03/07/2026
UN RICORDO DI RENATO LAGOMARSINO
La vastità degli interessi, delle ricerche e delle curiosità culturali che Renato Lagomarsino ha manifestato durante la sua lunghissima vita è tanta e tale da impedirne di fornire qui, in breve e nella commozione del momento, una loro puntuale rassegna. Dovendola sintetizzare, possiamo idealmente suddividerla in tre fasi, che scandiscono le tappe essenziali percorse dall’uomo e dallo studioso nell’ambito del nostro Istituto, nelle cui vicende si fondono in modo assolutamente mirabile.
La prima fase lo vede iscriversi all’Istituto nel 1948, 78 anni fa (egli, quindi, è stato a tutt’oggi il socio con l’anzianità più longeva). Fin da giovanissimo appassionato degli aspetti archeologici del levante ligure, nel 1954 entra a far parte a Chiavari della neonata “Sezione Tigullia”, che diventa da allora la sua fondamentale base operativa. Dapprima come semplice socio, ma ben presto inserito negli organigrammi sezionali, con entusiasmo contagioso e spirito volitivo comincia ad allargarne gli orizzonti grazie anche alla sua attività di pubblicista e di cronista sui principali quotidiani e periodici locali, che lo mette in grado di segnalare sistematicamente tutti i ritrovamenti emersi nel Levante ligure, lo fa relazionare con la Soprintendenza archeologica e lo facilita nell’organizzare, nell’ambito della Sezione, le periodiche “Adunanze scientifiche”, nel corso delle quali entra in contatto con gli esponenti più rappresentativi dell’archeologia ligure di allora, e, invitandoli a parlare a Chiavari, apre al pubblico locale una fonte di conoscenza, quello dell’archeologia regionale, a esso per l’innanzi ignota.
La seconda fase principia nel 1960, con la sezione che intanto, in virtù dei suoi incessanti interventi, è andata consolidandosi e si è irrobustita anche nella componente societaria. È l’anno della scoperta della vasta necropoli preromana nella stessa Chiavari, che per non pochi anni impegna Lagomarsino nel garantire il supporto locale a Nino Lamboglia, nell’agevolare a lui e al suo staff le operazioni di recupero degli innumerevoli reperti, nel facilitare la loro problematica esposizione, e nel divulgare quanto più possibile lo strepitoso ritrovamento. Fra lui e Lamboglia si instaura così una fruttuosa collaborazione in un lungo rapporto di reciproca e crescente stima, grazie al quale, anche su suggerimento del grande archeologo, egli ha modo di ospitare nelle “Adunanze” alla “Tigullia” i nomi più importanti del momento, fra cui, oltre allo stesso Lamboglia, vanno ricordati lo studioso di topografia storica “levantina” allora più noto, Lepoldo Cimaschi, e un esordiente Tiziano Mannoni. Intenzione di Lagomarsino, e da lui più volte manifestata, è però anche quella di dar vita a un canale editoriale della Sezione che sia espressamente dedicato all’illustrazione di vari aspetti del Levante ligure, in una onnicomprensività non circoscritta al solo nell’ambito archeologico.
Sotto il suo costante, pervicace e instancabile impulso questa duplice azione (ricerche e promozione organizzativa di sempre nuove indagini scientifiche sul campo, e concomitanti iniziative di buona divulgazione editoriale sulla storia e le tradizioni della “liguricità” orientale), sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso giunge a realizzarsi in quella che possiamo considerare la terza e più recente fase degli interessi rivolti da Lagomarsino a questo ampio angolo della Liguria. È il fecondo periodo in cui le attenzioni della “Tigullia” si allargano progressivamente ad areali non ancora toccati dalle prospezioni archeologiche, e si concretizzano attraverso una sequenza di indagini affidate a giovani ricercatori emergenti: rientrano in tale novero, tra l’altro, le campagne relative all’Ospedale di San Nicolao a Pietra Colice (2001) gli scavi di Santa Maria di Piazza (2002), e le complesse ricerche documentarie inerenti alla storia del territorio di Deiva (2005), mentre sul fronte della ricerca storiografica si incoraggiano le indagini d’archivio, che trovano l’apice con l’edizione degli statuti malaspiniani di Santo Stefano d’Aveto (2009).
Su questa impostazione si colloca anche il denso libro scritto da lui stesso e tutto dedicato alle vicende storiche della sua amata valle natale. Vi aveva assiduamente lavorato per più di un biennio, ed era ormai prossimo all’uscita, ma il destino ha purtroppo deciso diversamente. Saranno gli amici della “Tigullia” a curare adesso la stampa di “Fontanabuona. Pagine di storia” (questo il titolo), con l’affetto, l’omaggio e l’ammirazione nei riguardi di colui che per così tanti anni ha visto nell’Istituto di Studi Liguri la sua seconda casa.