11/10/2026
IL DIAVOLO CONFESSORE
Nella Sicilia del Settecento le famiglie nobili avevano trovato un sistema ingegnoso per sistemare le figlie che non servivano a combinare matrimoni vantaggiosi: mandarle in convento. Il casato conservava il prestigio e tutti erano soddisfatti, tranne la ragazza, ma su questo si preferiva non indagare.
La clausura non cancellava le differenze sociali, le consacrava: le monache coriste, figlie dell'aristocrazia, pregavano e comandavano, le converse, povere, cucinavano e pulivano.
Davanti a Dio erano tutte uguali, ma certe uguaglianze finivano davanti alla biancheria sporca.
A Palermo il monastero dei Sette Angeli ospitava religiose delle migliori famiglie e produceva caponate e mustazzoli per le case patrizie.
Nel 1746, però, le monache accusavano svenimenti, convulsioni e malumori. La soluzione fu la villeggiatura.
Per farle uscire occorsero il permesso di Benedetto XIV e un'organizzazione degna di un'ambasceria. Il 12 ottobre partirono per una residenza presso l'Ecce Homo dell'Auditore, fra giardini e alte mura.
Carrozze, dame, principi, marchesi e prelati componevano il corteo, mentre agli uomini lungo la strada si intimava di voltarsi. Le monache non si potevano guardare, ma per spostarle serviva mezza Palermo.
Il confessore abituale, ammalato, non le accompagnò.
Comparve al suo posto un certo don Ottavio Rosso Lanza, sedicente Lanza di Trabia, tanto devoto e distinto che nessuno pensò di domandargli chi fosse. Suor Orsola, particolarmente tormentata dai malesseri, trovò in lui un conforto straordinario, ma pare che il sedicente confessore non si limitasse a lei: secondo il racconto, avrebbe sedotto parecchie monache, dispensando consolazioni assai più carnali che spirituali.
Le confessioni proseguivano anche di notte, propizia alla meditazione e ad altre attività.
«Padre, avissi bisogno di confessarmi.» «Figghia mia, quannu voli.» «Macari stanotti?» «La misericordia divina non teni orario.»
Per diciassette giorni tutto filò liscio, grazie anche a una porta opportunamente oliata e lasciata accostata.
La Provvidenza intervenne infine con un mezzo poco solenne: il mal di pancia di una consorella, che attraversando il corridoio udì rumori difficilmente attribuibili al rosario e scoprì il confessore nella cella di suor Orsola. Lo scandalo raggiunse la superiora e il viceré.
Fu interpellata la famiglia Lanza. Il vero don Ottavio, dissero, si trovava da mesi a Trabia. Condotto davanti alle monache, non fu riconosciuto da nessuna: l'uomo che le aveva confessate, e forse non soltanto confessate, era un impostore.
Il falso sacerdote sparì e nessuno seppe identificarlo.
Si parlò del diavolo, si celebrarono purificazioni e circolarono voci di gravidanze e nascite mostruose, leggende, non fatti accertati.
L'ipotesi demoniaca aveva un pregio: spiegava tutto senza costringere nessuno a spiegare niente. Se il colpevole era Satana, le religiose erano vittime innocenti, i superiori non avevano sbagliato e l'onore dei casati restava intatto. La responsabilità umana, molto più imbarazzante, poteva essere affidata all'Inferno.
Per non sapiri ne leggiri ne scriviri, quella fu ricordata come la prima e l'ultima villeggiatura del convento.
Del diavolo non sappiamo nulla, ma ai Sette Angeli bastavano un nome nobile e qualche parola santa per aprire anche le porte che dovevano restare chiuse.
Fonti: Carlo e Giulia Ottaviano, I luoghi e i racconti più strani della Sicilia; Giuseppe Verde, Palermo – Sette Angeli – Storia della comunità; Susanna Mantion, Monacazioni forzate e forme di resistenza al patriarcalismo nella Venezia della Controriforma, Università Roma Tre.