22/05/2026
Riscoprendo Faville (pt 1):
Consultando il giornale di prigionia “Faville”, emerge la molteplicità di contenuti che lo caratterizza: vignette, paragrafi storici e lettere alle persone più care, a cui i reclusi si rivolgevano per sfuggire alle sofferenze provocate dalla guerra.
Una pagina esposta alla mostra presenta un paragrafo dedicato agli scambi epistolari.
“Che tutto finisse per poterci riunire” scrive un padre alla moglie e alla figlia di Palermo.
E ancora, una moglie scrive al marito, “il Barba”: "Porta pazienza, barbetta:
verrà quel felicissimo giorno. Io mi ricordo nelle mie orazioni di te”; una lettera al caro fratello GIordano: “Il mio pensiero accompagnato dalla preghiera ti segue sempre.”
Un’altra pagina invece contiene parole in versi indirizzate alle proprie madri.
Una camicia nera, con linguaggio popolare, scrive così: “Te strugge er core pecchè sei senza mie notizzie, mamma bella. Son sette mesi che sò prigioniero. Durante sto periodo ho pensato sempre a te, vecchietta cara” , il sergente Porciello si rivolge alla madre speranzoso: “Potrà durare un poco ancor la guerra, è vero, - ma è diretta alla sua fine, che spezzerà la siepe che ci serra e che ci punse il cuor colle sue spine.”
“La pace è solo per gli uomini di buona volontà” conclude invece un’altra pagina, scritta per tutte quelle persone che non hanno potuto trascorrere il Natale accanto alla propria famiglia perché imprigionati in India.
Grazie a queste lettere, è possibile notare come il reggimento fosse composto da persone di ogni genere: dalle camicie nere, ai sergenti o da “da figliuoli attaccati alla mamma e da altri troppo indipendenti, da preoccupati della famiglia” come disse padre Pifferetti stesso.