19/10/2026
A Castello Tesino, un paese di montagna del Trentino, le donne si passano lo stesso vestito da madre in figlia da quattrocento anni.
È nero, e per farne uno servono più di dieci metri di panno, piegati in pieghe strettissime. In fondo ha una fascia alta venti centimetri, che è rossa per le ragazze e diventa gialla per le donne sposate.
Sopra ci vanno le collane di granati, e quante ne porti dipende da quanti soldi ha la tua famiglia.
Per secoli gli uomini di quel paese hanno girato l'Europa a fare i venditori ambulanti. Da ogni viaggio tornavano con uno scialle, una collana o un pezzo di velluto per la moglie.
Ecco perché quel vestito, per una donna del Tesino, è l'orgoglio ed è tutta la ricchezza che ha. Durante la prima guerra mondiale molte se lo tenevano addosso, pur di non rischiare di perderlo.
Nell'ottobre del 1944 quel vestito le donne di Castello Tesino lo hanno messo addosso a una ragazza morta.
Si chiamava Clorinda Menguzzato. Faceva la contadina ed aveva diciannove anni.
In quei mesi il Trentino era in mano ai na*sti, e sulle montagne sopra il paese si nascondevano i partigiani. Clorinda stava con loro: portava i messaggi da un gruppo all'altro e curava i feriti.
Sapeva come si chiamavano.
Sapeva dove dormivano.
Sapeva tutto.
L'8 ottobre la prendono e la portano davanti a un capitano Karl Julius Hegenbart.
Lui da lei vuole i nomi ed i nascondigli.
Lei sta zitta.
Allora la torturano.
Allora la v*lentano, più volte.
Allora le aizzano contro i cani, e i cani le strappano la carne.
Va avanti per giorni. E in tutti quei giorni Clorinda non fa un nome. Non ne fa nemmeno uno!
Parla una volta sola. Dice a quegli uomini che, il giorno in cui non riuscirà più a sopportare il dolore, farà questo:
"Mi mozzerò la lingua con i denti per non parlare."
Rileggila, questa frase.
L'ha detta una ragazza di diciannove anni, con il corpo a pezzi, a degli uomini armati che di lei potevano fare qualsiasi cosa.
E allora la fucilano. Le mancavano cinque giorni per compiere vent'anni.
Il corpo lo scaraventano fuori dal paese.
Ed è qui che arrivano quelle donne.
Castello Tesino, in quei giorni, era circondato da cinquecento uomini armati. Lì dentro di persone ne hanno fucilate dieci. Bastava pochissimo per finire contro un muro.
Eppure quelle donne sono uscite di casa. Sono andate a riprendersi Clorinda. E le hanno messo addosso il vestito nero, quello dei dieci metri di panno, quello che passa da madre in figlia da quattrocento anni.
Io me le immagino mentre le sistemano le pieghe, una per una, senza dire una parola.
Perché quel vestito parlava al posto loro. Diceva ai na*sti che loro l'avevano buttata via, e che il paese invece le dava la cosa più preziosa che aveva. Diceva che quella ragazza era una di loro. Diceva che se la sarebbero ricordata.
QUELLE DONNE L'HANNO RICORDATA QUANDO RICORDARE POTEVA COSTARTI LA VITA.
Noi oggi siamo liberi anche grazie a lei, ed il suo nome non lo sappiamo.
Dopo la guerra lo Stato le ha dato la medaglia d'oro al valor militare, che è il riconoscimento più alto che esista. Le donne della Resistenza che l'hanno avuta sono diciannove in tutto.
Diciannove nomi, e a scuola non li senti quasi mai.
Se il suo lo leggi oggi per la prima volta non è colpa tua, perché non te l'ha insegnato nessuno.
E nessuno ha pagato per lei. Il capitano Hegenbart è stato condannato all'ergastolo, ma l'Austria non lo ha mai consegnato.
È morto libero nel 1990, da vecchio.
Lui è diventato vecchio. Lei si è fermata a diciannove anni.
La giustizia per Clorinda non arriverà più. Le resta una cosa sola, la stessa che le hanno dato quelle donne: qualcuno che se la ricordi.
Loro per farlo hanno rischiato la vita. A noi basta un nome.
Si chiamava Clorinda Menguzzato.
Ricordarla, oggi, non costa niente.