LUDUM - Science Center Catania

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LUDUM - Science Center Catania Benvenuto sulla Pagina FB di Ludum, Museo della Scienza. Scopri il nostro centro scientifico !
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Ludum Science Center, inaugurato a Marzo 2013, Si trova nei nuovi locali di Via Guido Gozzano 2 a Catania, facilmente raggiungibile dalla stazione metro "Borgo" . Al suo interno si trova un museo della scienza con oltre 100 esperienze interattive , un planetario da 25 posti , un insettario con specie esotiche di insetti e aracnidi , una sala spettacoli , due sale feste , una sala convegni, oltre 1100 mq di superficie.

IL DIAVOLO CONFESSORENella Sicilia del Settecento le famiglie nobili avevano trovato un sistema ingegnoso per sistemare ...
11/10/2026

IL DIAVOLO CONFESSORE

Nella Sicilia del Settecento le famiglie nobili avevano trovato un sistema ingegnoso per sistemare le figlie che non servivano a combinare matrimoni vantaggiosi: mandarle in convento. Il casato conservava il prestigio e tutti erano soddisfatti, tranne la ragazza, ma su questo si preferiva non indagare.

La clausura non cancellava le differenze sociali, le consacrava: le monache coriste, figlie dell'aristocrazia, pregavano e comandavano, le converse, povere, cucinavano e pulivano.
Davanti a Dio erano tutte uguali, ma certe uguaglianze finivano davanti alla biancheria sporca.

A Palermo il monastero dei Sette Angeli ospitava religiose delle migliori famiglie e produceva caponate e mustazzoli per le case patrizie.
Nel 1746, però, le monache accusavano svenimenti, convulsioni e malumori. La soluzione fu la villeggiatura.

Per farle uscire occorsero il permesso di Benedetto XIV e un'organizzazione degna di un'ambasceria. Il 12 ottobre partirono per una residenza presso l'Ecce Homo dell'Auditore, fra giardini e alte mura.
Carrozze, dame, principi, marchesi e prelati componevano il corteo, mentre agli uomini lungo la strada si intimava di voltarsi. Le monache non si potevano guardare, ma per spostarle serviva mezza Palermo.

Il confessore abituale, ammalato, non le accompagnò.
Comparve al suo posto un certo don Ottavio Rosso Lanza, sedicente Lanza di Trabia, tanto devoto e distinto che nessuno pensò di domandargli chi fosse. Suor Orsola, particolarmente tormentata dai malesseri, trovò in lui un conforto straordinario, ma pare che il sedicente confessore non si limitasse a lei: secondo il racconto, avrebbe sedotto parecchie monache, dispensando consolazioni assai più carnali che spirituali.

Le confessioni proseguivano anche di notte, propizia alla meditazione e ad altre attività.
«Padre, avissi bisogno di confessarmi.» «Figghia mia, quannu voli.» «Macari stanotti?» «La misericordia divina non teni orario.»

Per diciassette giorni tutto filò liscio, grazie anche a una porta opportunamente oliata e lasciata accostata.

La Provvidenza intervenne infine con un mezzo poco solenne: il mal di pancia di una consorella, che attraversando il corridoio udì rumori difficilmente attribuibili al rosario e scoprì il confessore nella cella di suor Orsola. Lo scandalo raggiunse la superiora e il viceré.

Fu interpellata la famiglia Lanza. Il vero don Ottavio, dissero, si trovava da mesi a Trabia. Condotto davanti alle monache, non fu riconosciuto da nessuna: l'uomo che le aveva confessate, e forse non soltanto confessate, era un impostore.

Il falso sacerdote sparì e nessuno seppe identificarlo.
Si parlò del diavolo, si celebrarono purificazioni e circolarono voci di gravidanze e nascite mostruose, leggende, non fatti accertati.

L'ipotesi demoniaca aveva un pregio: spiegava tutto senza costringere nessuno a spiegare niente. Se il colpevole era Satana, le religiose erano vittime innocenti, i superiori non avevano sbagliato e l'onore dei casati restava intatto. La responsabilità umana, molto più imbarazzante, poteva essere affidata all'Inferno.

Per non sapiri ne leggiri ne scriviri, quella fu ricordata come la prima e l'ultima villeggiatura del convento.
Del diavolo non sappiamo nulla, ma ai Sette Angeli bastavano un nome nobile e qualche parola santa per aprire anche le porte che dovevano restare chiuse.

Fonti: Carlo e Giulia Ottaviano, I luoghi e i racconti più strani della Sicilia; Giuseppe Verde, Palermo – Sette Angeli – Storia della comunità; Susanna Mantion, Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo nella Venezia della Controriforma, Università Roma Tre.

11/10/2026

La posizione del Polo Nord magnetico sta cambiando, continuando il suo spostamento dal Canada verso la Siberia.

CONTINENTI E I LORO NOMIOvvero, come l’umanità diede un nome al mondo senza sapere bene che cosa stesse nominando.La Ter...
10/10/2026

CONTINENTI E I LORO NOMI

Ovvero, come l’umanità diede un nome al mondo senza sapere bene che cosa stesse nominando.

La Terra esisteva da miliardi di anni quando comparvero certe creature che sentirono il bisogno di darle un nome, dividerla in continenti e stabilire dove finisse una cosa e ne cominciasse un’altra. Il pianeta, che aveva fatto benissimo senza geografi, non espresse alcun parere.

Nel Piccolo Principe, Saint-Exupéry racconta che i geografi non vanno in giro a esplorare: aspettano gli esploratori e ne registrano le scoperte.
Un sistema comodo, soprattutto per chi preferisce conoscere il mondo senza uscire dall’ufficio.

Nonno Billa, che di geografia sapeva poco ma di uomini parecchio, sosteneva che i confini li avevano inventati i potenti per fare acchiappare i puvurazzi tra loro, mentre loro continuavano a comandare. Forse non sbagghiava.

I continenti, comunque, non hanno mai chiesto di chiamarsi così. I loro nomi nascono da viaggi, miti, equivoci e navigatori fortunati.

L’AMERICA deve il nome ad Amerigo Vespucci, che contribuì a comprendere come le terre oltre l’Atlantico non fossero semplicemente Asia, ma un mondo nuovo. Nel 1507 il cartografo Waldseemüller propose di chiamarle America. Colombo aveva attraversato l’oceano, ma il continente prese il nome di un altro. Arrivare per primi e ottenere il riconoscimento sono evidentemente due mestieri differenti.

L’EUROPA porta il nome di una principessa fenicia che Zeus, innamoratosene, rapì trasformandosi in un magnifico toro bianco. La trasportò fino a Creta, dove tornò a essere un dio, con tutte le complicazioni che una simile rivelazione doveva comportare. L’etimologia rimane discussa: forse una radice semitica legata all’occidente, forse un’origine greca. Un continente nato, almeno nella leggenda, da un dio travestito da bovino: qualcosa della successiva storia europea potrebbe trovare qui una spiegazione.

L’ASIA aveva già questo nome nell’antichità, inizialmente riferito a territori dell’Anatolia. Qualcuno lo collega all’oriente, altri a denominazioni locali più antiche. Per i Greci il mare Egeo separava Europa e Asia, una soluzione semplice finché nessuno domandava dove finisse esattamente l’una e cominciasse l’altra.

L’AFRICA prende il nome dall’Africa romana, regione intorno a Cartagine, e dagli Afri che vi abitavano. L’origine più remota è incerta: sono state proposte radici berbere, fenicie e perfino l’egizio nfr, bello, buono, perfetto. Quest’ultima ipotesi non è dimostrata, ma sarebbe magnifico se Africa significasse davvero «terra della perfezione».

L’AUSTRALIA deriva dal latino australis, meridionale. Gli antichi immaginavano una gigantesca Terra Australis che bilanciasse le terre settentrionali. Nessuna legge fisica lo richiedeva, ma ai cartografi piaceva la simmetria. Australia significa dunque terra del sud, senza necessità di tori divini.

L’ARTIDE deriva dal greco árktos, orso, per le costellazioni dell’Orsa Maggiore e Minore, riferimenti del cielo settentrionale. L’ANTARTIDE significa semplicemente opposta all’Artide. Una soluzione economica: individuato il territorio dell’orso, bastava chiamare l’altro territorio quello contrario all’orso. Gli orsi polari, infatti, abitano soltanto il nord; i pinguini vivono nell’emisfero australe, nonostante certi cartoni animati sostengano diversamente.

Resta un problema: i continenti sono sei o sette? Dipende dalle convenzioni. C’è chi divide le Americhe, chi considera l’Eurasia e chi distingue Australia e Oceania. La geologia racconta placche e collisioni, gli uomini aggiungono nomi e confini.

La Terra, intanto, continua a spostare lentamente i continenti. Fra milioni di anni le nostre carte saranno irriconoscibili, ma probabilmente discuteremo ancora su chi debba stare da una parte e chi dall’altra.

Nonno Billa avrebbe commentato che i chiacchiri stanno a zero.
La Terra, che non ha mai partecipato alla discussione, continuerà a futtìrisinni.

LA NOTTE DI SIGONELLANella notte fra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella base siciliana di Sigonella, soldati italiani e am...
10/10/2026

LA NOTTE DI SIGONELLA

Nella notte fra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella base siciliana di Sigonella, soldati italiani e americani si trovarono armati gli uni contro gli altri.
Erano alleati, dunque rischiarono di spararsi con particolare cordialità.

La vicenda era cominciata il 7 ottobre, quando quattro uomini del Fronte per la Liberazione della Palestina sequestrarono l’Achille Lauro al largo dell’Egitto.

A bordo c’era Leon Klinghoffer, americano, ebreo, sessantanove anni, paralizzato. L’8 ottobre venne ucciso e gettato in mare con la carrozzina.
In quella storia di governi ed eserciti, lui era l’unico senza forza e proprio per questo venne scelto.

L’OLP inviò come mediatore Abu Abbas, capo dello stesso Fronte dei dirottatori. Una curiosa mediazione: l’uomo incaricato di risolvere il sequestro sarebbe stato condannato come suo organizzatore.
I quattro liberarono la nave in cambio di un salvacondotto, mentre gli egiziani assicuravano che nessuno fosse stato ucciso.

Scoperto l’assassinio, un Boeing egiziano decollò con terroristi e mediatori.
La Tunisia ne rifiutò l’arrivo; quattro F-14 partiti dalla portaerei Saratoga lo intercettarono e lo diressero su Sigonella.

Washington aveva deciso che un aereo egiziano sopra il Mediterraneo dovesse obbedire ai caccia americani e che, atterrato in una base italiana, uomini armati statunitensi potessero prenderne i passeggeri.
Il diritto internazionale, per le grandi potenze, è spesso un mobile elegante: viene mostrato agli ospiti e spostato quando intralcia.

Sigonella era una base italiana, non un pezzo di Stati Uniti nella piana di Catania. VAM e carabinieri circondarono il Boeing.
Le forze speciali statunitensi tentarono di controllarlo; altri carabinieri si schierarono attorno a loro. I tre cerchi concentrici saranno pure più ordinati della realtà, ma il significato era chiaro: per prendere i palestinesi gli americani avrebbero dovuto passare sopra gli italiani.

Reagan telefonò a Craxi. Washington pretendeva i prigionieri; Roma rispose che il sequestro era avvenuto su una nave italiana e spettava alla magistratura italiana procedere. Si dice ca volarono mali paroli tra i due fatto sta che alle 5:30 gli americani si ritirarono.

I quattro dirottatori vennero arrestati e processati a Genova. Youssef al-Molqi, indicato come l’assassino di Klinghoffer, ricevette trent’anni; gli altri subirono pene severe. Non fu una difesa dei terroristi, come qualcuno continua a raccontare.

La vittoria italiana ebbe però una macchia larga quanto un omicidio.
Abu Abbas raggiunse Ciampino e poi Belgrado, protetto da un passaporto diplomatico iracheno e dalla decisione del governo, che giudicò insufficienti le prove americane.
Nel 1986 la giustizia italiana lo condannò all’ergastolo in contumacia. L’Italia aveva difeso il diritto di processarlo e gli aveva permesso di partire: sovrana, ma distratta al momento giusto.

Sigonella non fu la favola semplice di Craxi che sconfisse Reagan.
Fu uno Stato alleato che ricordò agli Stati Uniti l’esistenza di un confine.
La realtà contemporanea continua a mostrarci una potenza pronta a invocare le regole quando proteggono i propri interessi e a considerarle facoltative quando li ostacolano e purtroppo governi attuali definire il diritto internazionale "valido fino a un certo punto".

Quella notte l’Italia disse che persino i colpevoli devono essere arrestati secondo la legge e che la giustizia non appartiene a chi possiede più portaerei.

Per qualche ora, nella piana di Catania, il diritto non ebbe più armi dell’impero. Ebbe però carabinieri disposti a non spostarsi.

Fonti: Atti parlamentari, comunicazioni del presidente del Consiglio Bettino Craxi del 17 ottobre 1985; Archivio storico del Senato, Fondo Bettino Craxi; Ronald Reagan Presidential Library, documentazione sul dirottamento dell’Achille Lauro; sentenza della Corte d’assise di Genova del 10 luglio 1986; Fulvio Martini, Nome in codice Ulisse; Antonio Badini, La scelta di uno statista; ANSA, ricostruzione della crisi di Sigonella.

FORBICI FORU CHIDDI CA TAGGHIARUL’ostinatezza è una caratteristica siciliana, una di quelle virtù che, praticate con suf...
10/10/2026

FORBICI FORU CHIDDI CA TAGGHIARU

L’ostinatezza è una caratteristica siciliana, una di quelle virtù che, praticate con sufficiente accanimento, diventano difetti e qualche volta tragedie.

Il siciliano, quando si mette in testa una cosa, difficilmente cambia opinione, specialmente davanti all’evidenza, perché riconoscere di avere torto significa concedere alla realtà un’autorità che non le ha mai riconosciuto.
Per sostenere la propria versione si facissi ammazzari e, una volta morto, continuerebbe a sostenere di avere ragione.

Nonno Billa, maestro di archiggiati che non prendeva lezioni da nessuno, possedeva un concetto piuttosto aleatorio della sicurezza.
Appendeva le sue luminarie tra balconi, pali e reti dell’illuminazione pubblica con la serenità di chi è convinto di stare nel giusto anche quando sbaglia.

Una volta, a Fleri, una signora si lamentò perché la ringhiera del balcone era diventata elettrica come le porte di un caveau svizzero.

Nonno Billa andò a verificare, assicurandole che non c’era alcun pericolo, poi appoggiò una mano alla ringhiera e ricevette una scarica memorabile.
Ebbe un sussulto che avrebbe meritato uno studio dell’Istituto di Fisica, ma conservò un’espressione tranquilla, come se quella violenta contrazione muscolare fosse un gesto di cortesia. «Visti, signura? Nenti c’è!», dichiarò, mentre la signora, che aveva visto benissimo, preferì non discutere, perchè chi vo discutere con un uomo ca ti dice ca non c'è corrente, con le mani fumanti e il crepitio di elettricità nell'aria?

Tornato al malazeni, ci mostrò le bruciature sulle mani e, alla nostra richiesta di spiegazioni, pronunciò solennemente: «Forbici foru chiddi ca tagghiaru!».

Naturalmente non capimmo una mi***ia, così ci cuntò una storia antica, era il suo sistema per farci capire.
É un poco sessista e abbastanza feroce, ve la riportiamo pregandovi di contestualizzarla, considerando che i fatti narrati sono, con ogni probabilità e qualche possibilità, sicuramente veri e realmente accaduti.

C’erano una volta un marito e una moglie, entrambi sarti.
Un giorno lui trovò piatti, pentole e bicchieri rotti e pretese di sapere chi fosse stato. «Cu fu ca rumpì sti cosi?», domandò. «E chi ni sacciu iu?», rispose lei, già infastidita. «Comu chi ni sai? Tu eri cca, qualcunu l’avrà ruttu!».

La moglie, che teneva in mano un paio di forbici e non ne poteva più dell’interrogatorio, tagliò corto: «I rumpii iu cu i forbici!».
Il marito la guardò incredulo: «Cu i forbici? Ma comu si rumpunu i piatti cu i forbici?». Lei, ormai decisa a non concedergli soddisfazione, rispose: «Accussì si rumpunu, forbici foru!».

Una persona ragionevole avrebbe capito che la donna lo stava prendendo in giro, ma il marito apparteneva a quella categoria di uomini per i quali una questione di principio richiede la resa incondizionata dell’avversario.

Prese dunque una corda, legò la moglie e la portò davanti a un pozzo, sistema di interrogatorio che oggi comporterebbe l’intervento dei carabinieri. «Ora ti calu nto puzzu, videmu si continui a diri forbici!», minacciò. «Forbici!», rispose lei. L’uomo cominciò a calarla, ripetendo a ogni metro la domanda: «Allura, cu chi si rumpìru?». La risposta non cambiava: «Cu i forbici!».
Quando l’acqua le arrivò alla gola, lui gridò: «Talìa ca t’affoghi! Dimmi a virità, i piatti non si ponnu rumpiri cu i forbici!». La donna, con l’ultimo fiato disponibile, ribadì: «Forbici!».

Il marito lasciò la corda e lei sprofondò. Convinto di aver finalmente vinto la discussione, si sporse sul pozzo, ma vide emergere dall’acqua una mano che, con due dita, continuava a fare il gesto delle forbici. Tac, tac, tac.
La donna non poteva più parlare ormai sott'acqua, ma non aveva alcuna intenzione di cambiare versione.

L’uomo comprese che lasciandola annegare avrebbe perduto la moglie e guadagnato qualche problema con la giustizia, così la tirò fuori, rassegnato: «Va beni, forbici foru, forbici e forbicioni!».
Nessuno seppe mai come si fossero rotte le stoviglie, perché ormai la verità era diventata la cosa meno importante.

Nonno Billa concluse il racconto soddisfatto, come se avesse dimostrato un teorema.
Noi guardammo le bruciature sulle sue mani e finalmente capimmo: aveva preso una scossa terrificante, aveva assicurato alla signora che non c’era corrente e, pur di non ammettere il contrario, avrebbe toccato quella ringhiera una seconda volta.

La donna del pozzo almeno aveva una corda che la teneva sospesa, Nonno Billa, quando si trattava di avere ragione, non aveva bisogno neppure di quella.

Forbici foru chiddi ca tagghiaru.
Quindi nonostante l'evidenza, la corrente sulla ringhiera , naturalmente, non c’era.

Fonti: Proverbi siciliani raccolti e confrontati con quelli italiani Vol IV di Giuseppe Pitrè ed. 1880 ; Nonno Billa che mai ebbe a bere acqua nella sua lunga vita e che cambiò idea che io ricordi solo una volta, quando di botto decise che le nazionali senza filtro facevano male, smise di fumare dopo aver visto una puntata di "Quark" in televisione che spiegava i danni del fumo.

10/10/2026

C’è un limite di velocità nell’universo, la velocità della luce. Ecco come si può superare questo incredibile valore

APÉRY, IL NUMERO CHE NON SI LASCIA SPIEGARE Esistono numeri che hanno avuto un eccellente ufficio stampa. π è una celebr...
09/10/2026

APÉRY, IL NUMERO CHE NON SI LASCIA SPIEGARE

Esistono numeri che hanno avuto un eccellente ufficio stampa. π è una celebrità, la sezione aurea è diventata quasi una leggenda e perfino e gode di una certa rispettabilità.
Poi esiste 1,202056903159594…, un numero assai meno famoso ma con una vita sorprendentemente interessante: la costante di Apéry.
Per incontrarla basta fare una cosa apparentemente innocente:
1 + 1/2³ + 1/3³ + 1/4³ + 1/5³ + …
Continuando all’infinito si arriva proprio a 1,2020569… In matematica si scrive ζ(3), cioè il valore della funzione zeta di Riemann per 3.
Qui comincia il mistero. Per alcuni valori della zeta sappiamo quasi tutto: Eulero scoprì che ζ(2) = π²/6 e ζ(4) = π⁴/90. Sembrava ragionevole aspettarsi qualcosa di altrettanto elegante per ζ(3). La matematica, che possiede un raffinato senso dell’umorismo, rispose sostanzialmente: arrangiatevi.
Nel 1978 il matematico francese Roger Apéry riuscì a dimostrare una cosa fondamentale: ζ(3) è irrazionale, quindi non può essere espressa come rapporto fra due numeri interi. La dimostrazione apparve così sorprendente che inizialmente fu accolta con prudenza, ma Apéry aveva ragione e da allora ζ(3) porta il suo nome.

Il bello è che ancora oggi non sappiamo se sia trascendente, cioè se appartenga alla stessa categoria di π ed e, numeri che non possono essere soluzione di alcuna equazione polinomiale a coefficienti interi.
Conosciamo una quantità enorme delle sue cifre e sappiamo calcolarla con precisione impressionante, ma ignoriamo ancora qualcosa di fondamentale sulla sua natura. È come conoscere numero di telefono, altezza, peso e codice fiscale di una persona senza sapere esattamente chi sia.

La costante di Apéry, però, non vive soltanto nei libri di matematica. ζ(3) compare naturalmente nella teoria quantistica dei campi, nei calcoli dell’elettrodinamica quantistica e in problemi di fisica statistica, quando somme e integrali apparentemente lontanissimi finiscono per produrre proprio quel numero.
Uno degli esempi più belli riguarda la luce. Nella formula che determina il numero di fotoni presenti nella radiazione di corpo nero compare ζ(3).
La stessa relazione permette di calcolare la densità dei fotoni della radiazione cosmica di fondo, l’antichissima luce rimasta dall’Universo primordiale: circa 411 fotoni per centimetro cubo.

Significa che anche nello spazio apparentemente vuoto siamo immersi in un mare di fotoni antichissimi e, quando vogliamo contarli, in mezzo alla formula spunta quel discreto 1,2020569…
Forse è proprio questo a renderla affascinante.
L’Universo è pieno di protagonisti celebri e di lavoratori silenziosi, numeri che sembrano semplici curiosità e invece ricompaiono nei punti più inattesi della fisica.
La costante di Apéry appartiene a questa seconda categoria: facilissima da costruire, difficilissima da comprendere fino in fondo, abbastanza misteriosa da tenere occupati i matematici e abbastanza concreta da aiutarci a descrivere la luce più antica dell’Universo.
Non male, per una somma cominciata con 1 + 1/8 + 1/27.
FONTI
Roger Apéry, Irrationalité de ζ(2) et ζ(3), Astérisque 61, 1979.
A. van der Poorten, A Proof that Euler Missed… Apéry’s Proof of the Irrationality of ζ(3), The Mathematical Intelligencer, 1979.
Eric W. Weisstein, Apéry’s Constant, Wolfram MathWorld.
Particle Data Group, Cosmic Microwave Background – formula della densità dei fotoni e valore ≈ 411 cm⁻³.

LA PRINCIPESSA SICILIANA CHE DIVENTÒ TRE VOLTE REGINAIl 9 ottobre 1317 Costanza d’Aragona entrò a Nicosia capitale di Ci...
09/10/2026

LA PRINCIPESSA SICILIANA CHE DIVENTÒ TRE VOLTE REGINA

Il 9 ottobre 1317 Costanza d’Aragona entrò a Nicosia capitale di Cipro.

Aveva forse tredici anni ed era sbarcata cinque giorni prima a Famagosta con sei galee siciliane.
Ad attenderla c’era Enrico II di Lusignano, re di Cipro e titolare di Gerusalemme, più vecchio di lei di oltre trent’anni.
La folla applaudiva. Nessuno domandò alla ragazza se fosse felice: nelle storie dei re, le principesse conoscono già la risposta giusta.

Nata probabilmente a Palermo nel 1304, era la primogenita di Federico III di Sicilia ed Eleonora d’Angiò.
Persino il nome era politico: ricordava le donne dalle quali gli Aragonesi facevano discendere il diritto alla corona siciliana.
A sette anni era già al centro di trattative con la Castiglia. Il padre promise ai figli la scelta fra matrimonio e convento, intenzione durata finché non arrivò un’alleanza conveniente.

Il 16 ottobre sposò Enrico e fu incoronata regina di Cipro e di Gerusalemme. La città santa era stata perduta, ma il titolo resisteva: si poteva smarrire un regno e conservarne la corona, purché qualcuno continuasse a chiamarti maestà.

Enrico, epilettico e provato dalla prigionia, morì nel 1324.
Non nacquero eredi: una tradizione sostiene che il matrimonio non fosse stato consumato, un’altra parla di un bambino morto appena nato. La verità rimase nella camera regale, dove i cronisti arrivavano tardi e le malelingue assai prima.

Costanza difese dote e rendite dagli aspiranti eredi.
Il Papa impedì nuove nozze perché temeva che il denaro cipriota finanziasse la guerra contro gli Angioini.
Anche vedova, una principessa restava un affare internazionale: corpo, terre e possibili figli appartenevano alla politica.

Tornata in Sicilia nel 1326, cinque anni dopo ripartì per sposare Leone V, re della Piccola Armenia, sorta in Cilicia.
A Tarso ricevette un’altra corona e un cronista armeno la definì «principessa onesta e virtuosa». Leone concesse ai Siciliani libertà commerciali e agevolazioni fiscali. Dietro la sposa arrivavano mercanti e navi: l’amore di Stato viaggiava con un notaio appresso.

Leone fu assassinato dai propri baroni nel 1341. Nel 1343 Costanza sposò Giovanni di Lusignano, fratello del re di Cipro.
Giovanni non regnò: lei ebbe tre mariti, due sovrani e tre titoli regali, comprendendo Gerusalemme.
Morì probabilmente nel 1344, senza figli e prima dei quarant’anni.

Intorno a quella vita crebbero racconti più ordinati della realtà.
Costanza sarebbe stata un’abile avvelenatrice; un rabbino, fatto uccidere dal padre dopo uno sgarro, avrebbe maledetto la dinastia predicendole sterilità e matrimoni infelici. Le fonti medievali non confermano nulla.
La magia spiegava ciò che gli uomini avevano prodotto da soli: nozze decise altrove, due mariti morti e nessun erede.

Neppure il suo volto ci è arrivato.
Non abbiamo ritratti autentici né descrizioni sicure; molte immagini attribuitele raffigurano altre Costanze.
Di lei furono registrati dote, titoli e fertilità, perché una principessa era persona, trattato e merce di scambio. La storia conservò le corone e dimenticò gli occhi che ne sostennero il peso.

Il legame fra Sicilia e Armenia non fu soltanto matrimoniale. Armeni operarono nell’isola e nella Messina medievale esisteva un loro insediamento; mercanti dei due paesi percorrevano le stesse rotte. Rimase una trama di commerci e migrazioni quasi cancellata dai secoli.

Il 9 ottobre Costanza entrò a Nicosia dentro una fiaba scritta da altri.
La chiamarono tre volte regina e le imposero tre matrimoni. Nessuno ci ha tramandato la sua voce.
Nelle storie dei re una principessa serve a unire due regni; che riesca a restare intera lei, interessa a pochi.

Fonti: Salvatore Fodale, “Costanza d’Aragona, regina di Cipro e di Gerusalemme, poi regina d’Armenia”, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani; Laura Sciascia, “Sulle tracce delle principesse migranti”; Recueil des historiens des croisades, Documents arméniens; Francesco Giunta, Aragonesi e Catalani nel Mediterraneo; Boghos Levon Zekiyan, L’Armenia e gli armeni; Treccani, “Messina”, Enciclopedia dell’Arte Medievale.

🍂 VENERDÌ AL LUDUM, IL GIOCO È SERVITO!Parola dell'Autunno, che di foglie cadute e dadi lanciati se ne intende.Sono arri...
09/10/2026

🍂 VENERDÌ AL LUDUM, IL GIOCO È SERVITO!

Parola dell'Autunno, che di foglie cadute e dadi lanciati se ne intende.

Sono arrivato da poco, con le mie prime piogge, le giornate che si accorciano e quella malinconia dorata che fa ve**re voglia di stare insieme. Mi chiamano Autunno, e generalmente gli uomini mi accolgono lamentandosi del freddo, del buio e delle vacanze finite, quasi che io fossi responsabile anche delle bollette.

A Catania, però, ho scoperto una cosa curiosa: mentre fuori faccio danzare le foglie, dentro il LUDUM ci sono esseri umani che si riuniscono attorno a un tavolo e cominciano a giocare.

Li osservo con una certa ammirazione. Alcuni costruiscono imperi, altri conquistano territori, qualcuno tradisce il proprio migliore amico per una carta, salvo poi offrirgli una patatina come se nulla fosse accaduto. Ho visto uomini adulti disperarsi per un dado e bambini impartire lezioni di strategia a persone che, nella vita quotidiana, dirigono aziende e pagano mutui.

Una meraviglia.

Io faccio cadere le foglie, loro fanno cadere i dadi. Io cambio i colori degli alberi, loro cambiano alleanze ogni venti minuti. Io preparo la natura al riposo, loro riescono a restare svegli fino alle due di notte discutendo se una mossa fosse consentita dal regolamento.

La cosa più bella, però, è che si guardano negli occhi. In un'epoca nella quale gli uomini trascorrono buona parte dell'esistenza a fissare piccoli rettangoli luminosi, questi strani individui hanno riscoperto il piacere di sedersi insieme, ragionare, ridere, perdere con dignità e, più frequentemente, perdere accusando il prossimo di aver barato.

Al LUDUM, insieme agli amici della La Tana dei Goblin Catania ogni venerdì sera troverete tavoli pieni di giochi da tavolo, strategici e di ruolo, nuove sfide, vecchi amici e persone che ancora non conoscete ma che, dopo una partita, potrebbero diventare complici di avventure memorabili.

I giochi li trovate sul posto, ma potete portare anche i vostri preferiti. Famiglie, bambini, adulti, giocatori esperti e principianti sono tutti benvenuti, perfino quelli che leggono il regolamento soltanto dopo avere perso.

Io, naturalmente, verrò a trovarvi. Mi riconoscerete dall'aria fresca che vi accompagna all'ingresso e da qualche foglia ostinata rimasta attaccata alle scarpe.

🍁 Ogni venerdì, dalle 21:00 alle 2:00
📍 LUDUM Science Center – Via Guido Gozzano 2, Catania
🎟️ Contributo: soltanto 2 € a persona, per le spese di gestione e pulizia
📞 Informazioni: La Tana dei Goblin – 320 6287267

Le mie foglie, prima o poi, cadranno tutte. Le vostre amicizie, se saprete coltivarle, potranno durare ben più di una stagione.

Venerdì al LUDUM il gioco è servito.

Firmato,
L'Autunno 🍂

P.S. Se qualcuno perde una partita e dà la colpa al vento, stavolta non prendetevela con me.

LA PARMIGIANA CHE NON È DI PARMALa parmigiana ha molti strati e, come certe persone, a ogni strato cambia faccia, nome e...
09/10/2026

LA PARMIGIANA CHE NON È DI PARMA

La parmigiana ha molti strati e, come certe persone, a ogni strato cambia faccia, nome e verità. C’è chi la dice siciliana, chi napoletana, chi tira in ballo Parma, chi il parmigiano, ognuno porta documenti, ricettari, etimologie e antenati, mentre lei se ne sta muta nel piatto, sapendo che una cosa può avere molte origini e diventare, alla fine, qualcosa di completamente nuovo.

La protagonista è la melanzana, arrivata dall’Asia nel Mediterraneo attraverso il mondo arabo e approdata anche in Sicilia, dove trovò sole, terra e soprattutto gente disposta a friggerla.

Nel resto d’Europa per molto tempo la taliavano con sospetto, persino il nome italiano venne associato alla “mela insana”, quasi che mangiarla potesse portare alla pazzia.
Noi siciliani, che con la pazzia abbiamo sempre avuto rapporti di buon vicinato, invece ce la mangiammo.
Mancava ancora il pomodoro, venuto dall’America e rimasto a lungo oggetto di diffidenza, poi finalmente pomodoro e melanzana s’incontrarono con formaggio e basilico e accadde una di quelle cose che nella storia non hanno un inventore preciso, ma dopo sembrano inevitabili.

A questo punto comincia la camurria, perché da Napoli arrivano con le carte.
Nel Settecento Vincenzo Corrado descrive preparazioni “alla parmigiana”, nel 1839 Ippolito Cavalcanti mette nero su bianco melanzane fritte, formaggio, basilico e salsa di pomodoro, sistemati strato sopra strato, così gli amici napoletani rivendicano giustamente la creatura.

Va beni, ce ne futtemu. La storia conta, certo, ma un piatto non è un brevetto industriale, è una creatura che cammina, attraversa mari, cambia casa, si mette nuove maschere e qualche volta dimentica perfino da dove era partita.

Anche il nome si diverte a confonderci.
Una suggestiva teoria siciliana lo fa derivare da parmiciana, la persiana composta da stecche sovrapposte, una sopra l’altra come le melanzane, una spiegazione bellissima ma non dimostrata, perché l’espressione “alla parmigiana” esisteva già nella cucina italiana e le possibili origini del nome sono diverse. Una parmigiana, insomma, può essere una, nessuna e centomila.

Le maschere continuano anche dentro la teglia, c’è quella col parmigiano, quella col pecorino, quella con la provola o la mozzarella, poi arriva chi mette l’uovo, chi il prosciutto, chi entrambi e dovrebbe quantomeno presentarsi spontaneamente alle autorità per aver creato un attentato calorico.

Sotto tutte queste identità rimane però una certezza: la melanzana va fritta. Non arrostita, non grigliata, non “alleggerita”, fritta. Pomodoro, basilico e formaggio fanno il resto, gli strati si sovrappongono, si stringono e si scambiano olio e sapori fino a quando non si capisce più dove finisca una cosa e cominci l’altra.

Forse proprio qui si nasconde la sua vera sicilianità: la melanzana viene dall’Asia, il pomodoro dall’America, tecniche e popoli attraversano il Mediterraneo, i ricettari più antichi che ci aiutano a ricostruirne la forma moderna parlano napoletano, il nome forse guarda verso Parma, forse verso una persiana siciliana.

Il risultato però è quella teglia che compare d’estate nel frigorifero e ti fa sentire improvvisamente ricco, è il pezzo di pane che raccoglie il sugo, è il giorno dopo quando, per qualche misteriosa legge della fisica, è ancora più buona, è la nonna che sostiene che la ricetta autentica sia la sua e considera tutte le altre una forma di decadenza morale.

La Sicilia, in fondo, con la parmigiana ha fatto quello che fa da tremila anni con tutto ciò che arriva da lontano: l’ha accolto, trasformato, fritto nell’olio e infine dichiarato siciliano.
Napoli può pure rivendicarla, le carte le ha e noi non ci offendiamo.
I chiacchiri però stanno a zero: prima si mangia, poi ni parramu

FONTI
Vincenzo Corrado, Il Cuoco galante (XVIII sec.) ; La Cucina Italiana
Ippolito Cavalcanti, Cucina teorico-pratica e Cucina casarinola co la lengua napolitana (1837-1839)
Accademia Italiana della Cucina
Treccani, voce Melanzana

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