23/09/2026
“LA CAFFETTIERA BOMBARDATA”
La sua immagine si perde nella notte dei miei primi ricordi: l’ho sempre vista in casa, in fondo alla credenza, si chiamava “la caffettiera bombardata”.
Non mi stupivo che fosse conservata amorevolmente, benché sbeccata, perché in tempo di guerra le nostre cose erano sempre un po’ “tutte rotte”: sotto le scarpe avevamo suole rimesse e perfino rinforzate con una lunetta di ferro in punta, la maglia di lana sembrava una ragnatela rattoppata e pruriginosa, i vestiti erano sdruciti e rivoltati, la carta assorbente ridotta a un brandello, il pennino spuntato e la sua cannuccia rosicchiata…
Usavamo ogni oggetto fino allo sfinimento.
Ma la caffettiera bombardata si teneva in gran conto e c’era, da parte dei
miei genitori, una sorta di reverenza, un certo rispetto.
Io però non me ne sorprendevo perché vivevo allora gli anni nei quali si accetta ogni cosa come dato di fatto e, proprio come tutti i bambini, ascoltavo volentieri le storie dei genitori, ma con l’impazienza di passare ad un nuovo racconto e poi ad un altro e a un altro...
Per fortuna loro erano dei grandi affabulatori e questa storia me la ritrovo
oggi nel ricordo, splendente come una perla.
Ma per raccontarla a mia volta, devo prima descriverne i protagonisti: Giselda e Giuseppe, due giovani maestri che all’epoca dell’incontro con la caffettiera erano, più o meno, trentenni.
Si erano conosciuti all’istituto magistrale di Lodi, il Maffeo Vegio, dove Giuseppe appena uscito dal seminario di Bedonia e ancora vestito da prete, aveva avuto un primo incarico di insegnante, mentre la Giselda frequentava l’ultimo anno del corso di studi superiori che, nell’ordinamento scolastico dell’epoca, si chiamava impropriamente scuola di metodo e diplomava le cosiddette “maestre giardiniere”.
E Giselda il suo diploma se lo era conquistato dopo infinite discussioni con suo padre, che era quel geniaccio che aveva portato la luce elettrica in tutto il paese e dunque avrebbe voluto che sua figlia portasse avanti la sua “azienda”….come la chiamava lui.
Si chiamava anche lui Giuseppe quel mio nonnone gigantesco, ma in paese tutti lo chiamavano Pepu, e lo ammiravano perché a quei tempi “accendere la luce” sembrava quasi un miracolo. E lui, che aveva fatto solo la seconda elementare, aveva incorniciato e appeso orgogliosamente il suo piccolo diploma che all’epoca valeva quanto una laurea. E, così, alla fine aveva mandato sua figlia alle magistrali.
Poi Giselda si era sposata e il lavoro li aveva portati a Trieste, dove in epoca fascista era in atto una politica di "snazionalizzazione" delle minoranze cosiddette allogene, ed essendo vietato nella scuola l’insegnamento in lingua slava, era stato necessario importare i maestri dalle altre regioni.
A Trieste erano nati i primi due bambini, Silvio nel ‘33 e Matilde nel ‘35.
La giovane famiglia viveva qui i suoi anni più belli.
Giselda scriveva poesie e Giuseppe, che aveva finalmente uno stipendio rispettabile, declamava :” Il ventisette, giorno assai caro, in casa io porto
un po’ di denaro…”
Poi, con l’avanzamento dell’anzianità di carriera, Giselda e Giuseppe avevano finalmente potuto chiedere di essere trasferiti a Milano e messo su casa in Corso Genova al numero ventisette.
Qui li aveva colpiti il grande dolore della morte del piccolo Silvio a poco più di tre anni.
Giselda era caduta in depressione e, comprensibilmente, non voleva altri figli.
Ma nel ’41 era nata un’altra bambina: Luisella.
Nel frattempo l’Italia era entrata in guerra.
Di notte suonava lugubre l’allarme per avvertire i Milanesi del bombardamento imminente e tutti correvano a rifugiarsi nelle cantine.
Giuseppe, che in epoca gerarchica era anche capo-fabbricato, aiutava i condomini a ripararsi, ma era proprio Giselda che stanca, e sempre triste, protestava e rifiutava di scappare a nascondersi perché, tanto, diceva, le cantine non erano un rifugio sicuro.
Molti infatti andavano a dormire nei prati della periferia, chi poteva sfollava la famiglia nei paesi vicini perché oltretutto in città non c’era niente da mangiare, e così la famiglia Dellanzo, infine decise di rifugiarsi a Santo Stefano.
Tutti i giorni i due maestri lasciavano le bambine affidate al nonno e, in treno, a piedi, in bicicletta, partivano alla volta di Milano per non mancare al lavoro.
Era un sacrificio grande, ma ben compensato perché in paese c’erano
ortaggi e frutta, pesci da pescare nel fiume , polli da allevare, stufe a legna per scaldarsi e per fare il pane.
Si poteva sopravvivere anche se vestiti di stracci e le bambine erano al sicuro.
Un giorno, era l’agosto del ’43, Giuseppe e Giselda partirono da Santo Stefano con due valige per andare alla loro casa milanese di corso Genova con l’intenzione di raccogliere qualche effetto personale che abbisognava alla vita quotidiana della famiglia: biancheria, libri, coperte, giocattoli per le bambine.
Ma quella casa non c’era più.
Al suo posto solo un mucchio di macerie.
Nella notte del 13 agosto 1943, ben 504 bombardieri inglesi avevano sganciato su Milano 1.252 tonnellate tra bombe e spezzoni incendiari.
Era stato il più pesante bombardamento subito da una città italiana.
La città era devastata, colpiti il Duomo, la Galleria, la Scala, interi quartieri distrutti.
Forse con il coraggio della disperazione, Giuseppe e Giselda, insieme ai concittadini, si aggiravano fra i detriti polverosi e ancora fumanti , cercando qualche oggetto da recuperare, almeno qualcosa da salvare.
Giuseppe riconobbe un suo libro, Giselda trovò e raccolse la sua caffettiera, chissà, forse era stata un dono di nozze; forse era un ricordo caro.
Era sbeccata, ma ancora riconoscibile.
E la portò a Santo Stefano a ricordo di quei giorni drammatici.
Da allora, questa nostra caffettiera bombardata è rimasta sempre con noi. Ci riconsegna il profumo, il coraggio e la determinazione di chi non c’è più, e ci ricorda anche la bellezza perduta delle pregiate manifatture d’anteguerra.
E la sua sbeccatura ….?
E’ un valore aggiunto.