03/09/2026
Un generale mandato a morire
Carlo Alberto Dalla Chiesa nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920.
Figlio di un generale dei Carabinieri, laureato in giurisprudenza e poi anche in scienze politiche, entrò nell’Arma durante la guerra e partecipò alla Resistenza.
Dopo la Liberazione, cominciò la lunga battaglia al banditismo, prima in Campania e poi in Sicilia, dove imparò a conoscere le logiche profonde della mafia.
Negli anni successivi servì a Firenze, Como, Roma e Milano, fino a tornare nell’isola nel 1966: a Palermo, da colonnello, guidò la Legione Carabinieri e cominciò a investigare con determinazione su Cosa nostra.
Trasferito a Torino, negli anni Settanta diventò l’uomo simbolo della lotta alle Brigate Rosse. Fu lui a creare il Nucleo Speciale Antiterrorismo e a coordinare le forze di polizia e i servizi, portando all’arresto di molti esponenti della lotta armata.
In quel campo i risultati arrivarono, e lo Stato lo celebrò come il generale che aveva sconfitto il terrorismo.
Ma quando nel 1982 il governo Spadolini lo mandò a Palermo come prefetto, in molti capirono che quella nomina somigliava più a un gesto propagandistico che a una vera scelta di rottura. A Dalla Chiesa furono promessi poteri speciali che non arrivarono mai. Era come mandare un generale in trincea senz’armi.
La Palermo che trovò non era la Torino dei covi brigatisti, ma un mondo in cui la mafia vestiva giacca e cravatta, sedeva nei consigli comunali e parlava il linguaggio degli affari.
Per combatterla servivano leggi severe, soprattutto sul sequestro dei beni, e uno Stato disposto a colpire i suoi complici.
Nulla di tutto questo fu concesso. Il prefetto lo denunciò pubblicamente: “Mi hanno mandato a Palermo senza poteri”, disse. Era una sentenza di morte annunciata.
La sera del 3 settembre 1982, in via Carini, un commando mafioso aprì il fuoco con kalashnikov contro la sua auto.
Morirono lui e la giovane moglie Emanuela Setti Carraro; l’agente di scorta Domenico Russo spirò dopo giorni di agonia. Un’esecuzione militare, un avvertimento sanguinoso: a Palermo lo Stato non comandava. Lo stesso Stato che lo aveva lasciato solo corse a piangerlo il giorno dopo, con le solite lacrime di circostanza.
Sulla sua vita e sulla sua morte si allungano ombre imbarazzanti.
Dalla Chiesa risultava iscritto, in maniera controversa e mai del tutto chiarita, alla loggia P2 di Licio Gelli. Una macchia che non cancella la sua battaglia, ma che testimonia le ambiguità di un’Italia in cui la legalità si intreccia continuamente con zone d’ombra, poteri paralleli e complicità inconfessabili.
Dopo l’attentato, dalla cassaforte della sua residenza scomparvero documenti riservati: segreti che nessuno ha mai chiarito.
La giustizia fece il suo corso, ma a fatica, come sempre quando la verità tocca fili troppo alti.
Nel 1987 furono condannati all’ergastolo i capi di Cosa nostra – Riina, Provenzano, Greco, Calò, Brusca, Geraci – ma in appello nel 1990 arrivò la clamorosa assoluzione di tutti.
Due anni dopo la Cassazione annullò quella sentenza, parlando di motivazioni illogiche, e impose un nuovo processo.
Alla fine, tra il 1993 e il 1995, le condanne furono confermate, e nel 2002 anche gli esecutori materiali vennero condannati, alcuni all’ergastolo, altri a pene minori. Ci vollero vent’anni di processi per affermare quello che era chiaro dal primo giorno: che la mafia aveva voluto la morte del generale.
Ma che non fosse stata solo “mafia” lo suggeriscono i silenzi, le omissioni, i documenti spariti e i poteri che si girarono dall’altra parte.
Così Dalla Chiesa cadde, non soltanto vittima dei killer, ma della viltà di uno Stato che lo aveva usato come vetrina e poi lasciato senza difesa. Aveva vinto la guerra contro il terrorismo, ma fu consegnato inerme a Cosa nostra.
La sua vicenda è emblematica di un Paese che manda avanti i suoi uomini migliori e poi li abbandona quando diventano scomodi. Come avrebbe scritto Sciascia, in Sicilia la linea della palma continuava ad avanzare. E lo Stato, ancora una volta, fece finta di non vederla.