Museo Privato della Prima Guerra Mondiale

Museo Privato della Prima Guerra Mondiale In questo "museo" privato vi sono reperti che ho trovato al confine della provincia di Belluno e que Museo Privato della Prima Guerra Mondiale.
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Comprende reperti anche della guerra Franco-Prussiana, Guerre di Indipendenza e Seconda Guerra Mondiale. Situato nella provincia di Firenze, nacque nove anni or sono dalla passione di un bambino di 8 anni. Adesso quel "bambino" ne ha 17 e prosegue l'opera, gestendo i 60 mq del Museo Privato.

07/08/2022

PINZOLO. Sono centinaia gli ordigni recuperati dagli specialisti del 2° reggimento genio guastatori della Brigata Alpina “Julia” che in questi giorni si trovano sull’Adamello per le operazioni di bonifica. Come confermato dagli esperti della Sat, che erano presenti sul posto, la maggior parte...

09/07/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi. I Caimani del Piave

I Caimani Neri del Piave furono Volontari dei Reparti d’Assalto, composto da nuotatori addestrati per attraversare i fiumi a nuoto allo scopo di condurre ricognizioni, azioni di sabotaggio o portare ordini, impiegato da parte Italiana durante la Prima Guerra Mondiale sul Fronte del Piave.

Posti al comando dell'allora Capitano di Corvetta Vittorio Tur comandante del Battaglione "Caorle", erano formati da volontari provenienti dai Fanti di Marina e dagli Arditi della Fanteria e dei Bersaglieri che si distinguevano per abilità natatoria.

Inizialmente costituito per lo più da nativi delle zone del Piave, il loro primo teatro di impiego, perché ne conoscevano le insidie, successivamente il reparto accolse anche volontari provenienti da altre regioni.

L'addestramento era molto duro e concentrato, oltre che sul nuoto, soprattutto sulle tecniche di combattimento a mani n**e e lama corta.

In acqua avevano adottato una tecnica di nuoto ispirata agli alligatori: per minimizzare la superficie esposta e quindi la possibilità di essere individuati, esponevano dall'acqua solo la testa al di sopra delle narici. Da questo probabilmente deriva la denominazione di caimani.

L'armamento principale era costituito da un pugnale. Era anche previsto l'insegnamento di arti marziali orientali da parte di istruttori scelti tra i Marinai che le avevano apprese quando, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, erano stati destinati in Cina e Giappone.

La divisa era costituita da semplici calzoncini da bagno. Conducendo azioni per lo più notturne, inoltre, erano soliti ricoprirsi con una mistura di grasso (per proteggersi dal freddo) e nerofumo (per mimetizzarsi nel buio).

A loro sono dedicati i monumenti che si trovano a Sernaglia della Battaglia, che ricorda tutti gli Arditi che si batterono con grande valore sui fronti della Grande Guerra, e a Falzè di Piave. Proprio da Sernaglia gli Arditi della 1ª divisione d'Assalto varcarono il Piave durante la battaglia di Vittorio Veneto.

Su una parete delle camerate della caserma sull'Isola di S. Andrea di Venezia (oggi una delle sedi dei Reggimento Lagunari Serenissima) è affissa una targa in marmo con su scritto:

"In questi luoghi si addestrarono i marinai ardimentosi che si immolarono sul Piave per la difesa di Venezia e dell'Italia tutta. Essi furono ricordati come i "Caimani Neri del Piave". Isola di S. Andrea, conflitto 1915/1918"

Gli “Arditi tra gli Arditi”, così erano soprannominati, venivano scelti tra i migliori elementi del Reggimento “Fanti del mar” della Regia Marina (che in seguito prese il nome di “San Marco”), varcavano il fiume a nuoto per andare ad effettuare ardite incursioni sulla sponda opposta e tagliare la gola alle sentinelle Austriache, vestiti spesso coi soli calzoncini da bagno e ricoperti di una mistura di grasso e nerofumo per proteggersi dal freddo e mimetizzarsi nel buio.

Degli oltre 400 volontari che si erano offerti da tutti i reparti della Prima Divisione d’Assalto, soltanto 82 riuscirono a superare le prove di abilità e di allenamento. Successivamente di questi 82 “incursori” ben 50 perirono in missioni militari. L’ultimo “Caimano del Piave” è morto il 7 settembre 1968 a Roma: si chiamava Filippo Tosi ed era stato decorato con la Medaglia d’Argento al Valore Militare.

PER NON DIMENTICARE

Immagine ritrae i Caimani del Piave durante la Grande Guerra
(Foto non presente all'interno del libro)

IL SOLDATO DIMENTICATO. La storia di Giovanni Battista Faraldi (Leucotea Edizioni Sanremo). In tutte le Librerie e Webstore.
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16/06/2022

Intendiamo sottolineare che il vero scopo di questa pagina è ricordare il sacrificio di un'intera generazione di ragazzi mandati al macello, durante la Prima Guerra Mondiale, partendo dalla storia di Giovanni Battista Faraldi.

In questa pagina non è nostro scopo fare politica, propaganda, accrescere nazionalismi sopiti, additare Generali colpevoli né tantomeno far processi a persone che hanno preso parte alla Grande Guerra, oltre 100 anni fa...

Il nostro scopo è quello di fare memoria storica, raccontare e ricordare

Non esistono bandiere, né colori diverse di uniformi.
Esiste solo la tragedia della Grande Guerra.

Il nostro vero scopo è NON DIMENTICARE.

Come potrete notare diamo libertà di pensiero e parola a tutti.
Vi prego però di esprimervi con rispetto delle altre persone e delle opinioni altrui, anche se diverse.
Tutte le idee ed ideologie saranno pubblicate, se rispetteranno i toni ed i pareri delle altre persone.

Grazie per la collaborazione.

Ogni commento offensivo verrà cancellato e la persona responsabile estromesso dal gruppo

05/06/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

In questa straordinaria e celebre Fotografia, un Alpino mentre trasporta un pezzo di Artiglieria 7B ret. m***agna Modello 1880 su un terreno più elevato durante la Grande Guerra. Forza e possenza...

E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, con i suoi grandi soldati, con i suoi muli potenti, l’artiglieria da m***agna
Quella così magistralmente descritta da Edmondo De Amicis, può essere considerata l’artiglieria da m***agna dalla sua costituzione e fino alla fine degli anni Ottanta.

Ogni marcia è un'impresa, ogni salita una conquista e chiunque abbia addosso una scintilla di fuoco sacro dell'alpinismo potrà facilmente immaginare di qual sacra pezza di poesia sia ricca la vita alpestre dei cannonieri da m***agna e dei loro ufficiali. Con dei soldati adatti a far simili manovre, si fanno delle marce che sarebbero inverosimili per altri corpi.

Un altro brano mette bene in risalto l'abilità e la competenza degli Artiglieri da Montagna sin dai primi anni della loro costituzione:

"Le batterie di m***agna si rassegnano ben di rado a classificare il terreno come impraticabile. Quando i muli non possono più andare avanti, il materiale viene scaricato e trasportato, spinto, issato dai cannonieri, e quando anche le ruote del cannoncino diventano un impiccio, il pezzo viene sm***ato, e affusto, cannone, ruote vengono ciascuno pigliati in spalla da un soldato, come il mugnaio si piglia un sacco di farina"

Artiglieria da Montagna e fanteria alpina diventavano così un connubio inscindibile, in tempo di pace, anche attraverso le esercitazioni, come durante i conflitti, per la difesa o il controllo del territorio italiano. Non potevano esserci i secondi senza i primi chiamati ad operare su territori impervi ed ad aprire i varchi, laddove necessari in guerra, per colpire le linee nemiche permettendo alla Fanteria alpina di penetrare nel territorio avverso.

PER NON DIMENTICARE

Si ringrazia Pierangelo Botto per la preziosa collaborazione
Si ringrazia Francesco Rusticone per la preziosa collaborazione
(Foto non presente all'interno del libro)

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26/05/2022
31/03/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

"Ogni tanto, quando siete afflitti dai vostri travagli quotidiani, rivolgete solo per un attimo lo sguardo al cielo e ricordatevi di noi... e dei nostri vent'anni..."

PER NON DIMENTICARE

(Foto non presente all'interno del libro)

16/03/2022

UN EROICO ALPINO

Il 13 marzo 1916, a San Martino del Carso (Gorizia), il Capitano degli Alpini Carlo BAZZI, nato a Milano nel 1883, immolò la sua giovane vita, diventando un Esempio perenne per gli Alpini. Per il suo eroico sacrificio è decorato con la Medaglia d'Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione: "Alla testa del proprio reparto, con mirabile e cosciente ardimento, irrompeva, entrandovi per primo, in un saldo trinceramento nemico, impadronendosene catturandone i difensori ed una mitragliatrice. Contrattaccato da forze superiori diede intelligenti disposizioni per la resistenza riuscendo a respingere l’attacco. Mentre più accanito era il combattimento, egli, bell’esempio di italiche virtù militari, sdegnoso di ogni riparo, dall’alto della trincea, imbracciando un fucile, invitava i propri dipendenti alla resistenza fìnchè, colpito alla fronte, suggellava con una morte gloriosa il suo atto eroico."
Ciro Niglio
SENZA MEMORIA NON C'È FUTURO

Grazie per aver letto questo post, con la speranza che questo ricordo possa essere divulgato e condiviso liberamente. Tutti sono invitati a seguire la pagina FB “Esempi Quotidiani”, perché “per superare le sfide del futuro servono Valori, che sono chiari negli Esempi del passato (C.N.)”

14/03/2022



"È all'apparecchio che io miro, non all'uomo."

Maggiore di Cavalleria Francesco Baracca.

Pagina del Gruppo Grande Guerra 1915-1918

14/03/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

In questa straordinaria Fotografia del 1915 i mitici forni Weiss utilizzati dalle squadre panettieri per produrre il pane per le truppe.

È sicuramente interessante il fatto che il Feldbackofen 1901 della Weiss fu di produzione Austroungarica e venne venduto prima della guerra 1914-18 in migliaia di pezzi a vari eserciti europei come l'italiano, rumeno, bulgaro, polacco.

Inventore nel 1897 il maggiore Josef Bekésy, produzione in serie della ditta Manfred Weiss di Budapest.

È certamente un'interessante occasione di riflessione il fatto che sul fronte italiano dal 1915 al 1918 le due parti cuocevano il pane con lo stesso modello di forno.

Ecco alcune informazioni tratte da una tabella pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del giugno 1915

1) Il responsabile del servizio "alimentazione" era un ufficiale denominato "ufficiale al vettovagliamento": ogni reggimento di fanteria, bersaglieri, cavalleria e artiglieria da campagna ne aveva uno. L'ufficiale al vettovagliamento dei battaglioni alpini era l'ufficiale addetto alle salmerie. Erano inoltre dotati di ufficiale di vettovalgiamento: i comandi di divisione (sia di fanteria che di cavalleria) le sezioni sanità e le sezioni sussistenza.

2) ogni "Gruppo Alpino" aveva una "sezione panettieri da m***agna" formata da 78 uomini. Le "sezioni sussistenza" applicate alle divisioni di fanteria avevano 17 panettieri e 24 macellai, quelle per divisioni di cavalleria 16 panettieri e 12 macellai. 17 panettieri e 24 macellai avevano anche le sezioni sussistenza per corpo d'armata.

Da ogni corpo d'armata poteva dipendere una "sezione panettieri con forni Weiss" che aveva una "squadra per truppe supplettive" con 85 panettieri e tante squadre per divisione di fanteria quante erano le divisioni del corpo d'armata. Queste squadre erano formate da 170 panettieri. Qualora il corpo d'armata fosse dotato di "sezione forni Weiss" le sezioni sussistenza di divisione e di corpo d'armata non avevano panettieri ma solo macellai.

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Esercito Italiano
La panificazione veniva garantita in parte con forni in muratura edificati nelle retrovie ed in parte con forni mobili. Forni mobili di tre tipi:
Rossi modello 1893 carreggiato,
Rossi 1897 carreggiato e someggiato,
Weiss m***ato su ruote e trainato da cavalli
Quello più usato fu Il Weiss. A regime forniva 2000 porzioni di pane in 24 ore. Permetteva di ridurre notevolmente la distanza tra luogo di produzione ed utilizzo sul campo. Nel corso dei tre anni di conflitto vennero prodotti 5 miliardi di razioni di pane.
Di fatto il sostentamento delle truppe venne garantito da un binomio: le casse di cottura per cucinare ed i forni Weiss per panificare.
Durante la Grande Guerra il pane fu l’alimento principale degli italiani. Non lo si consumava tutto. In parte veniva tenuto nel tascapane. Serviva come riserva quando ci si disperdeva e bisognava aspettare la notte, fuori tiro nemico, per rientrare. Oppure come sostituto delle maschere antigas: pane bagnato fra i denti tenuto fisso da un fazzolettone legato dietro la testa.

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07/03/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

In questa straordinaria Fotografia, un cannone 75/27 C.K. m***ato su Autocarro Fiat 18BL utilizzato durante la Grande Guerra e specificatamente, come da immagine, durante l'11° Battaglia dell'Isonzo combattuta tra il 18 Agosto ed il 12 Settembre 1917.

La 75/27 fu un'arma contraerei sviluppata in Italia durante la prima guerra mondiale.
Il cannone 75/27 CK (Commissione Krupp) fu sviluppato nel 1915 dall'Arsenale del Regio Esercito di Napoli in seguito alla richiesta di un pezzo antiaereo. Il pezzo fu ottenuto ispirandosi al contraereo tedesco Ehrhardt ed utilizzando la canna del cannone 75/27 Mod. 1906, in modo da poter usare lo stesso munizionamento.
Il pezzo era destinato all'installazione su autocarro Itala X e Fiat 18BL, ma il costo di produzione dell'autocannone e lo stabilizzarsi della guerra di posizione (che rendeva il requisito di mobilità degli autocannoni non stringente), rallentarono le consegne. Alla fine della prima guerra mondiale erano stati prodotti 72 pezzi su autocannoni e 93 su rimorchio o installazione fissa, per un totale 165 esemplari.
Nel 1927 i pezzi vennero sbarcati dagli Itala X e Fiat 18BL e vennero rim***ati dall'Arsenale sui più moderni autocarri Ceirano 50 CMA, ottenendo il 75/27 CK su Ceirano 50 CMA. Il pezzo in installazione fissa prese parte alla Guerra civile sp****la, installato su pianali ferroviari. Durante la seconda guerra mondiale il 75/27 CK su Ceirano 50 CMA fu utilizzato per la protezione antiaerea delle autocolonne, mentre dal 1942, sostituito ormai dai moderni 75/46 C.A. Mod. 1934 e 90/53 Mod. 1939, fu destinato alla difesa del territorio metropolitano e delle installazioni militari, in postazione fissa operate dalla Milizia per la difesa antiaerea territoriale

Il Fiat 18 fu un autocarro militare pesante prodotto dalla Fiat Veicoli Industriali ed impiegato dal Regio Esercito nella prima guerra mondiale.
Il Fiat 18 fu sviluppato e prodotto dalla Fiat a partire dal 1911, ma il vero successo per questo autocarro arrivò durante la Grande Guerra, quando il modello Fiat 18BL divenne la spina dorsale della logistica italiana, specialmente durante le offensive del 1916. L'autocarro costituiva il normale complemento medio-pesante dell'autocarro leggero Fiat 15 ed insieme a questo fu il protagonista della motorizzazione delle forze armate italiane. Le forze armate, oltre che la versione 18BL, impiegarono il Fiat 18BLR (la R sta per rinforzato), il Fiat 18DC ed il Fiat 18P (la P sta per pesante), impiegati, oltre che come trasporto truppe e materiali, anche con gli allestimenti ambulanza chirurgica, carro fotoelettrica, cassonato porta-munizioni, trattore d'artiglieria e laboratorio fotografico al seguito delle squadriglie da ricognizione.
Prodotto in oltre 20.000 esemplari, conobbe enorme successo anche in campo internazionale, venendo utilizzato da Gran Bretagna, Francia ed Unione Sovietica. Il mezzo ebbe larga diffusione anche sul mercato civile, per i modelli 18A, 18M e BL erano prodotti come autotelai semplici che venivano poi allestiti dalle numerose carrozzerie. La versione autobus da 25 posti era particolarmente diffusa tra le autolinee.
Nei primi anni trenta il Regio Esercito sostituì il Fiat 18 con il Ceirano 50 CM, ma alcuni esemplari risultavano ancora in servizio nelle colonie italiane nel 1940 allo scoppiare della seconda guerra mondiale.
L'autotelaio su due longheroni in lamiera d'acciaio, è a due assi a trazione posteriore, con sospensioni a balestre semiellittiche. Le ruote sono in acciaio fuso, con semipneumatici in gomma piena. Il motore è un quatricilindrico a benzina Fiat 64 nelle varie versioni, tranne che sul Fiat 18P che m***a un Fiat 53A. Il cambio è a quattro marce (più retro). Un albero cardanico trasmette il moto al differenziale e questo, tramite due catene protette da carter, alla corona dentata delle ruote.
Il Fiat 18BL, che è stato in assoluto il modello militare più prodotto, era dotato di cassone telonato con sponde di legno, lungo 3,5 m e largo 1,75 m da 3,5 tonnellate di portata. Il posto di guida era protetto da una capote ripiegabile in tela impermeabile ed era dotato ai lati di rastrelliere per gli attrezzi da zappatore. Il passo di 3,65 m e la carreggiata di soli 165 cm, con un raggio di sterzata di 6,8 m, rendeva il mezzo maneggevole anche sulle strade di m***agna che caratterizzarono il fronte italiano. La capacità di traino di 5 tonnellate ne permetteva l'utilizzo anche come trattore d'artiglieria.
Il modello Fiat 18BLR era la versione con balestre rinforzate, ruote di diametro minore e telaio accorciato, utilizzata per i trasporti pesanti e come base per l'autocannone da 76/40 R.M. della Regia Marina.

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Imperial War Museum © IWM

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25/02/2022

TRENTO. Nel corso della Grande Guerra, il Trentino – oggetto del conflitto e campo di battaglia – si trasformò in un laboratorio. “Un laboratorio di modernità – lo definisce il provveditore del Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto Francesco Frizzera – in cui i fenomeni laceran...

È triste tutto questo. Molto.
25/02/2022

È triste tutto questo. Molto.

Non è servito a nulla...

Il Mondo si prepara ad una nuova, infida e drammatica guerra

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Biblioteque Nationale de France ritrae due Soldati Francesi mentre trasportano un compagno ferito in combattimento durante la Prima Battaglia dello Champagne. Gennaio 1915.

23/02/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi. Il "Sogno di Carzano".

Provate a leggere questa incredibile vicenda. Non la troverete nei libri di Storia. Se questo "sogno" si fosse realizzato migliaia di vite umane sarebbero state risparmiate.

"Caddi affranto su una sedia e piansi. Tutto lo sforzo di quegli ultimi mesi, tutte le fatiche, tutte le notti perdute si abbatterono come di schianto sulla mia tenace volontà: la partita era perduta, il sogno svanito. Appena rimessomi raggiunsi la piazzetta: giungeva in quel momento, portato da altri due intercettatori, un mio guardiafili: il soldato Corso. Esangue, disteso sulla barella, con la morte già negli occhi, egli mi sorrise: "Peccato - mormorò - ero così felice di essere venuto." E gli occhi si richiusero per sempre. Trattenni a stento i singhiozzi: tutti i miei intercettatori, a capo scoperto, si raccolsero silenziosamente attorno. "Il nostro bel sogno è crollato - dissi facendomi forza - ma non è intaccata la certezza della vittoria finale. Torniamo alla diuturna fatica, sono i nostri fanti morti che ce lo comandano. Sia pace e gloria al valoroso caduto". E lo baciai in fronte."
Cesare Pettorelli Lalatta "Finzi" (Finzi era il cognome della madre figlia di Giuseppe Finzi) sarà decorato di medaglia d'argento. Cesare Finzi, combattè sotto questo nome e solo nel 1922 assunse il nome del padre Pettorelli Lalatta"

"Il Sogno di Carzano" detto anche il "Tradimento di Carzano"

Il paese di Carzano, che si trova in Valsugana a nord est di Borgo, era prima linea austriaca nel settembre del 1917, con gli italiani schierati a poca distanza dalle sponde del torrente Maso, affluente del Brenta. Dopo due anni di guerra senza quartiere, le diserzioni ed i tradimenti erano aumentati, e si contavano maggiormente nelle file imperiali perché alcuni popoli della monarchia austriaca da tempo desideravano riconoscimento ed autonomia di stato sovrano e indipendente: tra questi, Romeni, Slavi, Cecoslovacchi.

L'episodio di Carzano prese l’avvio da un tradimento, che poteva avere conseguenze gravissime per gli austriaci. Tuttavia il mancato successo italiano relegò questo oscuro fatto a normale attività bellica, e per conoscerlo si dovette attendere la fine della guerra e la pubblicazione degli scritti degli ufficiali che vi avevano preso parte: tra questi Ugo Ojetti, già responsabile dell'Ufficio di propaganda sul nemico, ed Angelo Gatti, ufficiale e storico del Comando supremo Italiano.
L'ideatore del colpo di mano di Carzano fu il Tenente Pifko, professore di scuola media a Marburg. Il progetto prevedeva che, grazie alla collaborazione di ufficiali e soldati boemi, cui era affidata la difesa del settore di Carzano, nella notte tra il 18 e 19 settembre 1917 venisse aperto un varco nelle munitissime difese austriache creando la possibilità per gli italiani di penetrare oltre le linee ed arrivare almeno sino a Rovereto.
Il generale Zincone comandante della Brigata Campania, venne incaricato di dirigere l'azione. A rinforzo della Brigata vennero spostati nella zona diversi battaglioni di bersaglieri ciclisti, alpini e truppe del genio; furono per l'occasione create ben dodici colonne di soldati che dovevano gettarsi nel varco, allargarlo annientando le difese nemiche colte di sorpresa, attendere i rincalzi e marciare verso Rovereto e Trento.

Per realizzare il piano e mettere a punto tutti i particolari, il tenente Pifko e gli altri cospiratori passarono varie volte la terra di nessuno tra le trincee italiane e austriache; quando tutto fu pronto, la notte del 18 settembre scattò l'azione. Per prima cosa i cospiratori tolsero la corrente ad alta tensione dai reticolati e tagliarono i collegamenti telefonici, poi fecero in modo di allontanare parte della truppa di guardia, mentre ai soldati rimasti veniva offerto vino drogato; contemporaneamente la prima colonna italiana, guidata dal tenente Pifko e da altri "eroici traditori" iniziava a muoversi verso il varco che si era creato.
Un particolare, che poi si rivelò decisivo, non venne però preso nella giusta considerazione: sul torrente Maso gli austriaci avevano lasciato solo una piccola passerella in legno e su quella, secondo il piano del Gen. Zincone, dovevano sfilare parecchie migliaia di soldati pesantemente armati, uno alla volta.

I soldati italiani penetrarono nelle linee nemiche, arrivando sul rovescio delle altre posizioni difensive che in parte si arresero o attuarono una fiacca resistenza: la breccia si andava allargando. A questo punto contro gli attaccanti giocò quell'unica piccola passerella sul torrente Maso: l'infiltrazione italiana divenne lenta, mentre le truppe austriache, consce del grave pericolo, accorrevano dalle retrovie.
Il Gen. Zincone non se la sentì di tentare il forzamento delle difese nemiche con un attacco in massa ed ordinò il ripiegamento, abbandonando al loro destino le truppe che erano già passate e si ritrovarono ben presto accerchiate.

Il Bollettino Cadorna del 20 settembre 1917 così dava notizia dello scontro: "In direzione di Carzano (Val Sugana), un nostro reparto riusciva a spingersi oltre le linee nemiche del torrente Maso e vi catturava 200 prigionieri".
Il Comando Supremo Austriaco avviò subito una commissione d'inchiesta per accertare i fatti; il 23 febbraio 1918 fu diramato un comunicato che, oltre a spiegare quanto successo, dava anche le cifre dello scontro: l'infiltrazione italiana era stata di 5 battaglioni pari a circa 2.500 uomini con 12 mitragliatrici.
Le perdite italiane amm***arono a 896 soldati e 17 ufficiali uccisi; gli altri vennero quasi tutti catturati. Le perdite austriache si limitarono a 10 ufficiali, 306 soldati caduti, e a quei 200 prigionieri fatti nella prima ora dell'attacco. Il comunicato austriaco terminava con queste parole: "l'azione nemica in caso di successo avrebbe potuto avere effetti incalcolabili".

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Associazione Nazionale Alpini ritrae Alpini durante il primo anno della Grande Guerra su un ghiacciaio. Anche gli Alpini parteciparono al "Sogno di Carzano"

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23/02/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

In questa straordinaria ed inedita Fotografia, numerosi Soldati, prigionieri Italiani sorseggiano del vino mentre sono sorvegliati da un soldato Tedesco.
Udine, novembre 1917. I giorni seguenti lo sfondamento di Caporetto
Per loro la Grande Guerra era terminata... Saranno tornati dalla prigionia?

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Imperial War Museum © IWM

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22/02/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

In questa straordinaria, spettacolare e rarissima Fotografia, Soldati Italiani marciano verso il fronte attraverso la Val d'Assa.

Come tutto l'acrocoro dei Sette Comuni anche la Val d'Assa fu teatro di importantissimi eventi bellici, la valle infatti correva lungo il confine tra l'Impero Austro Ungarico ed il Regno d'Italia. La vallata dopo la primavera del 1916 e sino alla fine del conflitto divenne poi arteria di vitale importanza per i soldati dell'Impero. A Vezzena ed in località "Ghertele" si trovavano anche due dei 41 Cimiteri di guerra dell'Altopiano dei Sette Comuni.

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Imperial War Museum ©IWM del 24 Ottobre 1918, gli esordi della Battaglia di Vittorio Veneto

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20/02/2022

Prima Guerra Mondiale. Uomini, Soldati, Eroi.

In questa drammatica ed inedita Fotografia, Prigionieri Italiani serviti con razioni di cibo da guardie Austroungariche in un campo a Cividale del Friuli nel novembre 1917, dopo lo sfondamento di Caporetto.

Quanti furono i soldati, graduati e ufficiali italiani fatti prigionieri dagli austriaci e, dopo Caporetto, dai tedeschi? E quanti di essi perirono nei campi di concentramento o non fecero comunque più ritorno alle loro case? Secondo la "Commissione parlamentare d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico", che terminò i lavori nel 1920, i prigionieri italiani furono circa 600.000, di cui 19.500 ufficiali. Ma ancora più impressionante è la cifra dei morti: 100.000 italiani perirono nei campi di concentramento ed il numero è da considerare per difetto, perché, per ammissione degli ex nemici, nel computo sono esclusi i morti nelle compagnie di lavoro, disseminate in ogni angolo dell'Europa centrale. Quali furono le cause della morte? E' questo il dato forse più agghiacciante: solo in minima parte essa dipese dalle ferite contratte in battaglia; la stragrande maggioranza perì per malattia, soprattutto la tubercolosi e l'edema per fame. La fame, il freddo, gli stenti, furono quindi alla base dell'ecatombe dei prigionieri italiani.

Eppure la questione prigionieri era stata già affrontata nel trattato dell'Aja del 1907: l'art. 7 recitava che ai prigionieri doveva essere garantito un trattamento alimentare equivalente a quello riservato alle truppe del paese che li aveva catturati; inoltre ai primi del 1915, pochi mesi dopo lo scoppio del conflitto mondiale, apparso evidente che tutte le norme erano inadeguate, grazie alla iniziativa della Croce Rossa Internazionale, fu creata a Ginevra l'Agenzia di soccorso a favore dei prigionieri di guerra, cui aderirono tutti i paesi belligeranti, che svolse una azione di controllo e stimolo sui vari governi per l'attuazione di misure umanitarie, risultando anche il principale canale di comunicazione tra gli stati belligeranti. Nessun governo aveva però previsto di dover far fronte a prigionieri che arrivavano a ondate di decine di migliaia alla volta: a gennaio del 1915 in Germania vi erano 600.000 ex combattenti, divenuti 1.750.000 un anno dopo, proprio quando la situazione alimentare si faceva difficile anche per la popolazione interna, causa il perdurare del blocco navale inglese. Gli osservatori svizzeri consigliarono allora l'invio diretto di aiuti ai prigionieri da parte delle varie nazioni in guerra, così nell'aprile del 1916 Germania, Francia ed Inghilterra si accordarono in tal senso, allargando l'accordo allo scambio di tutti i prigionieri malati o feriti. In questo modo le tre nazioni poterono salvare un ragguardevole numero dei loro soldati catturati. E l'Italia?

Nel 1916 il governo italiano era stato messo al corrente di quali fossero le effettive condizioni dei soldati fatti prigionieri, ed anche di quali fossero le condizioni della stessa popolazione austriaca; risultava così palese come fosse impossibile per quel paese fornire ai prigionieri di ogni nazionalità i mezzi di sostentamento e di vestiario necessari. Veniva anche fugato ogni dubbio sulla corretta applicazione dell'art. 7 del trattato dell'Aja: le truppe austriache ricevevano lo stesso trattamento alimentare dei prigionieri nei campi di concentramento. Ben consapevole di ciò, il Governo italiano, in perfetta sintonia col Comando Supremo dell'esercito, rifiutò sempre ogni tipo di intervento statale, tollerando appena l'invio di aiuti da parte dei privati cittadini. Per coordinare l'invio dei soccorsi, già nel 1915 era stata creata all'interno della Croce Rossa Italiana la Commissione prigionieri di guerra con a capo il senatore Giuseppe Frascara, che si affiancava ad un analogo istituto militare per la gestione del problema dei prigionieri di guerra austro-ungarici presenti sul territorio italiano, al comando della quale era stato messo il generale Paolo Spingardi. La Commissione prigionieri della C.R.I. aveva anche il compito di gestire il flusso della corrispondenza dai campi di internamento alle famiglie e viceversa, e le lettere prima di essere inoltrate in Italia dovevano passare il visto della censura militare. Il C.S.I., per evitare il diffondersi di notizie considerate “pericolose” ed il conseguente diffondersi del malcontento tra le famiglie nel 1917 avocò a sé il totale controllo della corrispondenza: attraverso la censura militare fu così in grado di controllare tutte le operazioni di invio e ricevimento della corrispondenza tra prigionieri e famiglie. In questo modo si otteneva anche un altro e non secondario risultato: quello di smascherare e colpire eventuali disertori, i quali, a volte, nello scrivere a casa, maledicevano il momento in cui si erano dati volontariamente prigionieri al nemico. Era, questo dei disertori, il chiodo fisso del generale Luigi Cadorna, che trovava concorde nella sua opera di repressione, il capo del Governo Antonio Salandra prima e poi, col governo Boselli, il ministro degli esteri Sidney Sonnino. Il mancato aiuto governativo ai prigionieri doveva servire come deterrente per coloro che avessero intenzione di sfuggire alla durezza della vita al fronte con la resa al “nemico”. Con la propaganda mirata e la censura preventiva tale situazione veniva poi pubblicizzata nel paese, attraverso opuscoli militari e giornali amici. L'effetto della diffusione di queste notizie così di parte fu quello di irritare il governo austriaco che minacciò per ritorsione di chiudere le frontiere ad ogni aiuto proveniente dall'Italia, e fu solo per l'opera di mediazione svolta dalla C.R.I. se l'incidente fu chiuso.

In realtà, la percentuale dei soldati che commisero il reato di diserzione passando al nemico fu minima: la stragrande maggioranza preferì nascondersi all'interno del paese oppure non presentarsi alla chiamata di leva se residente all'estero. Per arginare il fenomeno della diserzione furono emanate norme severissime. Ad esempio il ritardo ammesso per il rientro dalla licenza venne ridotto a 24 ore contro i 5 giorni previsti dal codice penale militare; è facile intuire come questa norma producesse l'effetto contrario: il soldato che per disguidi nei trasporti superava le 24 ore di ritardo nel presentarsi al reparto, disertava per paura delle ritorsioni, perché i tribunali militari erano stati esplicitamente invitati ad applicare il massimo della pena, cioè l'ergastolo o la fucilazione. Ma i provvedimenti colpivano anche la famiglia del disertore o presunto tale: si andava dal blocco dei sussidi di guerra, all'affissione del comunicato di denuncia sulla porta di casa e nell'albo comunale; se il militare sospettato si trovava internato in un campo di concentramento in territorio nemico, alla famiglia era proibito l'invio di corrispondenza e pacchi viveri. Si condannava quindi alla morte civile sia il militare prigioniero che la sua famiglia in Italia. Solo dopo Caporetto, in presenza di un gran numero di sbandati nel paese, il C.S.I. fu costretto ad emanare una specie di sanatoria nei confronti dei disertori a patto che si fossero presentati entro una certa data (bando Cadorna del 2 novembre 1917) che fu prorogata più volte sino al 29 dicembre. Ma già un decreto del 21 aprile 1918 a firma del generale Armando Diaz aggravava la situazione equiparando la diserzione all'interno con quella in faccia al nemico, punibile con la pena di morte. Alla fine del conflitto i processi per diserzione all'interno del paese, cioè per il militare che si allontanava dalle retrovie del fronte o non tornava dalla licenza, furono 150.429 su un totale di 625.263; quelli per passaggio al nemico 2.662, in presenza o in faccia al nemico 9.472.

Nel 1918, alle violente proteste delle famiglie contro l'abbandono dei prigionieri italiani in suolo nemico da parte dello stato, si aggiunsero le accuse di varie nazioni anche alleate: l'assenteismo italiano stava assumendo l'aspetto di scandalo internazionale. Il conte Guido Vinci, delegato generale della C.R.I. a Ginevra, aveva inviato al capo del governo Vittorio Emanuele Orlando una relazione in cui tra l'altro era scritto: "La differenza tra quanto si fa all'estero ed in Italia è stridente; in Francia e Inghilterra si è organizzato un servizio che permette l'invio di 2 chilogrammi di pane la settimana per ogni ufficiale e soldato, la Francia ha deciso di provvedere anche per i Serbi prigionieri. L'America non aveva ancora un prigioniero che già costituiva a Berna immensi depositi per soccorrere la truppa che fosse catturata dal nemico. Nei campi di prigionieri italiani il morale vi è depresso ed eccitato sino alla rivolta: non contro Austria o Germania, ma contro la patria lontana ed immemore dei suoi figli.". Nell'agosto del 1918, per mitigare le accuse internazionali, V.E. Orlando chiese all'onorevole Leonida Bissolati di organizzare soccorsi governativi da affiancare a quelli della Commissione prigionieri della C.R.I.; fu predisposta la spedizione di vagoni di gallette fornite dai privati e dallo Stato italiano: cinque vagoni di pane e gallette, circa 500 quintali, partirono il 16 agosto per i campi di Mauthausen e Sigmundsherberg: un semplice palliativo al problema, come fece notare il giornale “L'Avanti”.

Ma come si viveva nei campi di concentramento? Il campo aveva al centro una costruzione ampia che conteneva i servizi comuni, attorno alla quale si diramavano lunghe file di baracche in legno che potevano contenere dalle 100 alle 250 persone. Nei campi i prigionieri erano divisi per nazionalità ed ufficiali e soldati vivevano in baracche separate. La disciplina e l'amministrazione del campo era gestita dagli stessi ufficiali prigionieri, che si servivano dei graduati per mantenere l'ordine; buono era il trattamento economico degli ufficiali che ricevevano uno stipendio mensile identico al pari grado avversario; a loro venivano regolarmente inoltrati pacchi viveri dall'Italia, in caso di necessità potevano acquistare cibo nelle botteghe dei paesi limitrofi. Nonostante le privazioni e le difficoltà materiali che scaturirono dal prolungarsi del conflitto, la condizione degli ufficiali non fu in alcun modo comparabile a quella dei soldati semplici. I campi dei soldati non furono forniti di nessuna delle comodità offerte agli ufficiali; con l’aumento del numero dei prigionieri le condizioni andarono via via deteriorandosi. I prigionieri erano stipati in enormi stanzoni senza riscaldamento, con pagliericci infestati da pidocchi; dovevano obbligatoriamente lavorare all'esterno, impegnati in agricoltura o nelle fabbriche, per 12 - 14 ore giornaliere. Le mancanze più lievi erano punite con pane e acqua, le bastonate erano considerate una punizione leggera, spesso si finiva legati ad un palo al centro del campo per vari giorni. Le punizioni sembra fossero più severe in Austria e più frequenti in Germania. Non di rado coloro che si dimostrarono maggiormente crudeli nello sfruttamento dei soldati furono quegli italiani delegati alla vigilanza dei compatrioti, perché, grazie a questa attività, ricevevano un trattamento di favore in cibo e vestiario.

I campi di concentramento negli Imperi centrali furono definiti, nel 1918, "le citta dei morenti". Per lenire la fame i prigionieri ingerivano grandi quantità di acqua, ingoiavano erba, terra, pezzetti di legno e carta, anche sassi. Le conseguenze erano morte per dissenteria acuta, o per polmonite, se si gettavano in inverno dentro ai canali di scolo per raccattare la spazzatura delle cucine del campo. La razione di cibo quotidiana che l'Austria riservava ai prigionieri era costituita da un caffè d'orzo al mattino, una minestra di acqua con qualche foglia di rapa a mezzogiorno e a cena una patata con una fettina di pane integrale ed una aringa. Due, tre volte a settimana un minuscolo pezzo di carne. Questo rancio non era di molto differente da quello delle guardie carcerarie, che spesso svenivano per fame in servizio. Scriveva nel suo diario Carlo Salsa, ufficiale d'artiglieria e prigioniero dopo Caporetto a Theresienstadt: "Al campo della truppa, prossimo al nostro, sono concentrati 15.000 soldati: ne muoiono circa 70 al giorno per fame. Spesso questi morti non vengono denunciati subito per poter fruire della loro razione di rancio, i compagni li tengono nascosti sotto i pagliericci fino a che il processo di decomposizione non rende insopportabile la loro presenza." Anche se la censura nemica vietava che nelle lettere fosse denunciato che si soffriva la fame, già ai primi del 1917 la nostra censura aveva notato che nel 90% delle missive provenienti dai campi di prigionia era riportata la frase "..mandate... se volete vedermi ancora..", e di questo era stato informato il Comando Supremo dell'esercito ed il Governo italiano. Il 31 ottobre 1918, a seguito dello sfondamento del fronte da parte dell'esercito italiano a Vittorio Veneto, la sorveglianza austriaca nei campi di concentramento venne quasi a cessare. I soldati di sorveglianza buttarono il fucile e si incamminarono per tornare a casa mentre i prigionieri, ufficiali e soldati, assunsero il comando nei campi e per prima cosa cercarono di placare la fame. Una delle clausole del trattato d'armistizio firmato a Villa Giusti tra Italia e Austria il 3 novembre 1918, indicava nella data del 20 novembre l'inizio del rientro degli ex prigionieri, al ritmo di 20.000 al giorno. Non fu così. L'Austria aprì quel giorno stesso tutti i cancelli dei campi di concentramento sparsi sul suo territorio, mentre in Ungheria ciò era avvenuto il giorno prima. Per conseguenza si ebbe che la maggior parte dei prigionieri arrivò alla frontiera dopo un allucinante viaggio a piedi attraverso regioni sconvolte dalla guerra, dove tutto era stato distrutto o razziato e dove la stessa popolazione moriva di fame.

Diversa fu la situazione in Germania, dove i campi di internamento non furono abbandonati dalle guardie tedesche, permettendo così al governo italiano di organizzare il rientro in treno degli ex prigionieri, anche se con colpevole ritardo, perché i primi rientri iniziarono solo verso la metà di dicembre. Ma non era ancora finita. I soldati rimpatriati dovettero fare i conti con la versione "ufficiale" della rotta di Caporetto, secondo la quale essa era avvenuta per la diserzione in massa delle truppe, consegnatesi senza combattere al nemico; inoltre il governo era consapevole dei sentimenti ostili nutriti dagli ex prigionieri per essere stati abbandonati al loro destino. Già il 7 marzo 1918, il generale Armando Diaz, si era detto preoccupato che il fronte interno (la popolazione italiana) venisse in contatto con i prigionieri malati o feriti resi dall'Austria, e per essi proponeva una semplice soluzione: l'invio nelle colonie della Libia. Ma una norma internazionale del 1917 vietava l'invio in zona di guerra dei prigionieri restituiti se malati o invalidi, e la Libia era zona di guerra. La discussione sul cosa fare e come farlo tra C.S.I. e Governo andò per le lunghe: finì prima la guerra. Ma non si accantonò l'idea di tenerli isolati . Il 30 ottobre il generale Badoglio, ordinò alla 9a armata la costruzione di campi di isolamento della capienza di 20.000 uomini cadauno, inoltre furono riadattati i centri di raccolta degli sbandati dell'ottobre del 1917; il primo campo fu quello di Gossolengo (Piacenza), poi Castelfranco, Rivergaro, Ancona, Bari e tanti altri, all'interno dei quali risultavano internati, a fine dicembre 1918, quasi 500.000 ex prigionieri. Per tutti iniziarono estenuanti interrogatori. Con la fine della guerra, l'opposizione socialista e liberale tornò a fare sentire la sua voce. Naturalmente la prima questione che venne posta al governo in carica fu quella degli ex prigionieri ancora detenuti nei campi di raccolta e sottoposti ad interrogatori la cui lunghezza faceva presagire tempi biblici per giungere ad una qualche conclusione. Per parare il colpo e sviare le accuse, il governo diede vita alla Commissione d'inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico, ovvero sul trattamento subito dai prigionieri italiani nei campi degli ex Imperi Centrali; si tentava far ricadere tutte le colpe sugli ex nemici assolvendo così il Governo ed il C.S.I. Ma nei campi la protesta continuava a m***are. Si resero necessarie altre misure, di carattere alimentare ed economico col riconoscimento della indennità di una lira per giorno di prigionia subito, a favore dei reduci scagionati dalla accusa di diserzione, i quali vennero mandati a casa con una breve licenza e poi reintegrati nei reparti militari originari, per essere quindi inviati in Macedonia o in Albania. Per loro il congedo arriverà solo un anno dopo. Non bastava. Il 21 febbraio 1919 ci fu un primo seppur parziale decreto di amnistia per i reduci ancora reclusi nei campi. Ma occorsero ancora mesi ed un nuovo governo, presieduto dall'on. Nitti, perché si arrivasse, il 2 settembre, ad una vera amnistia di massa: furono liberati gli ultimi 40.000 detenuti, cancellati 110.000 processi su 160.000 in corso. Veniva finalmente resa pubblica l'opera della Commissione d'inchiesta sui fatti di Caporetto, che scagionava l'insieme delle truppe dall'accusa di aver volontariamente abbandonato le armi per consegnarsi al nemico. Il desiderio della pace, di una esistenza regolare, la necessità di lavorare, fecero dimenticare i propositi di vendetta e rivolta. Con l'avvento del fascismo, si affermò infine una esaltazione eroica della Grande Guerra, e qualsiasi ricordo non celebrativo venne rimosso. Dei prigionieri non si parlò più.

PER NON DIMENTICARE

Foto Archivio Storico Imperial War Museum © IWM Q 60418
Testo di Paolo Antolini

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