LUDUM - Science Center Catania

LUDUM - Science Center Catania Benvenuto sulla Pagina FB di Ludum, Museo della Scienza. Scopri il nostro centro scientifico !
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Ludum Science Center, inaugurato a Marzo 2013, Si trova nei nuovi locali di Via Guido Gozzano 2 a Catania, facilmente raggiungibile dalla stazione metro "Borgo" . Al suo interno si trova un museo della scienza con oltre 100 esperienze interattive , un planetario da 25 posti , un insettario con specie esotiche di insetti e aracnidi , una sala spettacoli , due sale feste , una sala convegni, oltre 1100 mq di superficie.

Un generale mandato a morire Carlo Alberto Dalla Chiesa nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920. Figlio di un generale dei...
03/09/2026

Un generale mandato a morire

Carlo Alberto Dalla Chiesa nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920.
Figlio di un generale dei Carabinieri, laureato in giurisprudenza e poi anche in scienze politiche, entrò nell’Arma durante la guerra e partecipò alla Resistenza.
Dopo la Liberazione, cominciò la lunga battaglia al banditismo, prima in Campania e poi in Sicilia, dove imparò a conoscere le logiche profonde della mafia.

Negli anni successivi servì a Firenze, Como, Roma e Milano, fino a tornare nell’isola nel 1966: a Palermo, da colonnello, guidò la Legione Carabinieri e cominciò a investigare con determinazione su Cosa nostra.

Trasferito a Torino, negli anni Settanta diventò l’uomo simbolo della lotta alle Brigate Rosse. Fu lui a creare il Nucleo Speciale Antiterrorismo e a coordinare le forze di polizia e i servizi, portando all’arresto di molti esponenti della lotta armata.
In quel campo i risultati arrivarono, e lo Stato lo celebrò come il generale che aveva sconfitto il terrorismo.

Ma quando nel 1982 il governo Spadolini lo mandò a Palermo come prefetto, in molti capirono che quella nomina somigliava più a un gesto propagandistico che a una vera scelta di rottura. A Dalla Chiesa furono promessi poteri speciali che non arrivarono mai. Era come mandare un generale in trincea senz’armi.
La Palermo che trovò non era la Torino dei covi brigatisti, ma un mondo in cui la mafia vestiva giacca e cravatta, sedeva nei consigli comunali e parlava il linguaggio degli affari.

Per combatterla servivano leggi severe, soprattutto sul sequestro dei beni, e uno Stato disposto a colpire i suoi complici.

Nulla di tutto questo fu concesso. Il prefetto lo denunciò pubblicamente: “Mi hanno mandato a Palermo senza poteri”, disse. Era una sentenza di morte annunciata.
La sera del 3 settembre 1982, in via Carini, un commando mafioso aprì il fuoco con kalashnikov contro la sua auto.

Morirono lui e la giovane moglie Emanuela Setti Carraro; l’agente di scorta Domenico Russo spirò dopo giorni di agonia. Un’esecuzione militare, un avvertimento sanguinoso: a Palermo lo Stato non comandava. Lo stesso Stato che lo aveva lasciato solo corse a piangerlo il giorno dopo, con le solite lacrime di circostanza.

Sulla sua vita e sulla sua morte si allungano ombre imbarazzanti.
Dalla Chiesa risultava iscritto, in maniera controversa e mai del tutto chiarita, alla loggia P2 di Licio Gelli. Una macchia che non cancella la sua battaglia, ma che testimonia le ambiguità di un’Italia in cui la legalità si intreccia continuamente con zone d’ombra, poteri paralleli e complicità inconfessabili.

Dopo l’attentato, dalla cassaforte della sua residenza scomparvero documenti riservati: segreti che nessuno ha mai chiarito.
La giustizia fece il suo corso, ma a fatica, come sempre quando la verità tocca fili troppo alti.

Nel 1987 furono condannati all’ergastolo i capi di Cosa nostra – Riina, Provenzano, Greco, Calò, Brusca, Geraci – ma in appello nel 1990 arrivò la clamorosa assoluzione di tutti.

Due anni dopo la Cassazione annullò quella sentenza, parlando di motivazioni illogiche, e impose un nuovo processo.
Alla fine, tra il 1993 e il 1995, le condanne furono confermate, e nel 2002 anche gli esecutori materiali vennero condannati, alcuni all’ergastolo, altri a pene minori. Ci vollero vent’anni di processi per affermare quello che era chiaro dal primo giorno: che la mafia aveva voluto la morte del generale.

Ma che non fosse stata solo “mafia” lo suggeriscono i silenzi, le omissioni, i documenti spariti e i poteri che si girarono dall’altra parte.

Così Dalla Chiesa cadde, non soltanto vittima dei killer, ma della viltà di uno Stato che lo aveva usato come vetrina e poi lasciato senza difesa. Aveva vinto la guerra contro il terrorismo, ma fu consegnato inerme a Cosa nostra.

La sua vicenda è emblematica di un Paese che manda avanti i suoi uomini migliori e poi li abbandona quando diventano scomodi. Come avrebbe scritto Sciascia, in Sicilia la linea della palma continuava ad avanzare. E lo Stato, ancora una volta, fece finta di non vederla.

20 POSTI. 4 ORE. UN VIAGGIO DENTRO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. GRATIS.Il LUDUM Science Center è stato selezionato come s...
03/09/2026

20 POSTI. 4 ORE. UN VIAGGIO DENTRO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. GRATIS.

Il LUDUM Science Center è stato selezionato come sede di svolgimento di Meet and Code 2026, la grande iniziativa europea dedicata alla formazione digitale delle nuove generazioni.

Un riconoscimento importante: quest’anno in Italia sono soltanto 34 le sedi selezionate per realizzare i progetti Meet and Code.

Per l’occasione offriremo GRATUITAMENTE a 20 ragazzi dagli 8 ai 14 anni il corso:

COSTRUIRE IL SAPERE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

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Non insegneremo ai ragazzi a farsi fare i compiti dall’AI. Esattamente il contrario.

Impareranno a utilizzarla per creare mappe concettuali, schemi, presentazioni, ricerche e contenuti creativi, ma soprattutto a verificare le fonti, riconoscere gli errori e sviluppare pensiero critico e autonomia.

Perché l’Intelligenza Artificiale può essere uno strumento straordinario, purché impariamo a usarla al servizio del pensiero e non al suo posto.

Al termine del percorso ogni ragazzo riceverà un attestato di frequenza legato alla partecipazione a Meet and Code 2026.

🔴 CORSO COMPLETAMENTE GRATUITO – SOLO 20 POSTI
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Un’occasione per avvicinare i ragazzi all’AI nel modo che ci piace di più: non insegnando loro cosa pensare, ma dando nuovi strumenti per imparare a pensare.

L'armistizio Il 3 settembre del 1943, in una tenda militare piantata tra ulivi e mandorli a Cassibile, non si scrisse so...
03/09/2026

L'armistizio

Il 3 settembre del 1943, in una tenda militare piantata tra ulivi e mandorli a Cassibile, non si scrisse soltanto un armistizio: si mise in scena un copione che in Italia conosciamo bene, fatto di parole ufficiali e di silenzi molto più pesanti.

Castellano, inviato di Badoglio, arrivò con la rassegnazione di chi porta un documento già scritto; dall’altra parte Bedell Smith, braccio destro di Eisenhower, con generali americani e inglesi che trattavano come se la resa fosse un contratto commerciale, tra mappe e sigari.

I verbali raccontano la firma. Ma attorno a quella tenda si muoveva altro.
C’erano, secondo più di una testimonianza, figure legate alla massoneria come il leggendario Vito Guarrasi e uomini vicini alla mafia siciliana: dopotutto, non è un mistero il patto segreto tra l’intelligence americana e Lucky Luciano, boss newyorkese che dal carcere aveva garantito coperture per lo sbarco in Sicilia. Uomini senza uniforme ma con molto potere: erano lì a preparare il dopo, a ridisegnare l’isola non per la libertà ma per il controllo.

L’8 settembre arrivò la conferma pubblica, e con essa il caos: soldati senza ordini, reparti allo sbando, tedeschi che occupavano il centro e il nord, il sud consegnato agli Alleati e a un governo Badoglio senza credibilità.

La Sicilia, già sotto amministrazione militare, divenne laboratorio di un futuro che somigliava molto al passato: l’AMGOT distribuiva am-lire e poteri, ma a beneficiarne erano spesso gli stessi notabili messi da parte dal fascismo e pronti a tornare in sella. Con loro, la mafia, che nel vuoto di potere rialzò la testa e tornò ad essere interlocutore privilegiato.

Da quella stagione nacquero lo Statuto speciale, le prime avvisaglie di indipendentismo, ma anche la miseria, le rivolte nelle campagne, i banditi che diventavano eroi o mostri a seconda delle cronache. Salvatore Giuliano, con il suo corpo tra mito e pallottole, fu l’immagine più nitida di quell’ambiguità: ribellione che si mescolava con complicità, violenza che incontrava la politica.

Cassibile, così, resta una fotografia perfetta di questo Paese: la resa ufficiale da una parte, e le trattative segrete dall’altra; lo Stato che abdica e i poteri occulti che occupano la scena.

Non fu soltanto l’inizio della fine del fascismo, ma l’atto di nascita di un’Italia divisa, con ferite mai sanate, e di una Sicilia condannata a convivere con la sua leggenda e le sue catene.

Fonti: Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008 di Salvatore Lupo (Einaudi) ; Il mito del grande complotto. Gli americani, la mafia e lo sbarco in Sicilia del 1943 di Salvatore Lupo (Donzelli, 2023) ; L’armistizio di Cassibile di Leonardo Salvaggio (Lombardi, 2016)

IL GRANO, IL MARE E SEICENTO NAVIPer capire cosa accadde davanti a Milazzo il 3 settembre del 36 a.C. bisogna ricordare ...
03/09/2026

IL GRANO, IL MARE E SEICENTO NAVI

Per capire cosa accadde davanti a Milazzo il 3 settembre del 36 a.C. bisogna ricordare che l’Impero ancora non esisteva. Giulio Cesare era morto da otto anni e Roma era sprofondata nelle guerre civili, con parecchi uomini che dichiaravano di voler salvare la Repubblica e, possibilmente, diventarne padroni.

Fra questi c’era Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, che aveva trasformato la Sicilia in una specie di regno personale. Possedeva una grande flotta e controllava lo Stretto di Messina e le rotte del Canale di Sicilia, cioè le vie attraverso cui passavano uomini, merci e soprattutto il grano diretto verso Roma.

La geografia nelle guerre viene spesso sottovalutata, ma qualche volta vale più di un esercito.
Oggi basta pensare allo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una parte enorme del petrolio mondiale: chi può minacciarne la navigazione possiede un'arma senza bisogno di sparare.

La Sicilia di allora aveva una funzione simile nel Mediterraneo romano: controllare quei mari significava poter mettere Roma alla fame.

Ottaviano aveva dunque un problema grosso quanto l’isola e affidò la soluzione a Marco Vipsanio Agrippa, comandante straordinario, che costruì una nuova flotta, conquistò le Eolie, sconfisse Sesto nelle acque di Mylae e occupò Tindari. Il cerchio si stringeva verso Messina.

Lo scontro decisivo avvenne a Nauloco, probabilmente lungo la costa tra Milazzo e Capo Peloro, posizione ideale per controllare lo Stretto, le Eolie e il Tirreno. Fu proprio Sesto, fiducioso nei propri marinai, a proporre di decidere tutto con una battaglia navale.

Il 3 settembre il mare dovette sembrare improvvisamente troppo piccolo.
Le fonti parlano di circa trecento navi per parte, cifre da prendere con prudenza, ma sufficienti a immaginare centinaia di scafi e migliaia di uomini, mentre dalla costa gli eserciti taliavano senza capire cu stava vincennu.

Sesto aveva marinai esperti e navi agili. Agrippa aveva invece preparato l’harpax, un enorme arpione lanciato contro le imbarcazioni nemiche: agganciata la nave, i Romani la tiravano verso di sé e mandavano avanti i legionari.

In pratica Agrippa disse: tu sì bravu a cummattiri supra u mari? E io u mari ti lu levu.
Cominciò una gigantesca rissa galleggiante: navi speronate, scafi agganciati, incendi, uomini in acqua e un fracasso tale che dalla terra era difficile distinguere amici e nemici.

Appiano racconta che erano pur sempre Romani contro Romani, con lingua, armi e navi simili, tanto che, per capire chi prevaleva, bisognava osservare i colori delle torri delle imbarcazioni, che erano l'unica cosa che le differenziava.

Poi la confusione diventò disfatta. Secondo le fonti antiche, Sesto p***e 28 navi affondate, moltissime altre furono catturate, incendiate o spinte a riva e appena diciassette riuscirono a fuggire. Agrippa avrebbe perso soltanto tre navi, cifra talmente bella che conviene guardarla con prudenza.

Sesto capì l’antifona, raggiunse Messina e fuggì verso Oriente. Ottaviano conquistò la Sicilia, mise fuori gioco anche Lepido e rimase padrone dell’Occidente. Restava Marco Antonio, sconfitto ad Azio nel 31 a.C.; quattro anni dopo Ottaviano sarebbe diventato Augusto.

L’Impero romano non nacque a Milazzo, ma quel giorno uno dei principali ostacoli fra Ottaviano e il potere assoluto scomparve davanti alla Sicilia.

Perché cambiano gli imperi, cambiano le merci, il grano diventa petrolio e le triremi diventano petroliere.
Gli stretti, invece, restano stretti. E la geografia continua a comandare.

Fonti: Appiano di Alessandria, Le guerre civili, libro V, §§ 118-121.
Cassio Dione, Storia romana, libro XLIX.
Velleio Patercolo, Storia romana, libro II.
Svetonio, Vita di Augusto.
Treccani, Enciclopedia Italiana.

L’IMPERO CHE DOVEVA DURARE PER SEMPRERoma aveva un problema che neppure le legioni potevano risolvere: come può essere e...
02/09/2026

L’IMPERO CHE DOVEVA DURARE PER SEMPRE

Roma aveva un problema che neppure le legioni potevano risolvere: come può essere eterno qualcosa che è nato?

Virgilio nell’Eneide risolse la faccenda facendo intervenire Giove: imperium sine fine dedi, «ho dato loro un impero senza fine». Nessun limite nello spazio e nessuna scadenza nel tempo.

Promessa impegnativa, soprattutto perché Roma nasceva idealmente dalle ceneri di T***a, una città che eterna non era stata affatto.

Il paradosso dell’Impero eterno sta qui: ogni impero nasce, cresce e prima o poi scompare, mentre Roma pretendeva di essere l’eccezione.

Una leggenda racconta che Augusto ricevette in sogno una scelta: Roma avrebbe potuto continuare a espandersi e aspirare all’eternità oppure stabilire dei confini, i limes, accettando che un giorno sarebbe finita.

Augusto scelse i confini.

Curiosamente la storia gli somiglia. Dopo la catastrofe di Teutoburgo del 9 d.C., l’espansione oltre il Reno subì una svolta e Tacito attribuisce ad Augusto l’indicazione di mantenere l’Impero intra terminos, entro i suoi confini.

Giove aveva promesso un impero senza limiti, Augusto comprese che per conservarlo bisognava dargliene.

Roma smise progressivamente di essere soltanto una macchina per conquistare territori e divenne una macchina capace di amministrarli. Proprio rinunciando all’espansione infinita riuscì a durare ancora per secoli.

Poi accadde qualcosa di più strano: Roma sopravvisse alla propria morte.

Nel 476 finì l’Impero romano d’Occidente, ma Costantinopoli continuò a essere romana. Quelli che oggi chiamiamo Bizantini chiamavano se stessi Romani e il loro Stato continuò per quasi altri mille anni.

Quando Costantinopoli cadde nel 1453, Mosca raccolse idealmente quell’eredità e divenne la Terza Roma: due Rome erano cadute, la terza stava in piedi e una quarta non ci sarebbe stata. Persino zar discende da Caesar.

In Occidente, intanto, era nato perfino un Sacro Romano Impero.

Roma continuava insomma a morire senza riuscire a rimanere morta.

Secoli dopo, dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti guardarono deliberatamente alla Repubblica romana: Repubblica, Senato, Capitol, aquila, E pluribus unum, architettura neoclassica e persino Publius, pseudonimo scelto dagli autori dei Federalist Papers.

La cosa interessante è che gli Stati Uniti adottarono simboli e istituzioni della Roma repubblicana, comportandosi però fin dall’inizio come una potenza imperiale.

Espansione verso Ovest, conquista di territori, guerra col Messico, progressiva distruzione e subordinazione delle nazioni native, guerra ispano-americana, Filippine, controllo di territori lontani e infine una rete mondiale di basi militari, influenza economica, politica e culturale.

La forma rimase repubblicana, la dinamica del potere fu imperiale.

Anche qui Roma aveva già mostrato la strada: aveva conquistato quasi tutto il Mediterraneo mentre continuava a chiamarsi res publica. L’Impero romano, in sostanza, esisteva molto prima degli imperatori.

Ed eccoci al vero paradosso.

L’Impero romano d’Occidente è finito, quello d’Oriente è finito, il Sacro Romano Impero è finito. Eppure Roma continua a riapparire nei senati, nelle repubbliche, nelle aquile, nel diritto, nell’architettura del potere e nell’idea stessa che una grande potenza debba organizzare il mondo intorno a sé.

Forse Giove mantenne davvero la promessa di Virgilio, semplicemente noi l’avevamo capita male.

Roma non costruì un impero incapace di morire.

Fonti:
Virgilio, Eneide, I, 278-279 — «imperium sine fine dedi».
Tacito, Annales, I, 11 — Augusto e il consiglio coercendi intra terminos imperii.
Filofej di Pskov, lettere sulla dottrina di Mosca Terza Roma, XVI secolo.
Harriet I. Flower (a cura di), The Cambridge Companion to the Roman Republic, Cambridge University Press — influenza della Repubblica romana sulle rivoluzioni americana e francese.

Costruì qualcosa di molto più resistente:

l’idea dell’Impero.

🎲 TORNA “IL GIOCO È SERVITO”! 🎲IL VENERDÌ SERA SI TORNA A GIOCARE AL LUDUMDopo la pausa estiva ripartono le nostre serat...
02/09/2026

🎲 TORNA “IL GIOCO È SERVITO”! 🎲
IL VENERDÌ SERA SI TORNA A GIOCARE AL LUDUM

Dopo la pausa estiva ripartono le nostre serate dedicate ai giochi da tavolo!

Quello che era nato quasi come un esperimento è diventato, venerdì dopo venerdì, un appuntamento fisso tra le attività culturali della città, un luogo dove incontrarsi davvero, sedersi attorno a un tavolo, conoscere persone nuove e riscoprire il piacere di giocare insieme.

🎲 LUDUM Science Center e La Tana dei Goblin riaprono quindi i tavoli di “Il Gioco è Servito”: decine di giochi a disposizione, strategia, ruolo, cooperativi, party game e tante novità da provare.

Puoi scegliere tra i giochi messi a disposizione dalla Tana dei Goblin oppure portare il tuo preferito e trovare nuovi compagni di partita.

Niente schermi, niente algoritmi: persone vere, attorno a un tavolo vero, che giocano, parlano, ridono e qualche volta litigano per una carta. Come è giusto che sia. 😄

📅 OGNI VENERDÌ
⏰ dalle 21:00 alle 2:00
📍 LUDUM Science Center – Via Guido Gozzano 2, Catania
🎟️ Contributo: 2 € a persona
📞 Info La Tana dei Goblin: 320 6287267

Famiglie, ragazzi, adulti, giocatori esperti e principianti: il tavolo è aperto a tutti.

🎲 Venerdì sera non si beve, si gioca.
Al LUDUM, IL GIOCO È SERVITO!

🚍 LUDUM IN VIAGGIO – La novità del 2026La scuola è il luogo dove nasce la curiosità. Il museo è il luogo dove quella cur...
02/09/2026

🚍 LUDUM IN VIAGGIO – La novità del 2026

La scuola è il luogo dove nasce la curiosità. Il museo è il luogo dove quella curiosità diventa scoperta. Per molti anni i due mondi si sono incontrati grazie alle visite d'istruzione. Oggi, però, organizzarle è sempre più difficile. L'aumento del costo dei pullman pesa sui bilanci delle scuole e delle famiglie, mentre centinaia di chilometri percorsi comportano anche un maggiore impatto ambientale.

Da questa semplice osservazione è nata un'idea: se la scuola non può sempre raggiungere il museo, sarà il museo a raggiungere la scuola.

Nasce così LUDUM in Viaggio, il nuovo progetto del LUDUM Science Center dedicato agli istituti della Sicilia occidentale. Un museo itinerante che porta nelle aule oltre tredici anni di esperienza nella divulgazione scientifica.

Il cuore dell'iniziativa è il celebre Science Show di Pazzus, uno spettacolo ricco di esperimenti sorprendenti, capace di trasformare la scienza in un racconto coinvolgente. Accanto allo show arrivano anche 10 exhibit scientifici interattivi, selezionati tra i più apprezzati del museo, per permettere agli studenti di sperimentare direttamente fenomeni di fisica, matematica e percezione.

L'esperienza può essere completata con laboratori di chimica, biologia, elettricità e altre attività STEM, adattati all'età degli studenti e ai programmi scolastici.
I vantaggi sono concreti: partecipano più classi, si riducono drasticamente i costi di trasporto, si evitano lunghi spostamenti e si dedica più tempo all'apprendimento, senza rinunciare alla qualità di una vera esperienza museale.

Con oltre 135.000 visitatori, più di 100 exhibit interattivi e migliaia di studenti coinvolti, il LUDUM porta oggi la propria esperienza direttamente nelle scuole.
La scienza non appartiene a un edificio. Appartiene a chi continua a farsi domande. LUDUM in Viaggio: il museo esce dalle sue mura... ed entra nella vostra scuola.

GIOVANNI V***A: AMURI, ROBA E PICCIULIIl 2 settembre 1840 a Catania veniva registrata la nascita di Giovanni Carmelo V**...
02/09/2026

GIOVANNI V***A: AMURI, ROBA E PICCIULI

Il 2 settembre 1840 a Catania veniva registrata la nascita di Giovanni Carmelo V***a, figlio di una famiglia di proprietari terrieri abbastanza agiata da permettergli di studiare e abbastanza siciliana da insegnargli presto che terra, denari e roba non erano concetti astratti.

Si iscrisse a legge, ma la letteratura gli parve più interessante del codice e parte dei soldi destinati agli studi finì nella pubblicazione de I carbonari della montagna; poi vennero Firenze, Milano, Storia di una capinera, Vita dei campi, I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo e quella maniera tutta sua di raccontare uomini convinti di possedere la roba, mentre spesso era la roba a possedere loro.

V***a, del resto, coi denari aveva un rapporto attentissimo, per non dire affettuoso: faceva cunti supra cunti, controllava spese e proprietà e trattava personalmente i propri interessi.

La famiglia possedeva anche una preziosa raccolta di monete antiche e nel 1882 arrivò fino a Londra cercando di venderle alle condizioni migliori, perché davanti ai picciuli perfino il Verismo diventava realismo contabile.

La memoria della famiglia Billa conserva però un V***a che difficilmente troverete nei libri. La sua casa di via Sant’Anna era a un centinaio di metri dal malazene del padre di Nonno Billa, in via Sapuppo, dove un grande forno serviva a cuocere terracotta, faceva teste di bambole e di pupi siciliani.

Nonno Billa lo aveva conosciuto e in famiglia V***a aveva un soprannome poco letterario: “u tirchiuni”.

Nelle giornate di friddu vastasu veniva al malazene a quariarisi davanti al forno, risparmiando magari la propria legna, mentre famose erano le vuciate che dalla sua casa intronavano la via contro i servitori che, secondo lui, spinninu assai e produciunu picca.

V***a non si sposò mai e non ebbe figli riconosciuti, e il cuntu familiare forniva anche una spiegazione assai semplice: non vulìa né mugghieri né figghi picchì custavanu troppu assai. Vero o no, così veniva raccontato e così lo cuntamu.

Di donne, però, ne conobbe parecchie e sui sentimenti i conti gli riuscirono decisamente peggio.

Nel 1869, a Firenze, incontrò Giselda Fojanesi, giovane toscana colta e intelligente, che accompagnò poi verso Catania, dove avrebbe insegnato in un convitto.

Tra i due nacque un sentimento, ma V***a non arrivò al matrimonio; nella storia entrò invece Mario Rapisardi, poeta catanese, professore, anticlericale e personaggio teatrale persino quando passeggiava, all’epoca amatissimo in città e oggi, diciamolo, assai meno letto di V***a.

Giselda sposò Rapisardi nel 1872, ma il matrimonio fu infelice, segnato dalla gelosia, dalla difficile convivenza con la suocera e dalle infedeltà del marito.
V***a, intanto, tornò nella vita di Giselda e fra i due nacque una relazione che nel 1883 esplose quando Rapisardi scoprì una lettera amorosa e cacciò la moglie.
Catania prese posizione, e non dalla parte di V***a.

Rapisardi era il vate col cappello, la cravatta, le polemiche e il gusto della scena; V***a vestiva da normale galantuomo, parlava poco e aveva avuto pure l’imprudenza di andare con la moglie dell’amico.
La città amava Rapisardi e guardava storto V***a; poi arrivò la posterità, che sbaglia spesso ma qualche volta aggiusta le classifiche: Rapisardi, allora venerato, oggi lo leggono in pochi; V***a è diventato uno dei pilastri della letteratura italiana.

Giselda, forse la figura più moderna dei tre, ricostruì invece la propria vita, insegnò, scrisse, divenne ispettrice degli educandati femminili e sostenne idee avanzate sull’educazione e sull’emancipazione delle donne. Visse a lungo morì nel 1946 sazia di giorni.

Rapisardi, da tempo malato, morì a Catania nel 1912. La città proclamò tre giorni di lutto e ai funerali partecipò una folla immensa; alcune fonti dell’epoca e successive parlano di oltre centomila persone.

V***a morì a Catania dieci anni dopo, nel 1922, ma senza quella smisurata partecipazione popolare. Pareva che Rapisardi avesse vinto anche l’ultima partita. Poi cominciò quella che conta davvero, quella contro il tempo, e lì V***a si prese tutta la rivincita con gli interessi.

La letteratura lo avrebbe chiamato padre del Verismo. Nel malazene del padre di Nonno Billa, più semplicemente, era “u tirchiuni”. Forse, a pensarci bene, le due cose non erano poi così lontane.

Fonti :
Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce Mario Rapisardi.
Pietro Paolo Trompeo, Mario Rapisardi, Enciclopedia Italiana, Treccani, 1935.
Federico De Roberto, Casa V***a e altri saggi verghiani, a cura di Carmelo Musumarra, Le Monnier, Firenze, 1964.
Francesco De Felice, Le donne che amarono Giovanni V***a, Roma, 1964.
Giuseppe Raya, Ottocento inedito. Giovanni V***a, Mario Rapisardi e altri, Roma, 1960.

MOKARTA, LA STORIAMokarta è ormai un classico della canzone siciliana contemporanea, una di quelle canzoni che appena pa...
02/09/2026

MOKARTA, LA STORIA

Mokarta è ormai un classico della canzone siciliana contemporanea, una di quelle canzoni che appena partono bastano poche note e uno si ritrova in Sicilia, magari senza sapere bene in quale secolo.

A renderla celebre furono i Kunsertu, gruppo nato a Messina tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, pionieri di quell’etno-rock mediterraneo che mescolava Sicilia, Maghreb, Africa e rock quando ancora la parola “contaminazione” non si usava ogni tre righe.

Ma Mokarta aveva già vissuto prima di nascere come canzone.

Cunta lu cuntu…

Nel 1903 Filippo Tusa riferì ad Alberto Favara una Nota di Salaparuta: un ricercato viene catturato dagli sbirri e, mentre lo portano in carcere, domanda un ultimo favore, passare sotto la finestra della sua innamorata e cantare.
Gli sbirri, che evidentemente avevano più cuore del regolamento, ce lo portano.
E passu di notti e ti salutu strata,
cu’ ‘na vampa a lu cori e vuci ardita.
E puru ti salutu a tia, finestra amata,
ca dintra c’è ‘na Rosa culurita.
Rosa chi di li rosi ammuttunata,
Rosa, ha’ tinutu ’mpedi la me’ vita.
Ju ’sta canzuna la lassu stampata,
ca l’amuri tira chiù di la vita

Favara raccolse il canto nel suo Corpus di musiche popolari siciliane, pubblicato postumo nel 1957 a cura di Ottavio Tiby. Dunque il 1957 non è la nascita del testo: quella memoria era stata raccolta più di mezzo secolo prima.

I Kunsertu fecero quello che in Sicilia si è sempre fatto coi cunti: pigghiaru una storia antica e ci misiru vita nuova.
Arrivarono altri versi e comparve quella fotografia meravigliosa di “pueti, sunaturi e stampasanti” destinati a campare poveri e pezzenti.

Categoria alla quale noi divulgatori scientifici guardiamo con affettuosa solidarietà.

Sulla musica bisogna essere precisi, picchì è un munnu chinu di cristiani ’ncazzusi.

I crediti ufficiali di Shams associano Mokarta a Maurizio “Nello” Mastroeni; nelle ricostruzioni biografiche di Dino Scuderi, entrato nei Kunsertu nel 1985, viene però ricordato il suo contributo determinante alla versione pianistica del brano che conosciamo. Poco dopo Scuderi sarebbe passato ai Denovo.

Giacomo Farina ha raccontato inoltre che Mokarta nacque come lato B di Isola.
Il lato B, come capita spesso agli uomini ca tenunu ’na facci ammucciata e qualche volta alle canzoni, si prese la rivincita e diventò il simbolo del gruppo.

Rimane una domanda: perché si chiama Mokarta?
Gli stessi Kunsertu hanno spiegato che il titolo richiama un antico guerriero arabo e un castello nell’area di Salemi.

E qui il cuntu si allarga.
Mokarta è davvero il nome di una collina presso Salemi dove sorge uno straordinario villaggio della tarda Età del Bronzo, distrutto circa tremila anni fa. Secoli dopo nella stessa zona esistette un castello medievale, indicato dalle fonti con forme diverse: Moarda, Mocarda, Mocharta, Mokarta, Moyharta. Il nome è probabilmente di origine araba.

Ma Mokarta ricompare anche a Mazara del Vallo.
La tradizione popolare chiamò Mokarta un condottiero musulmano sconfitto da Ruggero d’Altavilla e arrivò a riconoscerlo nel saraceno travolto dal cavallo del Normanno nella celebre scultura della Cattedrale. Anche Piazza Mokarta porta quel nome, sebbene storicamente derivi dall’antica Porta Mokarta, che conduceva verso un luogo indicato nelle carte medievali come Moyharta o Moxharta.
Insomma, più cerchiamo Mokarta e più Mokarta si sposta.

Rimane allora la tentazione: quel ricercato portato dagli sbirri sotto la finestra di Rosa era proprio Mokarta?
Non lo sappiamo. La Nota di Salaparuta non gli dà un nome e nessuna fonte identifica i due personaggi.

Ma il titolo li ha messi per sempre allo stesso tavolo.
E in Sicilia, quando due cunti o due cristiani si siedono allo stesso tavolo, prima o poi qualcuno scopre che sono parenti.

Mokarta diventa così una serenata antica, un guerriero musulmano, un castello, Rosa dietro una finestra e un uomo che, mentre lo portano in carcere, pensa che l’ultima cosa veramente importante da fare sia cantare.

Qual è la storia vera?
Forse è la domanda sbagliata.
I cunti siciliani funzionano così: un fatto diventa racconto, il racconto diventa canto e il canto, dopo cent’anni, finisce per sembrare più vero del fatto.

Pare che ascoltare Mokarta una volta al giorno faccia bene allo spirito e al cervello.
Scientificamente non possiamo dimostrarlo.
Ma pruvati, ca tutti hannu, o prima o poi avranno, ’na finestra amata nella vita.
E ogni tanto è dovere del cuore farici ’na visita, macari sulu cu lu pinseri.

Fonti: Alberto Favara, Corpus di musiche popolari siciliane, 2 voll., a cura di Ottavio Tiby, Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Palermo, 1957.
Museo Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè, Palermo – fondo manoscritto di Alberto Favara.
Archivio storico e archeologico di Salemi – documentazione sull'insediamento e sul toponimo Mokarta.
Giacomo De Gregorio, studi storici su Salemi e sul territorio di Mokarta.

Indirizzo

Via Guido Gozzano 2
Catania
95128

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 17:30
Martedì 09:30 - 17:30
Mercoledì 09:30 - 17:30
Giovedì 09:30 - 17:30
Venerdì 09:30 - 17:30
Sabato 10:00 - 18:00
Domenica 10:00 - 18:00

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