27/08/2026
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse così. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva
trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare sulle strade che amava.
Non volle, per molti anni, sottomettersi a un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsentì a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile.
Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito da quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva , la sua,
una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la
sera, ci veniva a trovare: sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte;
aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la p**a. Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle nostre lettere, o rispondeva
con poche frasi recise e agghiaccianti; perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quando erano lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si comportava
come un ragazzo o come un forestiero. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più
semplice: e quanto più proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in lui diventava il desiderio di conquistarla,aggrovigliandosi e ramificando come
una vegetazione tortuosa e soffocante.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la gentilezza di un adolescente. È morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e
sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. Non c’era nessuno di
noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un
forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino: Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Natalia Ginzburg, “Ritratto d’un amico”
Cesare Pavese 27/08/1950
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