31/05/2026
«Piacere, Amerigo Dùmini, nove omicidi».
Si divertiva a presentarsi così, lo spregiudicato e feroce capo della fascista, la squadra d'azione clandestina che sequestrò e assassinò il deputato socialista Giacomo nel 1924.
Nato negli da una famiglia di italiani, durante la Grande Guerra Dùmini rientrò in per arruolarsi negli , distinguendosi al fronte fino a ottenere la Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Fondatore del settimanale "Sassaiola fiorentina" e toscano della prima ora, incarnava perfettamente il destinatario e, al tempo stesso, il prodotto del messaggio antisistema del delle origini: quello rivolto ai , ai mutilati di guerra, alle classi subalterne e a quanti si sentivano traditi e dimenticati dallo Stato.
Molto prima del Matteotti, tuttavia, il suo nome era già legato a una lunga scia di . Tra le sue imprese più efferate figurano l’assassinio del socialista Renato Lazzeri e di sua madre, il del deputato repubblicano Ulderico Mazzolani e la brutale al fascista dissidente Cesare Forni. Crimini che contribuirono a costruirne la fama di uomo d’azione senza scrupoli e di fedelissimo del fascismo più violento e intransigente.
Ospite della Fondazione nell’ambito della rassegna “Ché Storia”, venerdì 29 maggio 2026, il professor Mauro Canali ha ripercorso anche la seconda fase della parabola di Dùmini: dal confino alle ai continui ricatti rivolti a , il capo del Governo, e a De Bono, il capo della Polizia, per ottenere e , fino alla vita da nababbo condotta nelle africane grazie ai e alle coperture del .
Un'orrenda di , , loschi di , , memoriali, e inconfessabili, che restituiscono il ritratto inquietante di un uomo che, pur coinvolto in uno dei più gravi delitti politici della storia italiana, riuscì per anni a trasformare le proprie colpe in uno strumento di potere e di ricatto.