fu trasferito ad Auschwitz il ventinove maggio 1941.

Quando, per rappresaglia per la fuga di un prigioniero, il direttore del campo ordinò la morte per fame di dieci prigionieri dello stesso blocco alla fine di luglio di quell'anno, uno dei condannati, Franciszek Gajowniczek, implorò per la sua vita per amore della moglie e dei figli.

Udendo queste parole, padre Kolbe si fece avanti e si avvicinò alle SS proponendo uno scambio con il prigioniero in lutto. Karl Fritzsch, che stava conducendo la selezione, acconsentì e padre Kolbe si unì ai prigionieri rimasti, che furono condotti nel seminterrato del Blocco undici.

Quando le SS ordinarono di svuotare le celle, scoprirono che la maggior parte dei prigionieri era già morta; alcuni mostravano ancora segni di vita, tra cui padre Kolbe.
Le SS decisero di uccidere i prigionieri sopravvissuti con iniezioni di fenolo.

Padre Kolbe fu riconosciuto martire dalla Chiesa cattolica romana e beatificato da Papa Paolo VI nel 1971.
Nel 1982, SaPapa Giovanni Paolo II lo dichiarò santo.

Franciszek Gajowniczek sopravvisse al campo di concentramento e morì nel 1995.

Per non dimenticare…Il dodici agosto del 1944 rappresenta una data che sempre rimarrà impressa nelle menti e nei cuori d...
12/08/2026

Per non dimenticare…

Il dodici agosto del 1944 rappresenta una data che sempre rimarrà impressa nelle menti e nei cuori di tutti gli italiani.
All’alba di quel dodici agosto, infatti, si perpetrò uno dei più atroci ed ignobili crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nella Seconda Guerra Mondiale in Italia.

La furia omicida dei soldati nazisti delle SS si riversò, improvvisa ed implacabile, su tutto e su tutti.
Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, in Provincia di Lucca, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.

Erano donne, anziani, bambini. Nonni, madri, figli, nipoti.
Chiunque vi fosse veniva trucidato dalla furia nazista.
Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, fin lassù, in cerca di un rifugio dalla guerra.

Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese , aveva appena venti giorni; uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente; uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma.

Furono cinquecento sessant’anni le vittime, uccise senza pietà in preda ad una cieca furia omicida.
Indifesi, senza responsabilità, senza colpe.
E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie.

A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.
Quanto accaduto e’ una delle pagine più spaventose della nostra storia.
Perché non è possibile , ed è inaccettabile che in poco più di tre ore fu cancellata un intera comunità

Il Museo con queste righe vuole ricordare quanto sia importante la memoria storica, affinché ciò non accada mai più.
Rivolgendosi soprattutto ai giovani, stiamo vivendo un periodo difficile dove i valori ed il rispetto verso il prossimo sono dimenticati e l’apparire e’ più importante dell’essere , non dando più valore a nulla.

Onori alle vittime !!!

Per non dimenticare…Troviamo  doveroso ricordare che, oggi  dieci  agosto 2026 ricorrono i 110 anni dalla morte di Nazar...
10/08/2026

Per non dimenticare…

Troviamo doveroso ricordare che, oggi dieci agosto 2026 ricorrono i 110 anni dalla morte di Nazario Sauro avvenuta per mano degli austriaci a Pola mediante impiccagione dopo la condanna inflittagli da una corte imperiale per alto tradimento in quanto, in breve, Nazario Sauro scelse di arruolarsi volontario e servire sotto la bandiera italica a dispetto di un'Istra ancora sotto l'impero Austro-Ungarico.
Per questo fu insignito della medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

Nazario Sauro fu un patriota irredentista italiano nativo dell'Istria, all'epoca territorio dell'impero austro-ungarico. Si arruolò nella Regia Marina e raggiunse il grado di Tenente di Vascello. Fu tra le figure più importanti dell'irredentismo italiano e massimo rappresentante di quello istriano.

Di seguito riportiamo due "lettere testamento" che Nazario Sauro scrisse il venti maggio 1915 e indirizzo’ rispettivamente a Nino (Figlio) e Nina (Moglie), nelle quali cerca di spiegare le motivazioni delle sue idee .
Le quali lui stesso le affidò nel 1915 a Silvio Stringari, mazziniano, repubblicano, giornalista e redattore del "Gazzettino" al quale strappò la promessa che in caso di morte le avrebbe dovute consegnare alla famiglia.

Caro Nino,
tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d'italiano. Diedi a te, a Libero ad Anita a Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l'ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa patria, giura o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli quando avranno l'età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani! I miei baci e la mia benedizione. Papà. Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! e porta il mio saluto a mio padre.

Cara Nina,
non posso che chiederti perdono per averti lasciato con i nostri cinque bimbi ancora col latte sulle labbra; e so quanto dovrai lottare e patire per portarli e lasciarli sulla buona strada, che li farà proseguire su quella di suo padre: ma non mi resta a dir altro, che io muoio contento di aver fatto soltanto il mio dovere d'italiano. Siate pur felici, che la mia felicità è soltanto quella che gli italiani hanno saputo e voluto fare il loro dovere. Cara consorte, insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo. Nazario.

Le due lettere originali sono conservate presso il Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano a Roma.

Per non dimenticare…Il nove  agosto 1944 ,  i tedeschi diedero inizio alla deportazione finale degli ebrei dal ghetto di...
09/08/2026

Per non dimenticare…

Il nove agosto 1944 , i tedeschi diedero inizio alla deportazione finale degli ebrei dal ghetto di Litzmannstadt ad Auschwitz.

In sole tre settimane, sessantasette mila persone , uomini, donne e bambini furono trasportate al campo.

Dopo una prima selezione vennero smistate nei baraccamenti, in condizioni igieniche al limite della decenza umana .

Circa quarantacinque mila di loro furono assassinate nelle camere a gas.
I restanti inviati ai lavori forzati, le donne e i bambini nelle fabbriche per la costruzione delle armi .

Per non dimenticare…Le lancette dell’orologio avevano da qualche minuto scandito le ore 11:00 di quel mattino del nove a...
09/08/2026

Per non dimenticare…

Le lancette dell’orologio avevano da qualche minuto scandito le ore 11:00 di quel mattino del nove agosto 1945 quando nel cielo di Nagasaki l'uomo grasso (fat man) esplode come un nuovo sole .
Questa volta è plutonio , ancora più potente della precedente esplosione .
In un attimo sono vaporizzate cinquantamila persone, è strano dirlo ma sono da un certo punto di vista le più fortunate; altrettante moriranno tra dolori indicibili per ustioni emorragie interne ed esterne e infezioni .
Tutto questo continuerà ad accadere nei mesi ed anni successivi dove leucemie e linfomi saranno diagnosticati a migliaia .

Di certo tutto ciò viene definito per effetto della guerra , ma forse si tratta soltanto di un crimine contro l'umanità .

Per non dimenticare…Il nove agosto del 𝟭𝟵𝟭𝟴, giungono nel cielo di Vienna dopo mille chilometri di volo, otto biplani An...
09/08/2026

Per non dimenticare…

Il nove agosto del 𝟭𝟵𝟭𝟴, giungono nel cielo di Vienna dopo mille chilometri di volo, otto biplani Ansaldo S.V.A. per quello che sarà definito il ‘’ F***e Volo ‘’ .

​Sotto la guida e la visione di 𝗚𝗮𝗯𝗿𝗶𝗲𝗹𝗲 𝗗'𝗔𝗻𝗻𝘂𝗻𝘇𝗶𝗼, otto biplani Ansaldo S.V.A. dell'87ª Squadriglia "𝗟𝗮 𝗦𝗲𝗿𝗲𝗻𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮" decollarono dal campo di San Pelagio (Padova) e compirono un'impresa ai limiti dell'impossibile per l'aviazione dell'epoca: sorvolare le Alpi e raggiungere il cuore dell'Impero Austro-Ungarico.

​Il messaggio non fu affidato alle armi, ma alla guerra psicologica. Invece delle bombe, dal cielo di Vienna caddero circa quattrocentomila volantini.
Una dimostrazione di forza diplomatica e strategica che mostrò al mondo la vulnerabilità delle difese nemiche e l'imminente fine del conflitto.
Tra i testi lanciati sulla città, quello pragmatico e diretto del giornalista 𝗨𝗴𝗼 𝗢𝗷𝗲𝘁𝘁𝗶:

​«𝗩𝗜𝗘𝗡𝗡𝗘𝗦𝗜! 𝗜𝗺𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗲 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗶. 𝗡𝗼𝗶 𝘃𝗼𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝘀𝘂 𝗩𝗶𝗲𝗻𝗻𝗮, 𝗽𝗼𝘁𝗿𝗲𝗺𝗺𝗼 𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗯𝗼𝗺𝗯𝗲 𝗮 𝘁𝗼𝗻𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮𝘁𝗲. 𝗡𝗼𝗻 𝘃𝗶 𝗹𝗮𝗻𝗰𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘂𝗻 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗼 𝗮 𝘁𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗹𝗼𝗿𝗶: 𝗶 𝘁𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗹𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝘁à.»

​Una pagina di storia dove il coraggio di questi uomini , l'ingegno tecnologico e la potenza delle parole si incontrarono nel cielo.

Indirizzo

Gaeta
04204

Telefono

+393293972592

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