Museo del Fronte e della Memoria

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08/10/2026

𝐌𝐢𝐠𝐮𝐞𝐥 𝐝𝐞 𝐂𝐞𝐫𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞𝐬 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐋𝐞𝐩𝐚𝐧𝐭𝐨

Non tutti sanno che a Lepanto c'era anche lui tra i combattenti di una delle più grandi battaglie che la storia ricordi. Cervantes, uomo d'arme e dal carattere bellicoso, fu ferito a una mano e prese il soprannome di "Monco di Lepanto" ma conosciamo meglio la sua vita d'arme ai più sconosciuta data la grandezza della sua opera letteraria. Universalmente noto per essere l'autore del romanzo Don Chisciotte della Mancia, uno dei capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo, egli è non di meno un uomo d'armi e soldato di ventura. Miguel de Cervantes Saavedra nasce a Alcalá de Henares, il 29 settembre 1547, figlio di Rodrigo e di Leonor de Cortinas, Miguel è il quarto di sette figli. Nella sua vita piena di viaggi e avventure è ricordato come scrittore, romanziere, poeta, drammaturgo e militare spagnolo. Per tutta l’infanzia è costretto a seguire la sua famiglia in lunghi viaggi a causa degli scarsi guadagni del padre, da un paese all'altro, finché nel 1568 egli si trova a Madrid dove frequenta il collegio "El Estudio" diretto da Juan López de Hoyos. Nel dicembre del 1569 arrivò a Roma, in fuga per l'accusa di aver partecipato a un duello, cercando d’evitare la condanna al taglio della mano destra e a dieci anni d'esilio data l’accusa di aver ferito un certo Antonio de Segura. In Italia è prima cortigiano alla corte degli Acquaviva al servizio del cardinale Giulio Acquaviva (1570) in quel periodo ufficiale relatore del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, e lo seguì a Palermo, Milano, Firenze, Venezia, Parma e Ferrara, e successivamente nel Ducato di Atri in Abruzzo. Sempre nel 1570 si arruola nella compagnia comandata da Diego de Urbina, capitano del reggimento di fanteria di Miguel de Moncada, famoso militare statista spagnolo che parteciperà alle “Guerre italiane” che sarà tenente di Juan de Austria nella guerra di Granada e nella battaglia di Lepanto, oltre che viceré di Maiorca e della Sardegna, che allora serviva sotto Marcantonio Colonna grande Ammiraglio Italiano e viceré di Sicilia. Miguel de Moncada sarà un grande protagonista della battaglia di Lepanto, sia come politico in grado di appianare i dissapori tra Spagnoli e Veneziani (a lui si deve l’alleanza) sia come condottiero, tanto che nella battaglia alla guida della nave ammiraglia dei Colonna, affiancato dalla imbarcazione reale di Giovanni d'Austria catturarono l'ammiraglia della flotta turca. Cervantes, dedicherà al figlio di Marcantonio Colonna, Ascanio (cardinale e vescovo Cattolico), La Galatea, un romanzo pastorale che può essere considerato, tra le sue opere giovanili, la più impegnativa della sua produzione. Nel 1571 Cervantes quindi entrò a far parte della Armata Cristiana contro i Turchi, sulla galea Marquesa che faceva parte della flotta della Lega Santa, che sconfisse quella Turca nella battaglia di Lepanto il 7 ottobre dello stesso anno. Per capire meglio la situazione va detto che la terza Lega Santa era una coalizione militare e politica, promossa nel 1571 da papa Pio V, dopo il saccheggio di Nicosia, città sull'isola di Cipro, da parte degli ottomani ma la causa scatenante dell'alleanza fu l'attacco turco alla città veneziana di Famagosta, il 22 agosto 1570. Il papa mobilitò i sovrani cristiani in difesa della città, strenuamente difesa dalla guarnigione locale. Le nazioni che risposero all'appello furono la Repubblica di Venezia e la Spagna di Filippo II. Successivamente si aggiunsero i Cavalieri di Malta, la Repubblica di Genova, il Granducato di Toscana, il Ducato d'Urbino, il Ducato di Parma, la Repubblica di Lucca, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Mantova ed il Ducato di Savoia. L'alleanza dei principi cristiani venne ratificata a Roma il 25 maggio 1571, alla presenza del Papa. In rappresentanza di Filippo II erano presenti il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, don Francesco Pacheco e l'ambasciatore Luis de Zúñiga y Requesens, mentre per la Serenissima presenziarono l'ambasciatore Michele Soriano ed il procuratore Giovanni Soranzo. La Lega avrebbe avuto carattere perpetuo ed avrebbe potuto contare su 200 galee, 100 navi, cinquantamila fanti e novemila cavalli. I costi sarebbero stati sostenuti per metà dalla Spagna, per un terzo da Venezia e per un sesto dal Papa. Quest'ultima porzione, non potendo il Papa farvi fronte, venne ulteriormente suddivisa in cinque parti, tre a carico degli spagnoli e due dei veneziani grazie, come dicevamo, all'instancabile lavoro di mediazione di Marcantonio Colonna. Nella battaglia, Cervantes, rimase ferito da un colpo di archibugio alla mano sinistra: verrà ricoverato per alcuni mesi all'ospedale di Messina ma sebbene curata la ferita gli lasciò menomata la mano per sempre, il che gli valse il soprannome di "El Manco de Lepanto". Nel 1572 sotto il comando di Don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V d’Asburgo e comandante della Lega Santa: Cervantes, partecipò a diverse spedizioni militari a Navarino, Corfù, Biserta e Tunisi. Successivamente visitò le principali città della Sicilia, la Sardegna, Genova e la Lombardia, e, infine, si stabilì per due anni a Napoli. Nel 1575 partì da Napoli per la Spagna con alcune lettere di raccomandazione che avrebbero dovuto procurargli il comando di una compagnia. Ma la galea “Sol” sulla quale viaggia viene assalita da una flottiglia turca, che incrociava lungo la Costa Brava, capitanata dal rinnegato Arnaut Mami, un corsaro Arabo di origini Albanesi: Cervantes e suo fratello Rodrigo vennero catturati e portati ad Algeri, dove per la loro liberazione venne richiesta la somma di 500 scudi d'oro. Rimasero ad Algeri prigionieri per cinque anni, fino al pagamento del riscatto ad opera delle missioni dei Trinitari, fondate da San Giovanni de Matha, conosciuto anche con l'epiteto “Doctor Eminens”, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica da papa Alessandro VII il 21 ottobre 1666. L'Ordine della Santissima Trinità (in latino Ordo Sanctissimae Trinitatis) era ed è un istituto religioso di diritto pontificio: i frati di questo ordine mendicante, detti popolarmente Trinitari, pospongono appunto al loro nome la sigla O.SS.T. Cervantes e il fratello, grazie alla donazione dell’ordine Trinitario, poterono ritornare in Spagna il 24 ottobre del 1580, qui, il nostro, si occupa delle provvigioni per la “Armada invencible”, una flotta composta da 130 vascelli e 24 000 uomini (20 000 soldati e 4 000 marinai) approntata dal re di Spagna Filippo II nel 1587 per contrastare la crescente potenza marittimo-commerciale dell'Inghilterra e per porre termine al conflitto (mai dichiarato) che ormai da due anni veniva combattuto con atti di pirateria da entrambe le parti. La guerra anglo-spagnola, avvenuta tra il 1585 e il 1604, che fu parte della guerra degli ottant'anni, era iniziata nel 1585 con l'invio di truppe inglesi in aiuto delle protestanti Province Unite la cui indipendenza non era riconosciuta dalla Spagna cattolica. Successivamente a questa esperienza Cervantes, lavora come percettore di imposte nel sud della Spagna. La requisizione di un carico di cereali e di beni della curia in Andalusia gli valsero quello stesso anno ben due scomuniche. Nel 1597 viene anche coinvolto in una bancarotta fraudolenta ed incarcerato. Successivamente, nel 1602, verrà arrestato una seconda volta a Siviglia per illeciti amministrativi, ma in questo caso riacquista poco dopo la libertà. Negli anni immediatamente successivi è a Valladolid insieme alle due sorelle e alla figlia Isabella, nata da una relazione con una certa Anna de Rojas. Nel 1605 Cervantes subisce una nuova vertenza giudiziaria: viene infatti trovato nelle vicinanze della sua casa il ca****re del cavaliere Gaspar de Ezpeleta e i sospetti cadono sullo scrittore, che viene imprigionato e subito prosciolto. Il dubbio che la mortedel cavaliere sia in qualche modo riconducibile alla moralità delle due sorelle e della figlia colorisce tristemente i suoi ultimi anni. Nel 1606 per seguire la corte di Filippo III di Spagna si trasferisce a Madrid dedicandosi freneticamente alla sua passione di scrittore che gli valse più che ogni altra sua impresa l'immortalità. Pubblicherà il romanzo El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, il capolavoro più conosciuto di Cervantes, che venne pubblicato in due tempi, la prima parte nel 1605 e la seconda nel 1615, dopo l'apparizione di una prosecuzione apocrifa ad opera di Alonso Fernández de Avellaneda, pseudonimo dell'autore del secondo tomo del Don Chisciotte della Mancia, apocrifo del XVII secolo conosciuto come Quijote de Avellaneda. Ancora oggi il problema della critica è quello di scoprire chi si celasse sotto il nome di Alonso Fernández de Avellaneda e le risposte che si sono date non sono soddisfacenti anche se si pensa ad autori celebri come Félix Lope de Vega, Tirso de Molina, Jerónimo de Pasamonte, Juan Ruiz de Alarcón, Francisco de Quevedo e ad altri. Del 1615 è anche la sua più lunga composizione poetica, “Ocho comedias y ocho entremeses”, che comprende “Pedro de Urdemalas”, considerata da alcuni la migliore opera teatrale del Cervantes, e l'intermezzo “El retablo de las maravillas”, uno dei suoi più riusciti quadri popolareschi. Tutte le commedie vantano traduzioni italiane, ma solo una di esse, “La entretenida”, è stata tradotta in versi, nel 2007 con il titolo “La spassosa”, da David Baiocchi e Marco Ottaiano. Postuma risulta l'opera “Los trabajos de Persiles y Sigismunda”, la cui dedica è datata 19 aprile 1616 e che venne pubblicata nel 1617. La formazione culturale di Cervantes si svolse nella fase di passaggio dal XVI secolo al XVII secolo in pieno clima rinascimentale e il passaggio dal rinascimento al barocco trovò in lui un interprete profondamente radicato nei problemi dell'uomo di quel tempo. Nell'opera di Cervantes si coglie la necessità di scoprire il sogno, la fantasia, l'ignoto, la follia, l'istinto per portare alla luce la coscienza umana. Nelle opere di Cervantes si coglie il desiderio di condizioni esistenziali diverse in cui l'uomo, libero dai rapporti sociali prestabiliti possa essere libero e realizzare la propria individualità. Don Chisciotte, il f***e ed idealista cavaliere mancego e Sancho il suo realista scudiero sono espressioni diverse ma non contrastanti di questa esigenza che diviene il tema centrale di tutto il romanzo. Cervantes conosceva gli scrittori contemporanei spagnoli e inoltre Aristotele, Platone e Orazio . Egli cercò di adattare il suo stile alle esigenze estetiche dell'epoca rinascimentale anche se spesso si nota nelle sue opere una ricerca personale e libera di concetti, di mondi e di sentimenti dove la letteratura si fonde con la spregiudicatezza d'invenzione e d'intuizioni. La prosa di Cervantes cambia spesso per passare da periodi simmetrici e complessi ad altri più immediati dove il discorso si fa più semplice, diretto e familiare. Nella lettura del Don Chisciotte si può cogliere il disagio di vivere che vagheggia un mondo mai esplorato ma sempre sognato. Cervantes scrisse nelle condizioni più sfavorevoli, rubando tempo per i suoi studi, ai quali si dedicava con gioia e dai quali sperava di ricavare denaro e gloria. Il suo atteggiamento di fronte alle maggiori polemiche letterarie dell'epoca, come quella sul teatro e sul culteranismo, fu di indifferenza e la sua preferenza per i generi popolari, come il teatro o la novellistica, denotano che egli cercava soprattutto vantaggi economici, vantaggi che comunque non raggiunse nemmeno con la pubblicazione della prima parte del "Don Chisciotte", che ebbe un certo successo. L'inserimento dello scrittore nell'ambiente letterario del suo tempo si può ricollegare alla sua prima produzione poetica, non copiosa, ma interessante, come” El viaje del Parnaso”, un poemetto giovanile che Cervantes pubblicò nel 1614 con una “Adjunta al Parnaso” in prosa. Altro e forse maggiore valore documentario hanno le composizioni poetiche brevi, nate per lo più da motivi occasionali che, nonostante il severo giudizio che espresse lo stesso autore e la critica, sono tuttavia soffuse di umorismo e di vivacità interpretativa. Queste liriche non sarebbero indicative della letterarietà dell'ispirazione cervantina, se non si ritrovassero anche e in maniera più vistosa nella novella pastorale "Galatea" gli stessi elementi. Alla prima attività letteraria è da ricollegare anche una parte della sua copiosa produzione teatrale, dal momento che due delle sue tragedie, “El cerco de Numancia” e “El trato de Argel” si possono datare al 1583 circa. Cervantes si spegnerà nel 1616 e riceverà sepoltura nel Convento dei Trinitari Scalzi a Madrid; l'ubicazione della sua tomba verrà perduta negli anni successivi, tanto che taluni ipotizzarono lo spostamento dei suoi resti in una fossa comune. Soltanto nel 2015, dopo anni di ricerche e finanziamenti sostenuti dallo storico Fernando de Prado, è stato possibile rinvenire i resti di Cervantes, giacenti nel convento medesimo dietro un muro. La tomba è stata spostata nella chiesa di San Ildefonso, edificio adiacente al Convento dei Trinitari Scalzi.
immagine di: Augusto Ferrer-Dalmau Nieto.

Per non dimenticare…Oggi ricorre il quattrocento cinquantacinquesimo anniversario della battaglia di Lepanto .A Lepanto,...
07/10/2026

Per non dimenticare…

Oggi ricorre il quattrocento cinquantacinquesimo anniversario della battaglia di Lepanto .

A Lepanto, era l’alba del sette ottobre del 1571, quando all’ ingresso del Golfo di Patrasso duecento otto galere, sei galeazze e trenta legni ausiliari della Lega Santa si trovano di fronte alle duecento ottanta navi della flotta ottomana alla fondo davanti Patrasso.

Ottantaquattro mila cristiani con i loro mille ottocento quindici cannoni e ottantotto mila uomini dell'esercito ottomano si sfidano per quella che sta per diventare la più famosa battaglia tra le forze turche e quelle dell'Europa.
Il vento soffia alle spalle della flotta ottomana che inizia l’avanzata .
I musulmani guidati da Alì Pascià iniziano a suonare tamburi e flauti, provocando un caos assordante. Dall’altro schieramento la flotta cristiana, guidata da Don Giovanni d'Austria, attende in silenzio disposta sulla linea di fronte con le navi distanti meno di centocinquanta metri l'una dall'altra.

La flotta della Lega Santa forma quasi una croce: al centro il comandante con la nave ammiraglia, la Real.
Al suo fianco la nave del veneziano Sebastiano Venier.
Poi le ammiraglie dei vari comandanti degli Stati europei richiamati dal Papa a fermare le scorrerie turche.
Marcantonio Colonna guida la flotta pontificia, Ettore Spinola sulla nave ammiraglia di Genova, Provana di Leynì alla testa della flotta dei Savoia.
Poi un altro gruppo di navi guidato dal genovese Gian Andrea Doria composto dai volontari di tutta Europa.

La flotta turca si dispone a mezzaluna, a simboleggiare lo scontro con la cristianità europea. Al centro Ali Pascià con la sua "Sultana" sui cui svetta il vessillo enorme con inciso in caratteri d'oro il nome di Allah per ventottomila novecento volte. Alla sua sinistra, sessantacinque galere guidate da un rinnegato cristiano, Ulugh Alì, passato alla storia come"Occhiali".
A destra le cinquantatre’ galere di Maometto Scirocco.
La battaglia inizia con una prima mossa fatta da Giovanni d'Austria. Il comandante della Lega Santa invia verso i turchi sei galeazze veneziane.

Le navi mandate in avanscoperta sono impossibili da abbordare ma riescono nell'intento di provocare Alì Pascià, che scaglia tutta la sua flotta contro quella della Lega Santa. Appena i legni ottomani arrivano a distanza del tiro dei cannoni cristiani, la flotta guidata da Giovanni d'Austria riceve l’ordine di ammainare tutte le bandiere.

Le navi ora sono tutte uguali, senza differenza di origine. Dalla Real si alza solo il grande stendardo con l’emblema del Crocifisso offerto da Pio V e consegnato al Colonna nella Cattedrale di Gaeta .
Davanti alle reliquie di Sant’ Erasmo, patrono della città e protettore dei marinai, l'ammiraglio aveva fatto voto: se fosse tornato vincitore, quel vessillo sacro sarebbe stato offerto per sempre alla cattedrale della sua città in segno di gratitudine per la protezione durante la battaglia.

Le altre navi issano le croci mentre i cappellani a bordo delle navi confessano gli uomini pronti a una battaglia all'ultimo sangue con i nemici turchi.
Dopo la trappola ordita da don Giovanni, parte la manovra di Doria. Una mossa che molti ritengono ancora frutto di un genio militare. L'ammiraglio genovese si porta fuori dallo schieramento , facendo finta di defilarsi dal luogo dello scontro.

Il comandante ottomano esplode un colpo di cannone, ma gli risponde don Giovanni d'Austria.
Lo spagnolo ingaggia così lo scontro con il suo omologo turco mentre Uluc Alì, il rinnegato, si dirige verso Doria che ha aperto un varco tra il centro della flotta cristiana e la sua destra.

Dall'altra parte dello schieramento, Mehmet Shoraq prova a spezzare la flotta cristiana incuneandosi tra la costa greca e le navi di Antonio Barbarigo.
Il veneziano risponde con una contromanovra da manuale che gli costa la vita, ma che riesce a distruggere l'intera flotta di Scirocco che viene poi catturato. Alcuni narrano che saranno i rematori cristiani a ribellarsi contro i loro aguzzini turchi per poi regalare la vittoria ai veneziani.

L'ala destra degli ottomani cede di fronte all'avanzata di Barbarigo.
A sinistra Occhiali avanza verso le galere dell'Ordine di Malta mentre al centro infuria la battaglia tra l'ammiraglia di Pascià e quella di don Giovanni che si speronano in un conflitto leggendario.

Tutte le navi che circondano i due comandanti si scagliano per difendere o la Real o la Sultana.
Venier e Colonna sono alle prese con altre galere turche ma lasciano lo scontro per andare a soccorrere don Giovanni d'Austria protetto ora solo dalla riserva guidata dal Marchese di Santa Cruz.

Nel frattempo la nave di Ali Pascià viene presa d'assalto e infine abbordata. Sono due galee toscane a riuscire nell'agguato contro l'ammiraglio turco, la Capitana e la Grifona.
I marinai avvistano il corpo dell'ammiraglio turco. , lo recuperano e espongono la sua testa sull'albero maestro della Real.
I marinai ottomani vedono il loro comandante decapitato e temendo di finire come lui , indietreggiano creando un varco nel blocco centrale della flotta ora mai spezzata.

Senza più Alì e senza Shoraq, resta Uluch Alì, che sceglie di ripiegare con le navi superstiti per evitare la fine totale dell'intera squadra navale turca a Lepanto.

La "Lega Santa" riportò una vittoria straordinaria, fermando l'avanzata ottomana e cambiando il corso della storia.
Tornato a Gaeta, fedele alla parola data, Colonna depose il vessillo sull'altare maggiore della cattedrale, in una cerimonia che la città non avrebbe mai potuto dimenticare.

07/10/2026
02/10/2026

Il 2 ottobre 1870, a soli 12 giorni dalla Breccia di Porta Pia, il plebiscito popolare sanciva l'annessione di Roma e del Lazio al Regno d'Italia, nonostante l'enciclica di Papa Pio IX contro l'occupazione dei territori della Santa Sede.

40.785 sì contro 46 no. Roma non fu conquistata, perché scelse di essere italiana e Capitale. Non era ancora la Repubblica, certo, era il Regno d'Italia, monarchico e sabaudo, ma quel passo fu fondamentale, fu la pietra angolare su cui costruire finalmente una coscienza nazionale che affondava le sue radici più nobili e più pure nell'esperienza della Repubblica Romana del 1849, in Mazzini, in Garibaldi, in Mameli, in quel sogno di Italia laica, democratica e popolare che per la prima volta aveva sventolato sul Campidoglio
Anche quel 2 ottobre è parte di quel filo che lega Risorgimento alla Resistenza e alla Repubblica. Senza il 1849 non ci sarebbe stato il 1870, e senza il 1870 non ci sarebbe stato il 1946. Ricordarlo oggi non è retorica, ma è difendere l'idea stessa di Italia una e indivisibile, di Stato laico e di Roma Capitale contro ogni rigurgito separatista e contro ogni nostalgia temporalista.

Per non dimenticare…Oggi si commemora il 166° anniversario della Battaglia del Volturno .Avvenuta il primo ottobre 1860,...
01/10/2026

Per non dimenticare…

Oggi si commemora il 166° anniversario della Battaglia del Volturno .
Avvenuta il primo ottobre 1860, uno degli eventi centrali della fase conclusiva del processo di unificazione .

Fu’ l'ultimo tentativo fatto da Francesco II di respingere i garibaldini e riconquistare il proprio regno, ma il suo fallimento segnò definitivamente la fine del Regno delle Due Sicilie: il Re infatti, demotivato e persa la fiducia nei suoi comandanti, decise di chiudersi a Gaeta con i resti delle forze a lui fedeli, in attesa di un eventuale aiuto straniero alla sua causa, che tuttavia non giunse mai.

I fatti….

Può essere considerata l’ultima battaglia campale del Risorgimento prima della proclamazione del Regno d’Italia. La battaglia in se, è un insieme di azioni, anche distanti tra loro nel tempo e nello spazio, avvenuti tra la fine di settembre ed il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, corso d'acqua dell'Italia meridionale che bagna Capua e sbocca in mare tra Napoli e Gaeta.
Viene comunemente intesa come uno scontro d’armi tra i Garibaldini e le truppe Borboniche, ma non è propriamente corretto, in quanto vi parteciparono numerose truppe straniere al soldo del Re Francesco II di Borbone ed anche reparti regolari dell’Armata Sarda del Re Vittorio Emanuele II .

Lo scontro principale comunque si svolse il primo di ottobre a sud del fiume.
Furono impegnati in totale non meno di circa ventiquattro mila uomini tra Garibaldini e regolari Sardi, contro i circa venticinque mila Borbonici e mercenari

Alla battaglia, partecipò anche il brigante Carmine Crocco, allora sconosciuto disertore borbonico allineato tra i Garibaldini, che diventerà poi noto un capo brigante del periodo post-unitario detto del “Brigantaggio”

Questa battaglia inoltre è una delle più importanti del Risorgimento, non tanto per il numero dei combattenti coinvolti, ma soprattutto per i risultati che si ottennero da essa.
Giuseppe Garibaldi infatti, arrestò con essa la ripresa offensiva dell'esercito Borbonico dopo la sua riorganizzazione tra le mura della fortezza di Capua.

Dopo di allora, l’esercito regolare Borbonico non costituì più un problema ed un ostacolo al processo dell’Unità italiana.
Nella sostanza, i Borbonici, bene armati ed equipaggiati, con buoni ufficiali subalterni e buoni soldati, vennero “fermati” più per la poca capacità del comando generale che per mancanza di valore.

Al contrario, Giuseppe Garibaldi, comandava un insieme eterogeneo di truppe male equipaggiate ma sorrette da una catena di comando capace e preparata.
Questa, era composta nella quasi totalità, da militari di grossa esperienza ed intuito tattico, e di grande ascendente verso le truppe. I soldati inoltre erano mossi dall’entusiasmo e dall’ideale superiore di “fare l’Italia”.

I Borbonici che intendevano tornare all’attacco, persero giorni preziosi in piccoli scontri di avvicinamento (segno che non avevano le idee chiare e poca fiducia nella loro considerevole forza) a tutto vantaggio dei volontari Garibaldini che ebbero tempo per prepararsi con cura sul terreno.

Così, dopo le scaramucce tra il ventisei e il ventinove settembre, il trenta i Borbonici tentarono l’azione di forza con il passaggio del fiume Volturno presso Triflisco, per puntare su Santa Maria a Valgono. Qui però vengono arrestati dal fuoco di due compagnie della Brigata Spangaro, attestate nel borgo di San Lorio.

Il primo ottobre però, il Maresciallo Generale Giosuè Ritucci, che comandava i soldati Borbonici nel settore compreso tra Capua e il Volturno fino a Caiazzo, si decise ad attaccare frontalmente e a fondo con due divisioni, la Afan de Rivera e la Tabacchi.
Il suo intento era di rompere il centro dello schieramento garibaldino tra Sant'Angelo in Formis e Santa Maria Capua Vetere, raggiungere Caserta e di qui dirigersi su Napoli, con l’appoggio di due colonne laterali a protezione dei fianchi.

Le truppe al comando di Garibaldi, che sembrano disposte sul terreno in modo critico, occupando un fronte assai esteso, di circa venti chilometri, in realtà aveva lo scopo di proteggere le numerose comunicazioni per Napoli e Caserta, restando vulnerabili ad una simile azione concentrata.
Lo schieramento comunque, fortemente attestato sul terreno, vedeva sulla destra a Sant’Angelo i soldati comandati da Giacomo Medici, a Santa Maria Capua Vetere gli uomini di Milbitz, mentre al centro (a nord di Caserta) erano sistemati a difesa i volontari comandati da Gaetano Sacchi, la riserva e il comando generale di Garibaldi con i volontari comandati da Stefano Türr.

L'azione iniziò a ovest da parte dei borbonici che, incoraggiati dalla presenza dello stesso Re Francesco II e dei Conti di Trapani e Caserta, fecero ripiegare gli avamposti garibaldini ottenendo inizialmente un buon successo, tanto che lo stesso Garibaldi dovette mettersi alla testa di una compagnia della riserva, che con i volontari di Giacomo Medici, riuscirono a fatica a ristabilire e a fermare il fronte.

Intanto si continuava a combattere con accanimento a Santa Maria Capua Vetere, dove vera’ ferito lo stesso generale Milbitz e si segnalava la presenza della cavalleria ungherese del maggiore Scheiter accorsa da Caserta insieme alla brigata Eber della riserva comandata da Stefano Türr.

Si combatteva aspramente pure sulle colline a est da Monte Tifata. Qui lo scontro si protrasse tutto il giorno, e terminò soltanto a sera, quando i garibaldini riuscirono ad incendiare il palazzo dei Cocozza all' interno del quale c'èrano le provviste e le munizioni delle truppe Borboniche a Monte Viro.

A Castel Morrone, la lotta fu così violenta, che l’intero Primo Battaglione volontario Bersaglieri, andò distrutto, ed il comandante Pilade Bronzetti cadde eroicamente alla sua testa.
Comunque intorno alle ore diciotto i Borbonici furono costretti ad interrompere l’azione e a ripiegare, permettendo a Garibaldi di ripristinare la linea difensiva a Santa Maria-Sant’Angelo.
Altri scontri, a est, per il controllo dei Ponti della Valle, sulla via per Maddaloni furono sostenuti da con accanita difesa da Nino Bixio, il quale si dichiarò deciso a morirvi piuttosto che lasciarli al nemico.

In questa situazione ancora incerta, il primo ottobre, lo schieramento garibaldino, venne nuovamente attaccato dalla brigata estera del generale Von Mechel.
Questi nei primissimi istanti dello scontro, perdeva addirittura il proprio figliolo che ricopriva il grado di tenente.
Bixio di fronte all'impeto delle truppe Borboniche, bavaresi e svizzere, dovette alla fine retrocedere con gravi perdite addirittura oltre il Monte Caro che sovrastava i ponti.

Solo nel corso del tardo pomeriggio l’altura venne ripresa dal Colonnello Dezza con i battaglioni regolari dei Bersaglieri Menotti e Taddei. A questo punto il Von Mechel e le sue truppe, stanche da una giornata intera di combattimento ripiegano a nord oltre Dugenta.

Questo ripiegamento, mise la colonna Borbonica del Colonnello Perrone presso Caserta, in posizione critica, in quanto isolata da tutto lo schieramento con solo tremila uomini.
L’occasione non fu sprecata dai garibaldini, che tentarono di chiudere la partita e l’attaccarono a fondo la mattina del due ottobre.

Il Colonnello Perrone però, non era uno sprovveduto, e messo di fronte alle truppe garibaldine del Primo Battaglione Bersaglieri regolari piemontesi, del Maggiore Soldo, non cascò nella trappola di accettare il combattimento e si disimpegnò abilmente ritirandosi a nord.

La battaglia si poteva dire conclusa, con la vittoria strategica dei garibaldini , che da quel momento infatti potevano contare sull’appoggio decisivo delle truppe regolari Sarde ormai giunte in Campania dal nord.

Francesco II , si rifugiò nella ‘’ Piazza Forte ‘’ di Gaeta , la quale si arrese definitivamente il tredici febbraio 1861, dopo mesi di assedio da parte dell'esercito piemontese.

Giornate Europee del Patrimonio 2026.Con oggi si sono concluse le  iniziative in occasione delle Giornate Europee del Pa...
27/09/2026

Giornate Europee del Patrimonio 2026.

Con oggi si sono concluse le iniziative in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio ,
organizzate dall'Associazione Sinus Formianus APS con la quale il nostro museo collabora da anni .

L’evento dal titolo :
‘’Cicerone e la Via Appia Reggina Viarum ’’ ha goduto del patrocinio della Provincia di Latina e della Direzione Regionale Musei Lazio .

Due mattinate che hanno visto pervenire presso i due siti archeologici del comune di Formia scelti per tali giornate, oltre duecento visitatori durante i quattro turni previsti.

E’ sempre bello rendere fruibile , condividere e raccontare un patrimonio culturale di noi tutti.

Vedere i più piccoli nel cimentarsi in archeologi e gli adulti scoprire la storia dei luoghi in cui la stessa si è scritta .

Ci colma d’orgoglio , per chi come noi cerca sempre di dare il massimo affinché tutto funzioni per il meglio senza dimenticarsi di nessuno.

Ed ‘è questo che ci motiva ad andare avanti, cercando di migliorarci con nuove offerte culturali , permettendo a tutti di toccare con mano la storia, ascoltando anche le vostre domande e dando alle stesse una risposta .
Perché molte volte chi vive in un luogo non conosce la sua storia .

Un ringraziamento a tutti i visitatori , a Giulia Rescigno, Elisa De Meo, Petra Polonca, Francesco Cardillo ,al Presidente dell’Associazione Sinus Formianus Vito Auriemma e al nostro Direttore Salvatore Gonsalez i quali hanno fatto scoprire ai partecipanti aneddoti e segreti dei due siti archeologici.

Sabato alle ore 10:00 , nella splendida cornice del  Complesso Archeologico del Porticciolo Caposele ( Formia LT ) tra g...
24/09/2026

Sabato alle ore 10:00 , nella splendida cornice del Complesso Archeologico del Porticciolo Caposele ( Formia LT ) tra gli ambienti della Villa Marittima del primo sec. d. C. in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2026 .
Si terrà l’evento dal titolo :
‘’ Cicerone e la Regina Viarum ‘’
tra storia , narrazione e sapori dell’antica Roma.

Il visitatore potrà partecipare a :

Visite guidate dell’area Archeologica , dove un archeologo accompagnera’ i visitatori nel percorso di scoperta e comprensione del luogo , parlando in oltre del paesaggio della Via Appia Regina Viarum nel territorio Formiano.

I più piccoli potranno vivere l’esperienza di uno scavo archeologico, partecipando in prima persona alle varie fasi di scavo.

Gli appassionati di storia e numismatica, potranno scoprire in oltre le vicende di Roma durante il periodo Imperiale, attraverso le monete che circolavano in quei giorni, e l’importanza delle stesse durante l’impero , tramite l’esposizione di alcune monete tra cui l'Aureo di Faustina I ( Maggiore ).

Si consiglia la prenotazione su
WhatsApp:
349 532 8280 indicando il numero di adulti e il numero di bambini che parteciperanno all’evento.

Vi aspettiamo !!!

Indirizzo

Gaeta
04204

Telefono

+393293972592

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