23/07/2026
«Aut Caesar aut nihil» — o Cesare o niente. Era il motto di Cesare Borgia, duca Valentino, e il 24 luglio 1501 lo dimostrò a Capua nel modo più crudele.
Assediata per settimane da un esercito di decine di migliaia di uomini, la città — difesa da Fabrizio Colonna e dal giovane cavaliere capuano Ettore Fieramosca — accettò di arrendersi e di versare un ingente riscatto entro le tre del pomeriggio. Le porte furono aperte in segno di buona fede. Ma il Valentino non mantenne la parola: in piazza dei Giudici diede il via a un massacro che nessun accordo aveva previsto.
«L'oro e l'argento erano il colpevole, e si tormentavano gli innocenti», scrisse il cronista Agostino Pascale. Sul numero delle vittime le fonti divergono, dai milleduecento di Marino Sanudo ai seimila di altri storici: molte donne si gettarono nel Volturno pur di sfuggire alla violenza dei soldati.
Fieramosca, catturato quel giorno, sarebbe tornato due anni dopo eroe della Disfida di Barletta. E Capua non ha mai smesso di ricordare: ancora oggi, il 24 luglio, le campane suonano a morte e una corona d'alloro viene gettata nel Volturno insieme a rose, in memoria delle vittime.
Nelle sale del Museo Campano è conservata la statua di San Cristoforo, fatta erigere da un sopravvissuto al Sacco, allora bambino: un piccolo testimone silenzioso di quel pomeriggio di sangue.
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Foto di Anna Petrenko