29/05/2026
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Quando una forma racconta il territorio
Se parliamo di vino romano, dobbiamo dimenticare per un momento ciò che conosciamo oggi.
Gli antichi Romani infatti non disponevano di solfiti, pastorizzazione o moderne tecniche di conservazione. Conservare il vino era difficile e il rischio che diventasse aceto era sempre dietro l’angolo, soprattutto per i vini prodotti da vigneti giovani, di bassa qualità e/o a bassa gradazione alcolica.
Per risolvere questo problema l'opzione più comune era quella di cuocere il mosto prima del processo di fermentazione.
In base a quanto veniva fatto evaporare, il mosto cotto poteva essere definito:
caroenum (ridotto di 1/3), defrutum (ridotto della metà) e sapa (ridotto di 2/3). Dopodiché il mosto cotto era inserito in grandi anfore che venivano sigillate accuratamente, così da limitare il contatto con l’aria e controllare la fermentazione, che poteva durare anche molti anni per ottenere vini pregiatissimi.
In definitiva, il vino romano era molto diverso dal nostro: più denso, concentrato e con una gradazione alcolica elevata. Per questo non poteva assolutamente essere bevuto schietto!
Questa antichissima tradizione si conserva ancora in alcune regioni italiane, come in Abruzzo: hai mai assaggiato il mosto cotto? 🍷✨
📸 In foto: rilievo in marmo di una tomba della metà del II secondo d.C. e oggi conservato al World Museum di Liverpool. Sono rappresentate alcune attività giornaliere di un produttore di vino di età romana, in particolare la conservazione e la vendita.