13/10/2026
L'ULTIMO RESPIRO
Vincenzo Arrius - 9 0ttobre 1914
… Il fragore della laveria non concedeva tregua, mai.
Era un battito di roccia e ferro macinato, il lamento continuo dell’acqua fangosa che precipitava nei canali di legno e il rotolio greve dei trommel cilindrici, colossi d'acciaio forato che inghiottivano la roccia e la separavano col respiro aspro della galena e della blenda.
A Su Zurfuru l’aria sapeva di ruggine, grasso e reagenti chimici.
Salvatore Ghiarru aveva ventitré anni ma le mani già segnate dai tagli del minerale.
Era l’ingrassatore: conosceva ogni bronzina, ogni cigolio, l'alito caldo di ogni trasmissione che correva lungo le pareti di pietra della laveria.
Quel venerdì d'autunno, poco dopo le tre del pomeriggio, l'odore cambiò.
Non era la solita scia d'olio bruciato: era cuoio strappato.
Salvatore vide la grossa cinghia sb****re a vuoto contro la carcassa di legno del vaglio.
L’attacco della grappa metallica aveva ceduto, sfilacciandosi come stoppa secca.
Fermare la motrice idraulica avrebbe significato paralizzare l'intera linea, attirarsi le bestemmie del capo-servizio Cabiddu e perdere il turno di macinazione, si riparava al volo, come sempre.
«Bissenti!» gridò Salvatore sopra il rombo sordo dei macchinari.
«Monta sul palchetto, dammi una mano!»
Vincenzo Arrius si asciugò la fronte con la manica della camicia da lavoro.
Diciassette anni appena compiuti, le spalle ancora strette di chi a Fluminimaggiore non aveva ancora finito di crescere ma già vendeva i polmoni alla miniera.
Era sveglio Vincenzo, agile come una lepre e aveva già aiutato Salvatore altre volte; sapeva dove mettere i piedi sui tavolati bagnati e le mani.
«Accorcio d'un dito la cinghia e la giuntiamo» disse Salvatore tagliando il cuoio slabbrato col suo serramanico.
«Tu sali al palchetto. Come l'altra volta: prendi il capo, lo passi sopra l'albero e lo tieni lento finché non metto la grappa.»
Vincenzo annuì senza fiatare. Salì i gradini ripidi della scaletta di legno, sentendo sotto le suole la vibrazione cieca dell'impianto. In alto, a quattro metri da terra, la laveria era un forno soffocante di polvere e vapore. L'albero motore girava a centoquaranta giri al minuto, una barra d'acciaio lucida di sessantacinque millimetri che tagliava l'aria a meno di un metro dal palchetto, a soli quarantasette centimetri dal muro n**o. Salvatore tese il capo rigido del cuoio verso l’alto attraverso il vano aperto tra le tavole. Vincenzo si sporse, piegando il busto giovane verso il vuoto, e afferrò la striscia scura. I suoi occhi cercarono quelli dell'ingrassatore per una frazione di secondo, poi si voltò verso l'albero in corsa, un vortice lucente che inghiottiva la luce fioca che filtrava dalle finestre impolverate. Nessuno seppe mai cosa accadde in quell’istante di secondo.
Forse un lembo della manica intrisa d’olio sfiorò la rotazione; forse la cinghia ruvida tirata con troppa foga, o forse il piede di Vincenzo scivolò sul tavolato viscido.
Non ci fu il tempo per una bestemmia. Ci fu soltanto un urlo lacerante, un grido acuto che squarciò il rumore delle celle flottanti, seguito da un tonfo sordo.
La cinghia non scivolò: agganciò l'albero motore coi suoi centoquaranta giri, non rallentò nemmeno di una frazione. In un batter d'occhio avvolse il cuoio, e col cuoio risucchiò il ragazzo travolgendolo.
«Fermate la ruota! Bloccate l'acqua!» urlò Salvatore, col cuore che gli saliva in gola mentre le mani tremanti cercavano le leve della motrice.
Il silenzio che calò nella laveria quando l'impianto si fermò non diede pace, ma un'immagine d'orrore. Si sentiva solo il gocciolio denso della melma e il respiro spezzato di Salvatore che saliva la scaletta a quattro a quattro, col terrore nelle vene.
Vincenzo era lassù. La cinghia lo teneva ancora stretto in una morsa d'acciaio e cuoio, quasi a non volerlo restituire. Il torace era schiacciato, le vesti strappate, ma gli occhi erano aperti, sbarrati verso il tetto a capriate della laveria, a cercare una fessura di cielo sopra Su Zurfuru.
Lo calarono piano, tra le mani mute dei minatori accorsi a frotte.
Gli sciacquarono il viso con l'acqua fredda, gli fasciarono le ferite con le pezze pulite dell'infermeria. Qualcuno corse a cercare l'automobile della Società di Pertusola, un lusso a quattro ruote che odorava di benzina e fumo, usata solo per le urgenze supreme dei padroni o per portare via chi non poteva più servire. La strada sterrata verso l'ospedale di Ingurtosu parve infinita, un calvario di scossoni tra le gole scoscese e i boschi. Vincenzo rimase aggrappato alla vita con l'ostinazione disperata dei suoi diciassette anni. Lottò contro ogni curva mentre il sole d'ottobre calava dietro le dune e il mare lontano di Piscinas si tingeva di tramonto.
Resistette quattro ore e mezza.
Alle venti di sera, nelle corsie fredde di Ingurtosu, l’ultimo respiro di Vincenzo Arrius abbandonò il petto, lasciando dietro di sé il silenzio e una madre a Fluminimaggiore che ancora aspettava il passo del figlio sulla via del ritorno.
Il giorno dopo, l'ingegnere Testa del Regio Corpo delle Miniere salì a Su Zurfuru con il taccuino di tela nera e il calibro d'ottone.
Misurò con precisione chirurgica: sessantacinque millimetri di diametro, centoquaranta giri al minuto, ottantatré centimetri dal palchetto. Annotò tutto con grafia ordinata, posò la penna e sigillò la tragedia dentro la fredda geometria di un verbale amministrativo.
9 Ottobre 1914 - Vincenzo Arrius, di Francesco – 17 Anni – di Fluminimaggiore