Storie civitavecchiesi di Enrico Ciancarini

Storie civitavecchiesi di Enrico Ciancarini Storie civitavecchiesi narrate da Enrico Ciancarini

09/08/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
La Repubblica dei Ragazzi: 8 agosto 1945.
Era l’8 agosto 1945 quando il procuratore generale della Compagnia di San Paolo, il sacerdote Antonio Rivolta, comunicava al vescovo Luigi Martinelli la decisione di aprire il successivo 15 agosto, in località Torre del Marangone, nella villa e tenuta dell’ex gerarca e ministro fascista De Stefani, un istituto denominato “Villaggio del Fanciullo”, destinato alla profilassi morale e alla rieducazione dei ragazzi che vivevano per la strada dopo le distruzioni e lutti della guerra.
Il 15 agosto, festività di Maria Assunta, un gruppo di ragazzi prese possesso dei locali in riva al mare. Erano partiti da Roma su un camion messo a disposizione dall’Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia (ENDSI), li accompagnava una signorina della Compagnia e dallo stesso don Rivolta (altre fonti parlano del 13 agosto).
Un giornale dell’epoca descrive l’entusiasmo provato dai ragazzi durante il tragitto, specialmente nell’incitare l’autista perché non si faccia sorpassare dalle rare auto in viaggio sull’Aurelia. È tanta l’eccitazione che uno dei ragazzi tira un torso di mela sulla testa dell’autista perché acceleri.
Ad un tratto un grido simile a quello dei guerrieri di Senofonte: “Mare, mare!”.
Sono trascorse da poco le 12 quando i cancelli della grande villa si aprono per far entrare l’autocarro dell’ENDSI che porta i bambini e passa lento tra le fronde del viale d’accesso; l’inaugurazione è senza p***a alcuna e i nuovi abitanti del piccolo borgo fanno la conoscenza con gli uomini e le cose che dovranno sopportarli.
Il pranzo è preparato dalla signora Maria che ha avuto da don Rivolta l’incarico di circondare i ragazzi di un’atmosfera di tenerezza materna.
Quel giorno i ragazzi vedono la prima struttura del villaggio: la villa col frontone a quattro colonne e con due ali che terminano da una parte con una ca****la, dall’altra con un padiglione tipo torretta; davanti alla villa un piazzale, poi un giardino con frutta ed un villino ad un piano, le finestre sono adorne di rampicanti fioriti e dalla veranda settecentesca in legno.
Le due case sono le fondamenta del villaggio. Poco distante il mare batte in un’ansa contro un fondo di roccia e sassi. I susseguenti villaggi marittimo, ed agricolo, unitamente all’artigiano, daranno vita alla Repubblica dei Ragazzi.
Il 28 agosto lo stesso don Rivolta chiedeva la facoltà di erigere nella stessa opera una casa religiosa per la direzione dell’iniziativa stessa.
L’esperimento del Marangone sarà narrato in quegli anni dalle grandi firme del giornalismo italiano. Quell’esperimento di democrazia diretta portato avanti da giovani sarà molto ammirato. Nei prossimi numeri dell’almanacco ci ritorneremo.
L’almanacco va in ferie per alcune settimane di agosto. Auguro buone vacanze a tutti i lettori.

02/08/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
1 agosto 1896: nasce la fabbrica Calce e Cementi.
Nell’ estate del 1896, nella periferia di Civitavecchia, iniziarono i lavori per la costruzione dello stabilimento della “Società anonima Fabbrica Calce e Cementi” con sede a Casale Monferrato.
Vengono istallati due forni verticali Aalborg e un impianto di macinazione costituito da due mulini Krupp e un frantoio. Progettisti dell’impianto, che comporta una spesa di Lire 320.000, sono gli ingegneri Adolfo Pellegrini e Virgilio De Mattei, rispettivamente presidente e direttore della società piemontese.
L’inaugurazione ufficiale dello stabilimento avvenne il 19 dicembre 1898. Da quel giorno, lo stabilimento e i suoi operai diventeranno ben presto protagonisti della vita economica e sociale della città. Non si contano le serrate e gli scioperi, le occupazioni e i licenziamenti di massa che avvennero in quegli anni e che sono testimoniati nelle pagine dei giornali nazionali e locali. Gli operai, fortemente sindacalizzati, parteciparono a tutte le lotte sindacali e politiche di quegli anni.
Nei primi decenni del Novecento, per una serie di fusioni aziendali, l’Italcementi divenne proprietaria dell’opificio che raggiunse livelli di produzione importanti grazie anche ai forni rotanti di modello danese modificati su consiglio dell’ingegnere Carlo Vigliani: dallo standard di 20 metri furono ingranditi a 46 di lunghezza.
Con i bombardamenti del 1943/44 gli impianti rimasero danneggiati: se quello del 14 maggio 1943 non provocò seri danni, quello successivo del 30 agosto costrinse ad interrompere la produzione.
I tedeschi in ritirata minarono i macchinari ma il capo meccanico Fortini, con altri coraggiosi dipendenti, provvide a innescare le mine poste sotto le basi dei forni.
Lo stabilimento dopo la fine della guerra fu ben presto rimesso in grado di lavorare grazie all’impegno di tutte le maestranze e dell’impresa che investì oltre 25 milioni nella ricostruzione.
Nel 1951 lavoravano nella fabbrica 463 dipendenti. Nel febbraio del 1959 un grande sciopero fu indetto per protesta contro il licenziamento di decine di operai. La fabbrica fu occupata e gli operai vi si asserragliarono Tutta la città fu coinvolta, scontri fra forze dell’ordine ed operai in sciopero si svolsero nelle vie del centro di Civitavecchia.
Queste lotte rafforzarono il legame fra coloro che lavoravano nella fabbrica e il resto della Comunità. Il “Cemento” fu una realtà presente in molte famiglie civitavecchiesi fra cui la mia: mio nonno Paolo e mio zio Tommaso furono entrambi operai di questa fabbrica. Nonno svolgeva l’attività di minatore ai Sassicari, la collina sulla strada per Allumiere da cui veniva estratto il caolino necessario per la produzione del cemento e che veniva trasportato in fabbrica tramite una teleferica lunga sette chilometri di cui ancora oggi sono visibili alcuni piloni.

26/07/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Stendhal, il teatro Minozzi e la signorina Mollica.
Porta la data del 25 luglio 1836, una lettera che Donato Bucci, che si firma “Francois”, scrive all’amico Henry Beyle, meglio conosciuto al mondo letterario come Stendhal. Sono cinque anni che lo scrittore ha preso possesso del consolato francese nel porto pontificio. Il suo rapporto con la piccola città portuale non è dei migliori: si annoia, chiede spesso licenza per scappare via, e così quando può corre a Roma o a Milano, la città che adora e che volle ricordare sulla sua tomba: “Arrigo Beyle milanese. Visse, scrisse, amò”.
Non ha però una visione del tutto negativa di Civitavecchia, Carlo Calisse nella sua “Storia di Civitavecchia” del 1898 ben tratteggia i veri sentimenti che Stendhal nutre per la città e per i suoi abitanti, tratti da alcune sue lettere:
“L’indole [dei Civitavecchiesi] è dolce, rifuggendo da fatti violenti; e gl’interessi ad altro non guardano se non che prosperi il commercio, che è vita della città. Il popolo gode del buon mercato, è allegro e vivace: i commercianti ed i possidenti interrompono le loro occupazioni colla caccia, co’ desinari in campagna, col corteggiare la cantante che più raccolga applausi in teatro”.
Passatempi che anche Stendhal coltivava e condivideva con i suoi amici Pietro Manzi e Donato Bucci, colui che aveva impiantato una fiorente attività di vendita (legale) di quanto si scavava a Tarquinia, a Cerveteri e nelle altre località già etrusche. Gli scavi archeologici in quelle località appassionavano lo scrittore. E l’assidua frequentazione del piccolo teatro cittadino, il Minozzi, lo distraeva dalle incombenze quotidiane che gli imponevano il suo ruolo di console.
Nella lettera della 25 luglio, Bucci racconta all’amico che nel teatro cittadino avevano messo in scena la “Norma” e “Il furioso nell’isola di San Domingo” di Vincenzo Bellini. Apprendiamo anche che il console aveva a disposizione un palco nel teatro cittadino da cui poter ammirare gli spettacoli e soprattutto le artiste che vi si esibivano.
La prediletta di Stendhal era Maria Luisa Mollica, contralto dell’Accademia Filarmonica di cui il console era membro onorario. All’amico Domenico Di Fiore la descriveva “piuttosto carina e appassionata”, la identifica come uno dei tre talenti da lui incontrati in città. Scrive che addirittura la sua potente voce attraversava una piazza e due strade per giungere fino a lui. Avrebbe fatto risuonare senza sforzo l’Opera di Parigi. La descrive gaia, vivace, loquace e si rammaricava di non poterla andare a trovare essendo molto più anziano di lei, che nel 1841 aveva solo ventidue anni mentre lui ne aveva cinquantotto e l’anno seguente sarebbe morto a Parigi il 23 marzo.
Silvio Serangeli, nei suoi preziosi studi sullo scrittore francese, scrive che la Mollica “è una vera prima donna che Civitavecchia non ha mai avuto, domina con la sua voce perfino l’orchestra e riesce a sostenerla anche quando il tenore non ce la fa. È chiaro che le altre fanciulle la detestino, perché è allegra, amabile, spigliata e sa un po’ di francese”.
Maria Luisa Mollica, un’altra donna protagonista della storia e della cultura di Civitavecchia.

19/07/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

18 luglio 1937: la bandiera di combattimento al sommergibile Jalea.

Tutta la città è imbandierata e festante per la consegna della bandiera di combattimento al sommergibile Jalea, ne è auspice la locale sezione della Lega navale che ha donato il Tricolore custodito in un artistico cofano.
Alla solenne cerimonia, svoltasi in mattinata nello specchio d’acqua della calata Principe Tommaso di Savoia, prende parte tutta la cittadinanza che si è riversata sulle banchine, mentre altri sono a bordo di piccole imbarcazioni che fanno corona all’unità navale, al cui fianco sono ormeggiati i sommergibili Onice ed Ametista.
Alla solenne cerimonia presenziano le principali autorità, fra loro spicca l’ammiraglio di squadra navale Enrico Cuturi e il vicepresidente del Senato, il civitavecchiese Giorgio Guglielmi. Schierati sui moli i sodalizi cittadini, le rappresentanze civili e militari, i reparti di truppa con le musiche.
La benedizione al vessillo è impartita dal vescovo, monsignor Luigi Drago, fra le salve d’ordinanza. La messa è celebrata su un altare posto a bordo del sommergibile. Al termine della celebrazione, il vescovo ha pronunciato un patriottico discorso, a cui è seguito quello di Ernesto Del Greco, podestà di Civitavecchia. Chiude i discorsi ufficiali il comandante del sottomarino, il capitano di corvetta Silvio Garino. Madrina del conferimento della bandiera è la marchesa Maria Guglielmi.
Dopo la consegna ufficiale del vessillo tricolore, è lanciato il saluto al re e al duce. Fra salve di moschetteria e con gli onori militari, il tricolore è issato al suono della Marcia reale e di “Giovinezza”. Segue la deposizione di una corona sulla lapide che ricorda i marinai caduti nelle precedenti guerre.
Nel pomeriggio il podestà offre agli ufficiali della squadriglia un ricevimento nel palazzo comunale. Fra di loro c’è Teseo Tesei, direttore di macchina, allora tenente del Genio navale, futura medaglia d’oro al valore militare alla memoria, caduto durante il fallito attacco a Malta.
Civitavecchia era stata scelta come sede della solenne cerimonia perché patria di Cesare Laurenti (nato per la verità storica a Terracina), padre del sommergibile italiano. Già nel 1913 l’ingegnere civitavecchiese aveva progettato un altro sommergibile a cui fu dato nome Jalea, che era affondato nel 1915 per aver urtato una mina austriaca nei pressi di Trieste.
Il sommergibile Jalea era stato varato nel 1933 e nel dicembre del 1936 partecipò, senza bandiera, alla guerra civile in Spagna. Pochi giorni dopo aver ricevuto la bandiera di combattimento a Civitavecchia, il sommergibile ritornò in Spagna, nei pressi del porto di Cartagena, dove attaccò e danneggiò gravemente il cacciatorpediniere spagnolo Churruca.
Combatté anche durante la Seconda guerra mondiale ma non registrò nessun affondamento di navi nemiche. Al momento dell’armistizio rientrò a Taranto, per poi trasferirsi a Malta e consegnarsi agli Alleati. Sopravvisse al conflitto e fu radiato il 1 febbraio 1948 e successivamente demolito.

12/07/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

L’Opera dei ritiri operai: “Come il popolo ritorna a Dio”.

In prigione dal 1926, Antonio Gramsci in cella divorava tutti i libri e le riviste che i suoi persecutori gli permettevano di leggere. Le sue richieste erano attentamente vagliate dalla polizia politica che decideva cosa potesse leggere. Fra i periodici che gli erano consentiti, c’era la rivista dei Gesuiti “La Civiltà Cattolica”, che lui cita ben 157 volte nei “Quaderni del Carcere”. Tramite lei, studiava ed osservava quanto la Chiesa portava avanti in Italia sotto l’asfissiante cappa del regime fascista.
Fra le citazioni, c’è quella relativa al numero del 20 luglio 1929 della rivista gesuitica in cui è recensito il libro ”Come il popolo ritorna a Dio, 1909-1929. L’opera dei ritiri e le Leghe di Perseveranza in Roma in 20 anni di vita”. Gramsci scrive “Le leghe di Perseveranza tendono a mantenere i risultati ottenuto nei ritiri e ad ampliarli nella massa. Esse creano una “opinione pubblica” attiva in favore della pratica religiosa, capovolgendo la situazione precedente, in cui l’opinione pubblica era negativa , o per lo meno passiva, o scettica e indifferente”.
In quella recensione si parla anche della presenza a Civitavecchia dell’Opera dei ritiri operai, istituzione presieduta dal comm. Camillo Parrini e forte di centinaia di iscritti fra la classe operaia:
“A Civitavecchia un gruppo di nove uomini, di ritorno da Roma dove avevano fatto il Ritiro, mandano altri uomini al Ritiro di Roma, e poiché il lavoro dei Ritiri chiusi sembrava loro troppo lento, promuovono una predicazione riservata agli uomini nella stessa Civitavecchia, invitandoveli anche con affiggere manifesti in tutti gli stabilimenti e centri operai. Così negli ultimi giorni di carnevale del 1927, circa cinquecento uomini vennero ad ascoltare il predicatore venuto da Roma, nella chiesa di S. Maria. Due terzi degli uditori non si erano mai visti in chiesa da dieci, quindici e anche vent’anni. La massoneria imperante a Civitavecchia se ne irritò, e uno di questi apostoli, impiegato alla stazione ferroviaria, fu trasferito a Pisa; un altro venne deferito alla Commissione del confino e a stento liberato per una bella lettera commendatizia del Vescovo; un terzo venne condannato a due anni di confino, e mandato di fatto a Pantelleria, e solo dopo alcuni mesi, riconosciuta la sua innocenza fu liberato”.
In un solo fascicolo del Casellario Politico Centrale, c’è un’annotazione che testimonia la frequentazione dei ritiri operai di un “sovversivo” civitavecchiese: Lorenzo Pepe, anarchico e facchino del porto. Nell’anno in cui è segnalato frequentare l’associazione cattolica, è radiato dall’elenco dei sorvegliati politici.
Camillo Parrini era uno spedizioniere, frequentava e conosceva l’ambiente portuale. Era perciò una figura particolarmente adatta a confrontarsi con i lavoratori del porto e le altre categorie operaie che già incontrava per motivi di lavoro. I vescovi, Emilio Cottafavi e Luigi Drago, s’impegnarono in tutti i modi affinché la classe operaia di Civitavecchia fosse coinvolta nella catechesi e recuperasse un rapporto stabile con la liturgia. Anche per questo dovrebbero essere ricordati dalla Città.

11/07/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Monsignor Emilio Cottafavi, il vescovo dei giovani.

Cento anni fa, il 30 giugno 1926, nella Cattedrale di Reggio Emilia, monsignor Emilio Maria Cottafavi era consacrato vescovo da Eduardo Brettoni, titolare della Diocesi della città emiliana. Papa Pio XI il 7 maggio lo aveva scelto come nuovo vescovo di Tarquinia – Civitavecchia al posto di Luca Piergiovanni, che era deceduto l’anno prima,
Il prelato era nato a Gazzata, frazione di San Martino in Rio, il 1 febbraio 1869, arciprete del Duomo reggiano, era stato decorato con la medaglia d’argento al Valor civile per le benemerenze acquisite a Reggio Calabria e a Messina nel terremoto del 1908 quando Pio X lo inviò nella martoriata città calabra per sostenere spiritualmente e materialmente i superstiti, inaugurando luoghi di culto provvisori nelle baracche che sorgevano al posto delle chiese andate distrutte.
Nella “Storia della Chiesa in Civitavecchia”, monsignor Italo Benignetti lo ricorda come il vescovo dei giovani a cui dedicò il suo apostolato: “alla sua venuta a Civitavecchia vedeva, specialmente nei giorni festivi e nelle ore in cui erano chiuse le pubbliche scuole, le vie della città formicolanti di fanciulli che si rincorrevano, bisticciavano e si abbandonavano a giochi più o meno pericolosi senza che un occhio vigile se ne interessasse”. Si adoperò per realizzare già quanto auspicato dal suo predecessore, terminando di realizzare l’oratorio dei Salesiani che vide nella primavera del 1927 iniziare la costruzione del muro di cinta e proseguire i lavori per la chiesa. Fu lui ad accogliere i primi sacerdoti salesiani guidati dal nuovo parroco, don Giuseppe Vanella, il 17 novembre 1928.
Fu vicino anche alle giovani fanciulle, incoraggiando l’opera delle Suore salesiane, che nel 1929 finalmente ottennero una sede dignitosa nella villa Siri, trasferendosi da piazza Leandra.
Nella Biblioteca Vaticana sono conservate due lettere pastorali pubblicate in occasione delle quaresime del 1928, “La festa cristiana”, e del 1929, “L’autorità e il cuore del Papa”, stampate a Civitavecchia dallo Stabilimento tipografico “Moderno”.
Oltre ai giovani, il vescovo esercitò il suo ministero a favore della classe operaia istituendo in città l’Opera dei Ritiri operai e la Lega della Perseveranza.
Dopo una lunga malattia, monsignor Emilio Cottafavi si spense a Roma nell’ospedale dei Fatebenefratelli il 7 aprile 1931: “i suoi funerali furono un trionfo; la truppa schierata dalla Cattedrale alla stazione ferroviaria presentava le armi mentre tutta la popolazione si inchinava al passaggio della salma di colui che aveva profuso gli immensi tesori della sua mente e del suo cuore per i suoi diocesani”.
È sepolto nel Duomo di Reggio Emilia come da suo desiderio. Reggio Calabria gli ha dedicato una via.

29/06/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
28 giugno 1908: la vittoria del Blocco Popolare.
Nella Storia di Civitavecchia ci sono date basilari che purtroppo negli anni sono cadute nell’oblio: una di esse è il 28 giugno 1908 quando per la prima volta la Sinistra assunse il potere in città. Fu la vittoria del Blocco Popolare formato da socialisti, repubblicani, radicali e come collante la massoneria che già a Roma, con la giunta Nathan aveva aperto la strada a queste coalizioni.
Il Messaggero pubblicò un breve articolo in cui si riepilogavano i problemi che affliggevano la città e qual era la situazione politica in quel momento: “La città, dopo una serie ininterrotta di regi commissari, potrà riavere – e speriamo per molti e molti anni – la sua legale rappresentanza al comune. Il momento è grave, importanti sono le questioni che attualmente si agitano: Porto – Ferrovia Civitavecchia-Orte-Terni – Case operaie – Caro viveri – Igiene – Istruzione pubblica – Edificio scolastico – Riunione degli ospedali – Strade e coordinamento dei servizi pubblici; questioni anche urgenti, che da anni si dibattono e che, disgraziatamente, non possono ancora ottenere la sanzione del consesso civico. La lotta sarà accanitissima, forse quanto mai; e le forze contendenti, se si guarda al risultato delle ultime elezioni, si possono dire presso che eguali”.
Su 1.500 iscritti alle liste elettorali amministrative, votarono in 1.042 pari al 75% degli aventi diritto. Il lunedì lo spoglio delle schede sancì la vittoria del Blocco popolare con 200 voti di maggioranza. Il più votato fu il socialista Luigi Sabbatini con 645 voti.
Alle 11 appena terminato lo spoglio, fu organizzata una grande manifestazione che percorse le vie cittadine cantando l’Inno dei Lavoratori. Il cronista segnalava che parecchie popolane gridavano per la città “Abbiamo vinto! Abbiamo vinto!”. Il corteo festoso giunse in piazza Leandra dove parlarono Luigi Sabbatini, Giuseppe Alocci e Giuseppe Castagno.
La sera proseguirono i festeggiamenti in piazza Vittorio Emanuele, illuminata con luce elettrica, con un concerto della Società Ponchielli che “eseguì uno sceltissimo programma”. Terminato il concerto, si formò un imponente corteo che attraversò le vie cittadine “al suono degli inni patriottici e dell’inno dei lavoratori, fra l’entusiasmo generale”. Interessante e indicativo di quale clima si respirasse a Civitavecchia in quel periodo fu quello che accadde dopo. La dimostrazione si fermò in piazza del Plebiscito, sotto il palazzo del marchese Guglielmi e i manifestanti applaudirono freneticamente. Si gridava “Viva il Blocco popolare! Viva il marchese Guglielmi!” Infelisi, corrispondente dell’Avanti!, pronunciò poche parole: “Questa piazza – egli disse – ricorda il plebiscito. Il popolo nostro oggi afferma un altro plebiscito, quello degli elettori e lo afferma alto e solenne! Noi protestiamo contro l’aggressione avvenuta ieri l’altro dinanzi al Termale contro il nostro compagno Benedetto Guglielmi. Io vi invito amici a sciogliervi pacificamente, a gridare ancora una volta Viva il Blocco popolare!”. Il 5 luglio con 22 voti fu eletto sindaco di Civitavecchia l’avvocato Luigi Sabbatini, il primo socialista a ricoprire tale incarico.
(Tratto dal libro “Il primo presidente. Alessandro di Lietri e la Cooperativa dei Lavoratori del Porto di prossima pubblicazione).

21/06/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Lo storico della “gente transumante”: Vittorio Vitalini Sacconi.

“A scender giù fino a Civitavecchia era un continuo incontro di animali transumanti, di gente transumante. Alcuni si lasciano individuare, altri conserveranno per sempre l’anonimato “.
È la frase che Vittorio Vitalini Sacconi ha dedicato alle migliaia di migranti che dalle Marche, dall’Umbria e dall’Abruzzo, calarono giù dai loro monti e seguendo la transumanza di milioni di pecore, arrivarono sulle coste tirreniche, fino a Civitavecchia. Percorso che da Visso seguirono i suoi antenati come i Capalti, i Guglielmi da Norcia, i Valentini e i Bonauguri da Fossombrone, gli Alibrandi da Cascia, famiglie che hanno fatto la storia della città.
Frase che mi ha profondamente influenzato nelle mie ricerche sulle donne e sugli uomini di Civitavecchia: da gente indistinta ho provato a farli diventare individui, protagonisti della Storia.
Ed è quello che Vittorio Vitalini Sacconi ha meravigliosamente realizzato nel suo splendido libro “Genti, personaggi e tradizioni a Civitavecchia dal Seicento all’Ottocento” pubblicato in due volumi, a cura della Cassa di Risparmio di Civitavecchia nel 1982, stampato in duemila esemplari.
Civitavecchia a causa delle distruzioni belliche, ha perduto quasi totalmente l’archivio storico e Vitalini “con un paziente lavoro di scavo in ben 48 archivi e biblioteche italiani e stranieri, ha riesumato il più possibile quanto in qualsiasi modo potesse riguardare questo centro laziale: notizie, cronache, illustrazioni, dipinti, registri, e via dicendo”. Lo scriveva quaranta anni fa, sulla rivista dei Gesuiti “La Civiltà cattolica”, padre Giovanni Caprile che aggiungeva che l’autore non aveva scritto “una storia vera e propria, in ordine cronologico” ma aveva preferito “far parlare la vita della città, guardandola nei suoi personaggi, nelle sue attività, nelle sue cronache, nelle arti e nei mestieri, nelle vicende familiari, giudiziarie, religiose, politiche, ecc.”.
Ha dato così nuova vita e voce ai governatori, ai magistrati e ai consoli ma anche ai bottegai, ai commercianti, ai teatranti e musici, ai zingari e mendicanti, ai ciarlatani e avventurieri, alle donne di malaffare e ai carcerati, agli schiavi e ai forzati. Ha descritto la nascita, il battesimo, l’educazione, il lavoro, il matrimonio e infine la morte che in quei secoli affrontavano i Civitavecchiesi.
Alla fine del secondo volume, Vitalini Sacconi ha sviluppato decine di alberi genealogici di famiglie nobili di Civitavecchia, fornendo a noi ricercatori un immenso materiale di studio. Nei miei volumi di biografie, i suoi alberi genealogici non possono mancare.
Il mio omaggio ad uno storico che incontrai una sola volta ma che mi ha trasmesso moltissimo con le sue pagine dedicate alle “genti transumanti” che hanno fatto grande Civitavecchia.
La sua morte priva la città di un grande scrittore, autore di alcune delle più belle pagine della sua storiografia. I suoi volumi continueranno ad essere fonte e stimolo per nuove ricerche sul passato di Civitavecchia, rendendolo immortale.

15/06/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

L’altra banca di Civitavecchia: la Banca di Credito Agrario e Commerciale.

Sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 16 giugno 1885 fu pubblicato l’estratto di un atto del 10 maggio 1885. In quella data, in uno studio notarile, si riunirono alcuni fra i personaggi più in vista della città e del circondario per dare vita alla Banca di Credito Agrario e Commerciale in Civitavecchia con capitale sociale di lire duecentomila. Dopo la Cassa di Risparmio, fondata nel 1847, era la seconda banca che sbocciava in città.
Scorrendo l’elenco dei soci, troviamo il “gotha” cittadino di fine Ottocento: apriva la lista il cavaliere Stefano Gargana che fu il primo presidente dell’istituto di credito; al secondo posto era registrato l’avvocato di Manziana Tommaso Tittoni che l’anno successivo sarebbe stato eletto deputato per il collegio di Civitavecchia. Spicca la presenza fra i soci della “Ditta Felice e nipoti Guglielmi” e di Vincenzo Giacomini, figure che abitualmente associamo alla storia della Cassa di Risparmio di cui furono fondatori e presidenti. Fra gli altri soci compaiono Luigi Di Lietri, Osea Brauzzi, Filippo De Filippi, Cesare Lazzaroni, Ettore Alibrandi, marchese Filippo Berardi, Filippo Pirani, Raffaele Alibrandi Valentini, Pietro Benedetti, Antonio Montanucci, Ditta Luigi Manzi, Melchiorre Bellettieri, Teodoro Brandt, Gio. Battista Acquaroni, Ditta Fratelli Guglielmotti, Filippo Albert, Ettore Albert, Antonio Mangano, Gustavo De Marsanich, Achille Simeoni, Carlo Dispari, Alfredo Acquaroni, Achille Porta. La sede sociale era in piazza Vittorio Emanuele, al numero 44.
L’esigenza di fondare a Civitavecchia una banca che già nel nome mostrava l’inclinazione al finanziamento nei vari settori dell’economia cittadina, fu certamente dettata dal tentativo della ricca borghesia locale di somministrare alla città, sofferente per la perdita del porto franco e del declassamento dello scalo cittadino, nuove energie finanziarie essenziali per provare ad afferrare quelle opportunità industriali e commerciali che in quello scorcio di fine secolo si stavano delineando in Italia e di riflesso a Civitavecchia. Erano gli anni in cui la nostra città si affermava come secondo polo industriale della provincia di Roma, che all’epoca comprendeva quasi tutto il Lazio. Diversi furono i progetti industriali che coinvolsero Civitavecchia, con alterne fortune, alcuni si realizzarono, altri restarono sulla carta. Le acciaierie di Terni no decollarono mai, mentre il cementificio ebbe fortuna e una lunga vita.
La banca cessò di operare e fu messa in liquidazione nel 1902. Nel 1900 venne interessato il Banco di Roma che avrebbe dovuto sbarcare a Civitavecchia assumendo la liquidazione della locale banca, appesantita da parecchie immobilizzazioni. Ma dopo lunghe trattative, le condizioni richieste sconsigliarono l’acquisto.
Carlo De Paolis ricorda la fondazione della Banca di Credito Agrario e Commerciale e scrive che “l’attività della banca di credito risultava mirata esclusivamente ad una specifica clientela di piccoli imprenditori” e che “di essa si è perduta ogni traccia”.

08/06/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.

Alici fresche e zuppa di pesce.

Due eventi, svoltisi nei giorni scorsi, hanno calamitato la mia attenzione.
A Fano, nelle Marche, si è svolta la ventiquattresima edizione del Brodetto Fest, al cui interno si è svolta la tradizionale Gara nazionale dei Brodetti e delle zuppe di pesce, a cui Civitavecchia partecipò nel 2023 con Valterio Mastrogiovanni che si piazzò terzo. Quest’anno ha vinto lo chef di Anzio Maurizio Criscuolo con la ricetta “Cremoso di mare”. Una manifestazione che ha visto affluire sulle coste marchigiane migliaia di visitatori, desiderosi di gustare le specialità di mare del Tirreno, che si conferma ancora una volta vincitore, e dell’Adriatico.
A livello locale, una decina di giorni fa, Paride Centurioni ha presentato il volume “La cucina di Civitavecchia. Ricette e preparazioni civitavecchiesi”, in cui espone centinaia di ricette dal sapore nostrano. Visto il successo riscosso, l’autore ha già annunciato la seconda edizione del volume.
Dopo la proclamazione da parte dell’Unesco della Cucina italiana patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, in cui sono stati premiati ed esaltati le caratteristiche della nostra cucina, che sono la convivialità, la biodiversità e sostenibilità, i saperi tramandati, è tempo che la nostra Città si svegli e che comprenda quale patrimonio di cultura e di identità ha nella sua cucina tipica.
Una pubblicazione del 1871 forniva l’elenco dei pesci che più abbondavano nelle nostre acque: “Cefali, Spigole, Triglie, Polpi, Gattuzzi, Alici, Sarde, Arzille, Palombi, Gatto-pardi, Bronchi, Ficorelli, Occhiate, Argentine, Latterini, Scorfani, Caponi, Raguste, Ferrati, Merluzzi, Canesche, Seppie, Calamari, Storioni, Vope, Soaci”. L’ottima cucina di mare delle nostre case e delle osterie e taverne, poi trasformatesi in ristoranti, ha origine da questa ricchezza del pescato, che ha reso la zuppa di pesce civitavecchiese una squisitezza apprezzata dai più grandi critici enogastronomici. .
L’allora Capitano di Porto, Cilento, informava che non esistevano “stabilimenti di affumicazione”. Invece “fuori porta Corneto, a un quarto e a mezzo miglio dalla città, esistono parecchi magazzini di proprietà particolare per la salazione delle Alici e Sarde”.
Per secoli i pescatori di origine meridionale, che si erano stabiliti nel Ghetto, si erano dedicati alla pesca delle alici e delle sarde che si andavano a vendere prevalentemente sul mercato capitolino.
Le alici da secoli sono protagoniste della nostra cucina, molte volte in abbinamento con il pecorino..
Da alcuni anni come Società Storica stiamo lavorando sul versante storico della nostra tradizione enogastronomica, pubblicando fra l’altro nel 2024 “La mazzumaja. Storia, tradizione e attualità della zuppa di pesce civitavecchiese”. Altre iniziative sono in cantiere.
Piacerebbe che il volume di Paride Centurioni ispiri gli chef della nostra città nell’inserire nei loro menù ricette tradizionali di Civitavecchia per farle conoscere e apprezzare dalla clientela, locale e forestiera.
Che poi un giorno un’amministrazione attenta e visionaria organizzi insieme alle associazioni di categoria un Festival delle zuppe di pesce e dei Brodetti sul Tirreno certamente rimarrà un sogno che a noi però piace coltivare. La cucina civitavecchiese è un patrimonio che non deve essere sprecato.

Indirizzo

Civitavecchia
00053

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