Storie civitavecchiesi di Enrico Ciancarini

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Storie civitavecchiesi di Enrico Ciancarini Storie civitavecchiesi narrate da Enrico Ciancarini

18/10/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
La prima pietra della stazione ferroviaria. Evviva Pio IX!
Pio IX “alle 3 e mezzo giungeva felicemente a Civitavecchia accolto fra le spare del cannone, lo squillo dei sacri bronzi e le più vive acclamazioni della popolazione. Alla porta il comandante della piazza ebbe l’onore di presentare le chiavi della città, e la magistratura municipale di porgerle i suoi omaggi di sudditanza e di devozione”. Ha così inizio la visita del pontefice a Civitavecchia, Tarquinia (allora Corneto) ed Allumiere che dura dal 13 al 17 ottobre 1857.
Il corteo si dirige alla Cattedrale dove il pontefice scende e viene ossequiato da tutte le autorità presenti sia quelle giunte da Roma, fra cui i ministri dell’Interno e del Commercio e dei Lavori Pubblici, e quelle civitavecchiesi e dagli ufficiali delle guarnigioni pontificia e francese.
Pio IX entra nella Cattedrale e adora il SS. Sacramento. Da lì si reca alla Rocca, sede della delegazione apostolica, da cui, affacciatosi da una loggia, impartisce “la benedizione apostolica alla giuliva moltitudine, che di poi proruppe in vivi applausi”.
In seguito concede udienza e ammette al bacio del piede le autorità, il clero, la municipalità, gli ufficiali e molte altre persone. La cronaca registra che anche i consoli delle nazioni estere sono ammessi al sacro bacio.
In serata visita il porto “magnificamente illuminato”a bordo di una lancia che ha per rematori dodici capitani civitavecchiesi di bastimenti. La folla che segue dovunque l’amato suo Sovrano e pontefice fa echeggiare i più fragorosi evviva.
Il giorno dopo, 14 ottobre, celebra la messa in Cattedrale, visita l’ospedale civile e militare gestito dai Fatebenefratelli; l’ospedale militare francese; il Conservatorio camerale e le scuole femminili delle suore del Preziosissimo Sangue; l’ospedale delle donne e la nuova chiesa eretta in onore dell’Immacolata Concezione dai frati minori conventuali. In suo onore si tengono i giochi in porto.
Alle 4 del pomeriggio si reca nel luogo dove sorgerà la stazione ferroviaria della linea per Roma. Ad accoglierlo le bande militari francese e della Guardia palatina d’onore. L’area è “disposta in assai bella guisa, perché degnamente vi si potesse effettuare la solenne cerimonia”. È decorata con trofei composti dagli utensili di lavoro e abbelliti da seri di verdure e fiori, e da piccole bandiere con i colori e le armi pontificie. Gli invitati sono posti su vagoni ferroviari utilizzati come palchi.
L’amministratore delegato della società costruttrice, Adolfo Cochery, ringrazia il Papa per la sua presenza e lo prega di imporre il nome alle dieci locomotive che saranno poste in città.
Pio IX ringrazia per l’opera realizzata ed impone i nomi alle dieci locomotive: San Pietro, San Paolo, San Filippo apostolo, San Raffaele Arcangelo, Santa Firmina, Pio IX, Vaticano, Roma Civitavecchia e Mediterraneo.
Poi, appone il suo sigillo sulla piccola cassa di piombo contenente la pietra benedetta, alcune monete d’oro, d’argento e di rame coniate sotto il suo pontificato ed una pergamena commemorativa. La cassa è murata nel pilastro angolare dal vescovo Camillo Bisleti.
Il 15 visita Corneto, il 16 Allumiere e il 17 ottobre ritorna a Roma.

11/10/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Già via Malaga, una via e una storia cancellata nella toponomastica cittadina.
Mattina di un giorno feriale. Per lavoro mi devo recare da un cliente. Una bella passeggiata di circa venti minuti. Percorro viale Guido Baccelli e sono all’inizio di via del Mignone, nella zona in cui la toponomastica è dedicata ad alcuni fiumi della Pen*sola.
Non ci avevo mai fatto caso ma sulla targa della via dedicata al nostro fiume che con “le sue acque alimenta[no] in buona parte l’acquedotto di Civitavecchia” (Civitavecchia. La mia città. 1992) è inciso “già via Malaga”. Confesso che il primo pensiero, da goloso che sono, è corso al gusto del gelato che prende nome dal vino liquoroso tipico della città sp****la.
Purtroppo non è così. Quell’antica e cancellata denominazione è riferita ad una battaglia che si combatté nel febbraio del 1937, durante la guerra civile sp****la, per la conquista di Malaga.
Fu il primo scontro a cui parteciparono i “volontari” italiani della Missione militare italiana in Spagna MMIS al comando del generale Mario Roatta, allora capo del Servizio Informazioni Militari SIM, il servizio segreto militare del regime fascista. Mussolini inviò in aiuto al generale Franco, futuro dittatore della Spagna, tre divisioni di camicie nere: “Dio lo vuole!”, “Fiamme nere” e “Penne nere”. Erano militi della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Ad esse fu affiancata la 4^ Divisione fanteria “Littorio” composta da personale “volontario” del Regio esercito.
La vittoria di Malaga fu decisiva per le sorti della guerra civile. Mussolini incrementò lo sforzo bellico italiano deciso a conquistare Madrid. Ma poche settimane dopo la vittoria di Malaga, le truppe italiane furono sconfitte nella battaglia di Guadalajara (8-23 marzo 1937).
Allo stato attuale delle ricerche non sappiamo se nelle truppe “volontarie “ fasciste in Spagna ci fossero militi o militari civitavecchiesi.
Nelle truppe repubblicane militava Paolo Antonini, il muratore civitavecchiese che prese parte a numerosi scontri in Spagna. C’era alla battaglia di Guadalajara dove fu ferito gravemente, militando nella 14^ Divisione in cui erano inquadrati i muratori anarchici come lui. Ristabilito, combatté sul fronte di Teruel, raggiungendo il grado di tenente. Rifugiatosi in Algeria, detenuto in Marocco, fu assassinato dai soldati francesi nel carcere di Casablanca il 20 luglio 1942.
Il regime per celebrare le vittorie in terra di Spagna ordinò alle amministrazioni comunali di procedere all’intitolazione di vie a Guadalajara, Bilbao, Santander e appunto Malaga. A Roma accadde nel dicembre del 1937. Non sappiamo quando anche a Civitavecchia, con l’amministrazione fascista retta dal podestà Ernesto Del Greco, fu deliberata la dedica alla città sp****la conquistata dalle truppe fasciste, purtroppo l’archivio comunale è deficitario per quanto riguarda l’epoca fascista, chissà perché. Con la caduta del fascismo, le vie mutarono nome. A Roma via Malaga fascista fu sostituita da via Pilo Albertelli, partigiano medaglia d’oro al valor militare, martire delle Fosse Ardeatine. A Civitavecchia Via del Mignone prese il posto di via Malaga, quando questo avvenne non lo sappiamo.
Modifiche che sono l’ennesima conferma che la toponomastica è una questione squisitamente politica.

04/10/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Il comizio per la ferrovia Civitavecchia – Orte – Terni.
Il 4 ottobre 1908 ebbe luogo un grande comizio in piazza Vittorio Emanuele dedicato alla questione della ferrovia Civitavecchia – Orte – Terni. Erano presenti numerose associazioni cittadine. Il cronista, Evaristo Spaccari, le cita una ad una. Per noi sono un’importante testimonianza del clima politico e sociale di quei primi anni del Novecento: la Camera del Lavoro; la Cooperativa del Porto; la Commerciale Agricola; la Fratellanza militare; i Reduci dell’Esercito; i Parrucchieri; i Fornai; la Gioventù monarchica; i Calzolai; il Club Azzurro; il Circolo Santa Fermina; la Democrazia cristiana; la Società cattolica; la Società operaia; il Routier italiano; la Sezione socialista; la Gioventù socialista; il Circolo Felice Orsini; la Gioventù repubblicana G. Bovio e il Sindacato dei Ferrovieri.
Anche i Comuni della Valle del Mignone avevano dato la loro adesione: Bieda, Vetralla, Capranica, Vignanello, Barbarano, Terni, Viterbo, Allumiere e Tolfa.
Il primo a prendere la parola fu il sindaco di Civitavecchia, l’avvocato socialista Luigi Sabbatini che ripercorse in breve la lunga storia del progetto della ferrovia. L’amministrazione comunale era favorevole al tracciato per la Valle del Mignone e il primo cittadino non p***e occasione per attaccare violentemente l’altro comitato cittadino che propugnava il tracciato della ferrovia passante per Santa Marinella e Manziana. Il Sindaco affermò:
“Noi vogliamo la linea per il Mignone, perché è stata ed è nel nostro programma, là sono le speranze intere della città e del porto. Questi ubertosi paesi, avvicinandosi al mare, ne avranno giovamento e ne avrà giovamento anche Civitavecchia, che riceverà i loro prodotti, risolvendo la questione del caro dei viveri” (APPLAUSI).
“Non abbandoneremo i nostri fratelli, che si sono uniti con noi in questa lotta tenace, non sarebbe onesto! La Civitavecchia – Orte – Terni non è solo questione regionale ma generale. Il progetto per la valle del Mignone, checché ne dicano gli avversari, fu ritenuto dai corpi tecnici il migliore per gli interessi di Civitavecchia” E così via.
Oggi, più di un secolo dopo, viviamo la stessa attesa, le stesse aspettative. Non più per la ferrovia ma per la superstrada Civitavecchia – Orte – Terni l’eterna incompiuta. Per la ferrovia fra ideazione, progettazione, costruzione ed inaugurazione trascorsero più o meno quaranta anni.
Per la superstrada, ancora con venti chilometri non realizzati o in lenta realizzazione, ne sono trascorsi più di sessanta!
Spaccari alla fine del suo articolo scriveva: “L’interesse unico, vero di Civitavecchia è che il suo porto sia senza ulteriori ritardi congiunto con Terni. Il voler tentare di imporre un progetto piuttosto che un altro significa semplicemente intralciare, portare all’infinito la risoluzione di questo vitalissimo interesse, significa volere il danno della propria città”!
Parole più attuali di queste …

27/09/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Tortura e forca a Civitavecchia per il “vitio nefando”.
Una statistica del 1832 registrava che nel carcere di Civitavecchia (la Darsena) vi erano 1.146 detenuti, facendo di esso il più grande penitenziario dello Stato pontificio. La tabella suddivideva i condannati fra i vari reati commessi. I più presenti erano gli omicidi: 357. Fra le 14 categorie di reati censiti vi era la sodomia che contava 14 rei. In tutte le carceri del Papa erano complessivamente 26 i condannati per questo “reato”.
Nello stesso anno, il 1832, Gregorio XVI promulgava il “Regolamento su i delitti e sulle pene” che all’articolo 178 puniva con la galera perpetua “i colpevoli di delitto consumato contro natura”. Noi non possiamo affermare se i lavori forzati a vita nel carcere civitavecchiese fossero preferibili al rogo o all’impiccagione, pene che venivano comminate ai colpevoli di sodomia nel secolo precedente.
Padre Labat, provicario dell’Inquisizione a Civitavecchia, nelle sue memorie (tradotte da Correnti, Insolera nel 1995), ha lasciato testimonianza di cosa accadde a tre forzati accusati di questo delitto.
Da Roma fu inviato un commissario che, ufficialmente, doveva indagare sul contrabbando di tabacco all’interno della Darsena. La sua vera missione era “di istruire e fare il processo a coloro che si trovassero di quei crimini infami che di solito vengono puniti col fuoco”. La sodomia.
Sulle galere pontificie, la promiscuità di decine di forzati, schiavi e “buonavoglia”, a cui era impedita una vita sessuale conforme alla dottrina della Chiesa, spingeva molti di essi ad avere rapporti omosessuali fra loro. Labat scrive che “tutta la vigilanza dei capitani e degli ufficiali subalterni, le bastonate più crudeli e molto spesso reiterate non avevano potuto impedire che questo orribile peccato si fosse sparso nelle galere in una maniera che avrebbe infine attirato la collera di Dio e i suoi giusti castighi”. E il castigo alla fine arrivò, terribile.
Fu deciso di punire alcuni per dare una lezione a tutti. Furono catturati tre dei più colpevoli, si trovarono numerosi testimoni a loro carico. Furono rinchiusi nelle “segrete” della città poste sotto il Palazzo comunale. Le segrete erano tre e furono soprannominate dai civitavecchiesi “paradiso, purgatorio ed inferno”.
“Di questi tre sventurati, uno morì nella segreta; il secondo fu sottoposto alla tortura chiamata la veglia, la sopportò senza confessare nulla e morì dieci-dodici ore dopo. Il terzo, che era il più giovane, confessò la sua colpa e fu impiccato”.
La veglia era una tortura molto in voga negli Stati del papa:
“Il reo è completamente denudato e rasato dei peli delle parti recondite [dell’ano], legato con le braccia contorte dietro la schiena, come nella tortura della corda, e in tal modo è legato con la fune il torturando. Viene preparato allora uno sgabello a 3 piedi, noto volgarmente come “capra”, “cavallo” o “cavalletto”, di 6 piedi di altezza, il cui spessore alla sommità è di un pollice e la cui larghezza è di due palmi; la superficie della tavola ovviamente non è del tutto piana, ma i suoi lati si innalzano gradualmente verso il centro, formando un angolo ottuso o piuttosto una superficie ottusa. Il reo in questo modo è posto a sedere legato a una corda pendente da una carrucola. Sono applicate delle larghe fascia al petto, e sul retro è tenuto fermo dalla parete vicina; entrambi gli omeri sono poi legati dai lati con una lunga corda; allora ai piedi è applicato un lungo bastone per divaricare i piedi stessi, affinché il reo non li possa congiungere; questo bastone, attraverso un’altra fune collegata al suo centro, fermata sulla parete opposta, innalza i piedi e le gambe del reo. In questo modo resta il misero per dieci, dodici, quindici, o venti e più ore a discrezione del Giudice, se i delitti non sono confessati» (Paolo Zacchia, Quaestiones Medico-legales, 1621. Da internet).
Tutto questo si svolgeva fra il convento dei Domenicani, con la sua porta segreta che si apriva su Camporsino, da cui uscivano i condannati per essere affidati alla giustizia civile, il vicino palazzo comunale in piazza San Francesco con i suoi sotterranei in cui c’erano le segrete e la stanza delle torture. Anche questa era Civitavecchia nel XVIII secolo.

20/09/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Da San Pietro martire a Giordano Bruno. L’Inquisizione a Civitavecchia.
“S. Pietro martire, religioso del nostro Ordine, è riconosciuto in tutti i paesi in cui c’è il Tribunale dell’Inquisizione quale patrono e protettore del S. Uffizio. C’è una ca****la dedicata a questo Santo nella nostra chiesa di Civitavecchia e non si manca di celebrare la sua festa con tutta la magnificenza di cui sono capaci le borse degli ufficiali del Tribunale”.
Così scrive il frate domenicano Jean-Baptiste Labat nelle sue memorie (pubblicate da Correnti e Insolera nel 1995), quando fu trasferito nel convento di Santa Maria a Civitavecchia.
Labat fu testimone di un processo del Sant’Uffizio a Civitavecchia. Si svolse nella sagrestia della chiesa: sopra un altare fu posto un Crocefisso, due ceri accesi, il Vangelo e una bacchetta bianca.
L’imputato era un albergatore accusato di aver sfregiato con venti coltellate un quadro di santa Barbara mentre giocava a carte. Siccome perdeva, si era convinto che il quadro gli portasse sfortuna. Così iniziò a insultarlo, a minacciarlo e non smettendo di perdere, gli si era scagliato contro distruggendolo con il pugnale.
Davanti agli ufficiali dell’Inquisizione, confessò il delitto e chiese perdono. Fu condannato ad alcuni mesi di carcere “dopodiché fu condotto dagli ufficiali nella sagrestia, dove, stando in ginocchio, la testa nuda, le manette ai polsi, gli venne pronunciata la sentenza”: fu condannato ad andare a piedi al santuario della Quercia a Viterbo, a digiunare a pane e acqua per tutti i venerdì dell’anno e il giorno di S. Barbara, a confessarsi varie volte, e a far dipingere un altro quadro della Santa.
Una pena lieve se confrontata con altre sentenze che portarono all’impiccagione del reo e alla morte sotto le torture dei suoi complici, accusati, come scrive Labat, “di quei crimini infami che di solito vengono puniti col fuoco” e cioè, molto probabilmente, di omosessualità.
Dopo la fine del governo papale, a Civitavecchia si sviluppò un attivo movimento anticlericale che individuò in Giordano Bruno, anche lui frate domenicano ma condannato al rogo per eresia, il suo simbolo. Una delegazione civitavecchiese era presente a Roma il 9 giugno 1889 quando fu inaugurato il monumento a Campo de’ Fiori. Nel 1894 nasceva il Circolo anticlericale e indipendente “Giordano Bruno”.
Il 20 settembre 1908, in Camporsino, sul muro di quel convento che aveva ospitato l’Inquisizione, fu posta questa lapide:
“Dove il Tribunale del Santo Uffizio – nel nome della fede – colpiva inesorabilmente ogni libertà di pensiero – la vindice democrazia – commemorando il martire nolano . in nome della scienza – afferma il trionfo della scuola laica – 17 febbraio 1908”.
La data si riferiva al primo tentativo di porre la lapide dove ora sorgeva la biblioteca comunale, impedito dall’amministrazione Montanucci. Ora con sindaco il socialista Sabbatini, sostenuto dal Blocco Popolare (radicali, repubblicani e socialisti), si poté porre la lapide.

15/09/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Civitavecchia italiana. Cronache dell’unificazione al Regno d’Italia.
Dalle cronache della “Gazzetta piemontese”, futura “La Stampa”, dal 1 luglio al 30 settembre. La guerra franco-prussiana iniziò il 19 luglio 1870.
Lunedì 18 luglio: Sono partiti da Marsiglia due vapori-trasporti alla volta di Civitavecchia. Sono destinati a ricondurre buona parte delle truppe di occupazione in Francia.
Giovedì 21 luglio: si accredita sempre più la voce che la Francia intenda al più presto richiamare le sue truppe da Civitavecchia.
Lunedì 25 luglio: La settimana prossima, se le proposte francesi sono accettate a Firenze ed a Vienna, le truppe imperiali lasceranno Civitavecchia.
Giovedì 28 luglio: la notizia che la Francia ritirerà le sue truppe da Civitavecchia ha influenzato positivamente la Borsa di Parigi.
Domenica 31 luglio: ieri con vapore “Prince Napoleon” partirono per Marsiglia le prime truppe.
Mercoledì 3 agosto: appena fu annunciato che le truppe francesi si stavano ritirando da Civitavecchia, si sparse la notizia che una banda di 500 giovani partiva verso il confine pontificio.
Sabato 6 agosto: tre corazzate italiane ed altre navi si stanno dirigendo verso Civitavecchia.
Giovedì 11 agosto: baruffa fra francesi che partivano e cacciatori indigeni con molti feriti.
Martedì 16 agosto: sul Forte Michelangelo sventola ancora la bandiera francese.
Domenica 21 agosto: il tricolore francese viene ammainato salutato da 21 colpi dai pontifici.
Sabato 27 agosto: ha ancorato nella rada la corazzata inglese “Defence” forte di 16 cannoni. Si dice che sia a disposizione di Pio IX se volesse fuggire in esilio a Malta.
Giovedì 1 settembre: il 26 agosto è giunta la fregata francese “Orenoque” forte di 2 cannoni. Rimarrà nello scalo civitavecchiese fino al 1874 a disposizione del pontefice.
Sabato 3 settembre: il segretario generale del ministero degli Interni si è recato a Livorno, dove si dice si sia abboccato con persona giunta in tutta segretezza da Civitavecchia. Una spia italiana?
Sabato 10 settembre: la città si prepara a ricevere festosamente le truppe italiane. Segni manifesti di gioia e di entusiasmo emanano da ogni volto, da ogni cuore, e tutti concordi attendono con viva impazienza l’ora solenne di dar la mano ai compatrioti.
Lunedì 12 settembre: si assicura che il Santo Padre si prepara a lasciar Roma. S’imbarcherà a Civitavecchia sulla “Immacolata Concezione”. Alcuni dicono che andrà ad Anversa.
Giovedì 15 settembre: il 12 fu inviato al Re un indirizzo con moltissime firme, con cui la cittadinanza esprime i più fervidi voti pel pronto soddisfacimento delle aspirazioni nazionali.
Venerdì 16 settembre: la 2 Divisione Bixio arrivò alle 12 di ieri a Corneto. La squadra navale giunse ieri nelle acque di Civitavecchia. L’ammiraglio Del Carretto e Bixio ebbero un colloquio.
Sabato 17 settembre: Il comandante della fortezza accettò le condizioni imposte da Bixio. Stamane 16 settembre alle ore 7 la “Terribile” entrò in porto; alle 10 le truppe italiane entrarono nella piazza. Le quattro divisioni di zuavi stanno rinchiuse nel Lazzaretto coi loro ufficiali fino alla partenza.
Il giornale “Italia” annunzia che Civitavecchia ha accolto le truppe italiane con entusiasmo.
Lunedì 19 settembre: In Civitavecchia e provincia la tranquillità è perfetta.

06/09/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini

Bice Ravenna Cinciari: la sposa ebrea ripudiata.

Amo “girovagare” tra i registri dell’anagrafe pubblicati in rete alla ricerca di storie personali e familiari. Così, consultando il registro degli atti dei matrimoni del 1919 del Comune di Civitavecchia, nella “Parte II, Serie A, pagina 114”, al numero 18, ho trovato la registrazione del matrimonio fra “Cenciari Francesco Giuseppe Garibaldi, di anni ventotto, ragioniere, nato in Civitavecchia, residente in Civitavecchia, figlio di Alessandro, residente in Civitavecchia e di Bevilacqua Luisa, residente in Civitavecchia” con “Ravenna Bice, di anni venticinque, agiata, nata in Mantova, residente in Mantova, figlia del fu Giuseppe, residente in vita a Mantova, e di Norsa Emilia, residente in Mantova” celebrato il 18 maggio 1919 a Mantova alle ore cinque pomeridiane.
Testimoni il cavaliere Fausto Fano di anni cinquantasei, possidente, e Guido Ravenna, di anni trentotto, industriale. Fano aveva testimoniato anche alla nascita di Bice.
Ravenna, Norsa e Fano sono cognomi tipicamente ebrei. Bice Ravenna apparteneva ad una delle famiglie più in vista di Mantova, dove ancora oggi resiste una piccola comunità ebraica.
In un’intervista per il suo novantanovesimo compleanno, Marisa Cinciari Rodano, figlia di Bice e di Francesco, alla domanda “perché divenne antifascista”, rispose: “Perché compresi allora il valore della scelta. Mio padre era il podestà fascista di Civitavecchia, mia madre un’ebrea indifesa, colpita nel 1938 dalle leggi antisemite, mio padre non fece la scelta di starle accanto. Non ebbe il coraggio. E andò per la sua strada”. Marisa, futura deputata e senatrice del PCI, rimase con la madre, finché quest’ultima fu costretta durante la guerra a rifugiarsi in un convento.
Nel suo “Diario minimo, del mutare dei tempi. Volume primo” del 2008, Marisa Cinciari ricorda “la raffinatezza ed eleganza di mia madre erano proverbiali e il suo giudizio in materia – ciò che era bello o ciò che era di cattivo gusto, ciò che era chic o ciò che era volgare – era per me incontestabile”.
Francesco, futuro sindaco e podestà fascista di Civitavecchia, aveva conosciuto Bice durante la Grande guerra, dopo la rotta di Caporetto: “ripiegando con il suo reparto” finì a Pietole, frazione di Borgo Virgilio, dove c’era un ospedale da campo in cui Bice prestava servizio come crocerossina.
“Un incontro, dunque hemingwayano” commenta la Cinciari Rodano, proseguendo poi con la descrizione dei suoi genitori in quegli anni: “mio padre era, all’epoca, un giovane magrissimo, bruno e doveva esser bello e fascinoso. Di mia madre giovinetta avevo trovato una fotografia che la raffigurava in veste vaporosa, i capelli chiari e soffici raccolti sulla nuca, grandi occhi romantici in un viso dolce e regolare, insomma una fanciulla da romanzo dell’Ottocento”.
Dal 5 settembre 1938 furono vietate agli ebrei, studenti e insegnanti, le scuole e le università italiane. Il 17 novembre di quell’anno furono vietati i matrimoni “misti” fra cittadini italiani “ariani” e persone di “razza ebraica”. In quel giorno finì il matrimonio fra Francesco e Bice.
Civitavecchia ricorda Francesco Cinciari con un piazzale a lui dedicato. Bice è stata dimenticata.

09/08/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
La Repubblica dei Ragazzi: 8 agosto 1945.
Era l’8 agosto 1945 quando il procuratore generale della Compagnia di San Paolo, il sacerdote Antonio Rivolta, comunicava al vescovo Luigi Martinelli la decisione di aprire il successivo 15 agosto, in località Torre del Marangone, nella villa e tenuta dell’ex gerarca e ministro fascista De Stefani, un istituto denominato “Villaggio del Fanciullo”, destinato alla profilassi morale e alla rieducazione dei ragazzi che vivevano per la strada dopo le distruzioni e lutti della guerra.
Il 15 agosto, festività di Maria Assunta, un gruppo di ragazzi prese possesso dei locali in riva al mare. Erano partiti da Roma su un camion messo a disposizione dall’Ente nazionale per la distribuzione dei soccorsi in Italia (ENDSI), li accompagnava una signorina della Compagnia e dallo stesso don Rivolta (altre fonti parlano del 13 agosto).
Un giornale dell’epoca descrive l’entusiasmo provato dai ragazzi durante il tragitto, specialmente nell’incitare l’autista perché non si faccia sorpassare dalle rare auto in viaggio sull’Aurelia. È tanta l’eccitazione che uno dei ragazzi tira un torso di mela sulla testa dell’autista perché acceleri.
Ad un tratto un grido simile a quello dei guerrieri di Senofonte: “Mare, mare!”.
Sono trascorse da poco le 12 quando i cancelli della grande villa si aprono per far entrare l’autocarro dell’ENDSI che porta i bambini e passa lento tra le fronde del viale d’accesso; l’inaugurazione è senza p***a alcuna e i nuovi abitanti del piccolo borgo fanno la conoscenza con gli uomini e le cose che dovranno sopportarli.
Il pranzo è preparato dalla signora Maria che ha avuto da don Rivolta l’incarico di circondare i ragazzi di un’atmosfera di tenerezza materna.
Quel giorno i ragazzi vedono la prima struttura del villaggio: la villa col frontone a quattro colonne e con due ali che terminano da una parte con una ca****la, dall’altra con un padiglione tipo torretta; davanti alla villa un piazzale, poi un giardino con frutta ed un villino ad un piano, le finestre sono adorne di rampicanti fioriti e dalla veranda settecentesca in legno.
Le due case sono le fondamenta del villaggio. Poco distante il mare batte in un’ansa contro un fondo di roccia e sassi. I susseguenti villaggi marittimo, ed agricolo, unitamente all’artigiano, daranno vita alla Repubblica dei Ragazzi.
Il 28 agosto lo stesso don Rivolta chiedeva la facoltà di erigere nella stessa opera una casa religiosa per la direzione dell’iniziativa stessa.
L’esperimento del Marangone sarà narrato in quegli anni dalle grandi firme del giornalismo italiano. Quell’esperimento di democrazia diretta portato avanti da giovani sarà molto ammirato. Nei prossimi numeri dell’almanacco ci ritorneremo.
L’almanacco va in ferie per alcune settimane di agosto. Auguro buone vacanze a tutti i lettori.

02/08/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
1 agosto 1896: nasce la fabbrica Calce e Cementi.
Nell’ estate del 1896, nella periferia di Civitavecchia, iniziarono i lavori per la costruzione dello stabilimento della “Società anonima Fabbrica Calce e Cementi” con sede a Casale Monferrato.
Vengono istallati due forni verticali Aalborg e un impianto di macinazione costituito da due mulini Krupp e un frantoio. Progettisti dell’impianto, che comporta una spesa di Lire 320.000, sono gli ingegneri Adolfo Pellegrini e Virgilio De Mattei, rispettivamente presidente e direttore della società piemontese.
L’inaugurazione ufficiale dello stabilimento avvenne il 19 dicembre 1898. Da quel giorno, lo stabilimento e i suoi operai diventeranno ben presto protagonisti della vita economica e sociale della città. Non si contano le serrate e gli scioperi, le occupazioni e i licenziamenti di massa che avvennero in quegli anni e che sono testimoniati nelle pagine dei giornali nazionali e locali. Gli operai, fortemente sindacalizzati, parteciparono a tutte le lotte sindacali e politiche di quegli anni.
Nei primi decenni del Novecento, per una serie di fusioni aziendali, l’Italcementi divenne proprietaria dell’opificio che raggiunse livelli di produzione importanti grazie anche ai forni rotanti di modello danese modificati su consiglio dell’ingegnere Carlo Vigliani: dallo standard di 20 metri furono ingranditi a 46 di lunghezza.
Con i bombardamenti del 1943/44 gli impianti rimasero danneggiati: se quello del 14 maggio 1943 non provocò seri danni, quello successivo del 30 agosto costrinse ad interrompere la produzione.
I tedeschi in ritirata minarono i macchinari ma il capo meccanico Fortini, con altri coraggiosi dipendenti, provvide a innescare le mine poste sotto le basi dei forni.
Lo stabilimento dopo la fine della guerra fu ben presto rimesso in grado di lavorare grazie all’impegno di tutte le maestranze e dell’impresa che investì oltre 25 milioni nella ricostruzione.
Nel 1951 lavoravano nella fabbrica 463 dipendenti. Nel febbraio del 1959 un grande sciopero fu indetto per protesta contro il licenziamento di decine di operai. La fabbrica fu occupata e gli operai vi si asserragliarono Tutta la città fu coinvolta, scontri fra forze dell’ordine ed operai in sciopero si svolsero nelle vie del centro di Civitavecchia.
Queste lotte rafforzarono il legame fra coloro che lavoravano nella fabbrica e il resto della Comunità. Il “Cemento” fu una realtà presente in molte famiglie civitavecchiesi fra cui la mia: mio nonno Paolo e mio zio Tommaso furono entrambi operai di questa fabbrica. Nonno svolgeva l’attività di minatore ai Sassicari, la collina sulla strada per Allumiere da cui veniva estratto il caolino necessario per la produzione del cemento e che veniva trasportato in fabbrica tramite una teleferica lunga sette chilometri di cui ancora oggi sono visibili alcuni piloni.

26/07/2026

L’Almanacco civitavecchiese di Enrico Ciancarini.
Stendhal, il teatro Minozzi e la signorina Mollica.
Porta la data del 25 luglio 1836, una lettera che Donato Bucci, che si firma “Francois”, scrive all’amico Henry Beyle, meglio conosciuto al mondo letterario come Stendhal. Sono cinque anni che lo scrittore ha preso possesso del consolato francese nel porto pontificio. Il suo rapporto con la piccola città portuale non è dei migliori: si annoia, chiede spesso licenza per scappare via, e così quando può corre a Roma o a Milano, la città che adora e che volle ricordare sulla sua tomba: “Arrigo Beyle milanese. Visse, scrisse, amò”.
Non ha però una visione del tutto negativa di Civitavecchia, Carlo Calisse nella sua “Storia di Civitavecchia” del 1898 ben tratteggia i veri sentimenti che Stendhal nutre per la città e per i suoi abitanti, tratti da alcune sue lettere:
“L’indole [dei Civitavecchiesi] è dolce, rifuggendo da fatti violenti; e gl’interessi ad altro non guardano se non che prosperi il commercio, che è vita della città. Il popolo gode del buon mercato, è allegro e vivace: i commercianti ed i possidenti interrompono le loro occupazioni colla caccia, co’ desinari in campagna, col corteggiare la cantante che più raccolga applausi in teatro”.
Passatempi che anche Stendhal coltivava e condivideva con i suoi amici Pietro Manzi e Donato Bucci, colui che aveva impiantato una fiorente attività di vendita (legale) di quanto si scavava a Tarquinia, a Cerveteri e nelle altre località già etrusche. Gli scavi archeologici in quelle località appassionavano lo scrittore. E l’assidua frequentazione del piccolo teatro cittadino, il Minozzi, lo distraeva dalle incombenze quotidiane che gli imponevano il suo ruolo di console.
Nella lettera della 25 luglio, Bucci racconta all’amico che nel teatro cittadino avevano messo in scena la “Norma” e “Il furioso nell’isola di San Domingo” di Vincenzo Bellini. Apprendiamo anche che il console aveva a disposizione un palco nel teatro cittadino da cui poter ammirare gli spettacoli e soprattutto le artiste che vi si esibivano.
La prediletta di Stendhal era Maria Luisa Mollica, contralto dell’Accademia Filarmonica di cui il console era membro onorario. All’amico Domenico Di Fiore la descriveva “piuttosto carina e appassionata”, la identifica come uno dei tre talenti da lui incontrati in città. Scrive che addirittura la sua potente voce attraversava una piazza e due strade per giungere fino a lui. Avrebbe fatto risuonare senza sforzo l’Opera di Parigi. La descrive gaia, vivace, loquace e si rammaricava di non poterla andare a trovare essendo molto più anziano di lei, che nel 1841 aveva solo ventidue anni mentre lui ne aveva cinquantotto e l’anno seguente sarebbe morto a Parigi il 23 marzo.
Silvio Serangeli, nei suoi preziosi studi sullo scrittore francese, scrive che la Mollica “è una vera prima donna che Civitavecchia non ha mai avuto, domina con la sua voce perfino l’orchestra e riesce a sostenerla anche quando il tenore non ce la fa. È chiaro che le altre fanciulle la detestino, perché è allegra, amabile, spigliata e sa un po’ di francese”.
Maria Luisa Mollica, un’altra donna protagonista della storia e della cultura di Civitavecchia.

Indirizzo

Civitavecchia
00053

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