08/09/2026
Legarsi alla montagna
Ulassai 8 settembre 1981
Questa operazione non ha trovato il termine giusto per definirsi, anche se ha delle analogie con altri avvenimenti nel campo estetico.
Le Performances e le Operazioni sul Territorio degli anni Sessanta e Settanta avevano lavorato sull’effimero e coinvolto spazi inconsueti per l’arte, ma restavano sempre opere personali dell’autore, unico protagonista. A Ulassai l’autore è stato un intero paese, la sua gente.
Ulassai era quasi sconosciuto nelle guide turistiche.
Isolato anche dentro l’isola, vede il mare da una catena di montagne sulla costa orientale della provincia di Nuoro. Si direbbe che soffra di vertigini, tra rocce a grandi dislivelli: le montagne franano coinvolgendo talvolta interi paesi. Gli abitanti sono quasi sempre in allarme tra alluvioni e siccità. Quasi tutti pastori di capre, sono fieri e severi, oscuri e diffidenti. Eppure tra loro si rivelano temperamenti capaci di rompere la regola, di superare le barriere dell’isolamento.
Affrontano l’avventura dell’emigrazione (si può dire che un terzo del paese vive in Argentina) per poi mitizzare un ritorno difficile, oppure coltivano sul posto la capacità di sognare.
Io, nata a Ulassai dove ho antenati e parenti, ho sempre preso le distanze dal mio paese, sia per gli studi, che per una mia personale ricerca nel campo dell’arte. Ma i ritorni, tra lunghe assenze e lontananze, sono stati sempre carichi di emozioni.
Nel ’79 la giunta comunale di Ulassai voleva affidarmi la realizzazione del suo monumento ai Caduti. Un primo passo, si diceva, per essere nella Storia. I miei dubbi sulla validità di un monumento ai Caduti e la mia controproposta, disorienta gli assessori che prendono tempo per riflettere. Vengo chiamata dopo un anno e mezzo e mi danno carta bianca. Per essere nella Storia bisogna fare storia, non uniformandosi al già fatto, ma con un’opera nuova.
Così mi trovo con le spalle al muro, in una situazione di scommessa, sia tra me e il mio paese, sia tra me e il mondo dell’arte dove io opero, a Roma. Devo trovare un’idea, un sasso su cui poggiare una costruzione, a Ulassai e nello stesso tempo lontano da Ulassai. Scavare nella nostra realtà.
Camminando per le strade del paese, parlo con la gente, ricordo la mia infanzia. Viene a galla una storia, una fiaba che tutti i bambini, da chissà quante generazioni, hanno sentito raccontare. Una leggenda affidata alle interpretazioni di tante voci, nata dalla fantasia di un poeta sconosciuto, un pastore forse o una donna del posto.
A Ulassai la creatività si rivela, nel quotidiano, al femminile: il telaio oppure il pane, che per le feste prende forme di uccelli, di fiori e di gioielli. Ho sempre pensato che in questa storia ci fosse lo zampino di una donna per quella atavica civetteria di portare un oggetto frivolo anche al centro di un dramma.
Si racconta che una bambina (l’essere più indifeso) fu mandata sulla montagna (il luogo più minacciato) a portare del pane ai pastori (il pretesto meno convincente). Appena giunta, impaurita dalla voce del tuono, trova greggi e pastori rifugiati in una grotta a causa di un temporale. Mentre guardano l’arrivo della pioggia che trascina sassi, vedono passare, portato dal vento, un nastro celeste. Per i pastori questa immagine è una sorpresa fugace, forse per loro un fulmine, ma niente che sia più importante in quel momento del pericolo che incombe su di loro. Per la bambina è uno stupore che la trascina fuori dal rifugio, verso la salvezza, mentre frana la grotta con greggi e pastori.
I significati che questa storia suggerisce, mi avevano accompagnata da quando ero bambina. Intravedo una possibilità per uscire dal labirinto in cui mi ero cacciata. Il nastro celeste mi rivela nuovi rapporti con la realtà dell’arte: bello ma insicuro, non sostiene ma guida, è illogico ma contiene verità, sembra irreale ma indica realtà più profonde. Porta fuori dalla grotta, dal quotidiano verso spazi aperti, ma solo chi dispone di fantasia. Anche le condizioni di Ulassai, paese minacciato ed esaltato nello stesso tempo dalle sue montagne stupende e dai suoi abitanti che vivono tra vastità e grotte, tra utopie e pregiudizi, mi suggeriscono analogie con la realtà del mondo e coi problemi dell’esistenza.
Ulassai, da paese emblematico per isolamento, diventa simbolo del mondo e in particolare della storia di oggi. Attraverso queste riflessioni si fa strada un’idea per la proposta da offrire alla gente. Quando tutti si aspettano di vedermi all’opera, io invito ognuno a mettersi all’opera. È uno scherzo?
C’è stata diffidenza, incredulità e ironia. Qualcuno comincia a prendermi sul serio, si forma un piccolo gruppo che prende in mano la situazione, provoca dialoghi, mi costringe a rendere conto dei problemi che ho suscitato, a chiarire i perché e i come. Io ho ancora molti punti oscuri, ma li chiarisco parlandone. Metto ordine nelle idee, alcune le trasformo, cerco continuamente di stabilire un equilibrio con piccoli spostamenti, come un funambolo.
L’idea è quella di un’immagine disegnata con un nastro celeste su tutto il paese e dal paese alla montagna; un nastro che leghi le case tra loro segnando dei ritmi negli spazi delle strade, e le case alla montagna.
Per la gente che discute, l’idea è poetica ma non convincente: di che arte vado parlando? E se si tratta di arte moderna, perché non può essere fatta in modo che duri nel tempo? Io mi ostino a sostenere che credo di aver messo insieme gli ingredienti perché possa nascere qualcosa che si chiami arte, anche se non ne garantisco la riuscita. Questa in ogni caso è sempre incerta e se avviene, è miracolo. La leggenda, le paure della gente, le sue speranze di aprirsi al mondo, il bisogno di cercare una dimensione simbolica per esistere umanamente, possono essere raccontati col nastro da uno spirito collettivo. Le grandi cattedrali gotiche erano nate così. Il nastro non sarà più qui a testimoniare, nel Tempo, ma forse questa storia si racconterà, avrà fatto parlare di sé. Una poesia, fatta di parole, può essere un monumento, perché non anche fatta con un nastro?
Ma lo scoglio più difficile sta diventando un altro: che ogni famiglia debba impegnarsi a passare il nastro ai propri vicini di casa. I rapporti cordiali sono rari, la regola è tenere le distanze. Ne va di mezzo qualcosa di molto importante, la dignità. Fra tante paure c’è anche quella di essere ridicoli. Ma il gruppo dei convinti diviene una forza trainante che organizza i compiti e le deleghe per tutti. Vengo trascinata, io introversa per natura, sino alle ultime case del paese, a incontrare la gente, come se slittassi in una frana. Di casa in casa a parlare, ma più che altro ad ascoltare: storie di malocchio e di furti, di drammi e rancori.
È stabilito un codice, perché il passaggio del nastro riveli i rapporti tra le famiglie: niente nodi vistosi dove non c’è amicizia. Un pane delle feste sospeso al nastro tra una casa e l’altra indica la presenza dell’amore.
Un commerciante di stoffe offre tredici pezze di tela jeans celeste (sarà rimborsato dal Comune) da cui si ricaveranno ventisei chilometri di nastro di quindici centimetri di larghezza. Questa operazione avviene in un grande spazio dove una volta si domavano i cavalli. Ora è il punto d’incontro per il commercio delle capre, per le gare e i balli delle feste, per i giochi dei bambini e le soste dei vecchi. Le pezze celesti, una alla volta, rotolano sul prato, aprendosi. Vengono spinte da un sistema rapidissimo di strappi che le dividono in nastri. Si forma una specie di ordito di telaio che si allunga per tutto il piazzale, mentre una ventina di operatori camminano a ritroso finché la pezza si esaurisce. Altri raccolgono i nastri in matasse, altri li distribuiscono per le case.
Poi, una mattina c’è un botto e si vede un nastro volare sul paese portato da un razzo: è il segnale per l’inizio. Da ogni casa qualcuno esce a legarsi ai propri vicini o si affaccia per gettare il nastro che sarà raccolto da altri. L’operazione dura meno di un’ora, nessuna casa resta esclusa.
Intanto Cagliari aveva offerto l’opera di tre scalatori per portare il nastro sulla montagna. È lo spettacolo più atteso dalla gente. Arrivano ospiti e spettatori forestieri, da Roma, da Cagliari, da Nuoro e da paesi vicini. Tra i più illustri giunti da Roma c’è il celebre flautista Angelo Persichelli che col suo strumento segue il percorso dei nastri per le strade. E un altro strumento, altrettanto magico, cattura quelle immagini che oggi costituiscono la più preziosa documentazione fotografica di quei giorni a Ulassai. È l’occhio di Piero Berengo Gardin a rendere possibile una divulgazione a livello estetico di questa operazione.
La scalata avviene un pomeriggio. Una vera folla si raccoglie a ridosso della montagna per seguire la salita su uno strapiombo di ottanta metri a picco sul paese. È un’attesa silenziosa, col fiato sospeso per circa due ore. Quando il nastro si solleva ad arco, dalla montagna ai tetti delle case, sembra un getto d’acqua. Si scatenano urla, battimani, suoni di clacson, canti e balli fino a notte inoltrata.
Maria Lai