Convento San Francesco Fiesole

Convento San Francesco Fiesole Il Museo Etnologico è in genere aperto tutti i giorni durante gli orari di apertura della Chiesa. L'ingresso è a offerta libera: viene devoluto per il mantenimento del Museo.
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L' apertura è: 9:30/12:00 e 15:00/17.00 secondo le disponibilità dei Frati.

Normali funzionamento

Vieni e vedi
15/10/2020

Vieni e vedi

WEEK-END VOCAZIONI PER RAGAZZI
Se ti stai chiedendo come investire la tua vita, quale sia il tuo posto nella Chiesa, come rispondere alla tua vocazione, mettiti in cammino con noi!

VIENI & VEDI è un percorso per conoscere sempre più in profondità i desideri che abitano il proprio cuore e rispondere così alla vocazione alla quale il Signore ci sta chiamando.

Gli incontri si svolgeranno a Pisa nel convento di Santa Croce in Fossabanda dal sabato pomeriggio alla domenica pomeriggio.

Per partecipare mettiti in contatto con fra Francesco telefonando al numero 331.7702793 o scrivendo una mail a [email protected].

La s. Messa a Fiesole sarà celebrata in Cattedrale alle 17
03/10/2020

La s. Messa a Fiesole sarà celebrata in Cattedrale alle 17

Il giorno 4 Ottobre, festa di San Francesco, sarà celebrata la s. Messa alle ore 17 sul piazzale davanti alla chiesa. In...
29/09/2020

Il giorno 4 Ottobre, festa di San Francesco, sarà celebrata la s. Messa alle ore 17 sul piazzale davanti alla chiesa. In caso di maltempo sarà celebrata in Cattedrale.

Diocesi Grosseto
26/07/2020

Diocesi Grosseto

Un augurio a Fra Giovanni Greco, frate minore francescano in servizio presso la Parrocchia di San Francesco GROSSETO! che oggi, domenica 26 luglio, riceve il dono del #diaconato.
Il rito di ordinazione avrà luogo alle 19.30 presso la Parrocchia Maria Ss. Immacolata, a Chiesanuova (Lecce). A presiedere il rito sarà mons. Fernando Filograna, vescovo della Diocesi di Nardò Gallipoli. Anche da #Grosseto è scesa in Salento una rappresentanza della Parrocchia, insieme ai frati, per vivere con fra’ Giovanni la gioia di questa tappa significativa. Da tutti noi l'accompagnamento nella preghiera

Bosco ai Frati, la chiesa, il convento e il museo
19/07/2020

Bosco ai Frati, la chiesa, il convento e il museo

La regina madre (principessa) Beatrice d'Olanda - Beatrix Wilhelmina Armgard van Oranje-Nassau - sovrana dal 1980 al 2013, madre dell'attuale re Guglielmo Alessandro - in visita al Bosco ai Frati.
Ricevuta da Fra Mario Panconi, Coordinatore commissione per la cultura di OFM Toscana, si è intrattenuta ben oltre un'ora per ammirare il luogo e le opere d'arte qui conservate.

Bosco ai Frati, la chiesa, il convento e il museo. Pagina ufficiale
Bosco ai Frati, church, convent and museum. Official page
https://www.boscoaifrati.org/
https://www.facebook.com/BoscoaiFrati.it/
https://www.youtube.com/watch?v=kjA3C5mNnM0

15/07/2020
JPIC - OFM

JPIC - OFM

#LSRevolution

This video is released today, the feast of St. Bonaventure with the title, “Respect the Divine Good in the Creation.” The powerful message of the video urges the viewers to change their perspectives and hearts to recognize the Creator in Creation.

#LaudatoSi #IntegralEcology #Franciscans #PoorClares #Youfra #SFO #ofmjpic #jpic #ofm #ofmcap #ofmconv

Padre Livio, nuovo Ministro Provinciale dei frati minori: "Toscana, terra francescana"
10/07/2020
Padre Livio, nuovo Ministro Provinciale dei frati minori: "Toscana, terra francescana"

Padre Livio, nuovo Ministro Provinciale dei frati minori: "Toscana, terra francescana"

Padre Livio Crisci è il nuovo ministro provinciale dei Frati Minori. Eletto alla Verna, il luogo della sua vocazione francescana: «Dobbiamo continuare ad attingere forza dai grandi tesori della spiritualità francescana e dalla presenza nel nostro territorio di luoghi così significativi per il no...

Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori
09/07/2020

Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori

Carissimi.
Desideriamo concludere questo Capitolo provinciale elettivo 2020 spiegando il senso dell’immagine simbolo del capitolo. È un dipinto creato dall’artista Sofia Novelli che, in poche righe, ha così descritto il soggetto:

“Il dipinto rappresenta il momento in cui Francesco consegna la Carthula a Frate Leone.
Leone si trova a terra, stanco per il momento difficile che sta vivendo ma il suo animo viene risollevato proprio dalla Benedizione che Francesco gli impartisce e che trascrive su un piccolo foglio di carta, assieme alle Lodi al Dio Altissimo.
Proprio questa Benedizione si trova al centro della composizione, ed è sorretta dalle mani dei due protagonisti, a rappresentare il sostegno di Francesco per tutti i suoi frati; ieri, oggi e per sempre."

Grazie a tutti voi cari amici per il sostegno nella preghiera in questi giorni abitati con abbondanza dalla presenza discreta e potente dello Spirito Santo che ha guidato l’assemblea dei frati con delicatezza e in profondità…

Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori
02/07/2020

Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori

Carissimi.
Il nostro nuovo ministro provinciale è fra Livio Crisci. Laus Deo!
Che il Signore Gesù per intercessione di San Francesco stimmatizzato lo accompagni e lo protegga nel suo nuovo servizio..

Rivoluzione Laudato Sì • OFM Toscana
25/05/2020
Rivoluzione Laudato Sì • OFM Toscana

Rivoluzione Laudato Sì • OFM Toscana

La crisi sanitaria causata dalla pandemia COVID-19 è venuta a ricordarci la nostra fragilità e i nostri limiti. Con dolore abbiamo visto la morte di così tante persone, nessuno è rimasto estraneo, né fuori da questa emergenza internazionale, è vero che tutto è strettamente correlato. Nonostan...

Oggi è andato definitivamente incontro al suo Signore e Dio il nostro caro confratello fra Gilberto Bragagni, dopo un lu...
20/05/2020

Oggi è andato definitivamente incontro al suo Signore e Dio il nostro caro confratello fra Gilberto Bragagni, dopo un lungo pellegrinaggio attraverso la malattia.
Il buon Dio ti ricompensi per il tanto bene operato soprattutto in tanti anni di missione in Bolivia e ti accolga nel numero dei suoi amici.
Grazie per la tua affabilità e la testimonianza francescana caro p. Gilberto.

Oggi è andato definitivamente incontro al suo Signore e Dio il nostro caro confratello fra Gilberto Bragagni, dopo un lungo pellegrinaggio attraverso la malattia.
Il buon Dio ti ricompensi per il tanto bene operato soprattutto in tanti anni di missione in Bolivia e ti accolga nel numero dei suoi amici.
Grazie per la tua affabilità e la testimonianza francescana caro p. Gilberto.

Diocesi Grosseto
20/05/2020

Diocesi Grosseto

Auguri al nostro #vescovorodolfo che oggi, 20 maggio, ricorda i vent'anni di #ordinazione #episcopale. Era, infatti, il 20 maggio del 2000 quando padre Rodolfo, all'epoca guardiano del convento dei Frati Minori di #Fiesole e responsabile della formazione dei giovani frati professi, veniva consacrato #vescovo dal cardinale Silvano Piovanelli. Dopo 13 anni nella Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza, dal 28 maggio 2013 è pastore della nostra Diocesi Grosseto, nella quale è ufficialmente entrato il 10 agosto di sette anni fa.
Al vescovo Rodolfo l'augurio di un apostolato ancora fecondo, nella gratitudine per il suo servizio umile tra noi

08/05/2020
Pillole di Spiritualità 30° - #iopregodacasa

Una nuova pillola con le sorelle Clarisse di Firenze..

Le nostre sorelle Clarisse continuano ad accompagnare il nostro cammino settimanale. Oggi ci fanno compagnia le sorelle del monastero di Firenze.

28/04/2020
Parrocchia San Giuseppe

Parrocchia San Giuseppe

Santa Messa per la solennità di San Lucchese presieduta da S.E. Mons. Augusto Paolo Lojudice e celebrata nella Basilica Francescana di San Lucchese.
A seguire, dal sagrato della Basilica, benedizione alla Città con il corpo del Santo Lucchese.

Il Fiesolano
15/04/2020
Il Fiesolano

Il Fiesolano

Si è spento ieri notte a 83 anni Ercole Calcaterra, storico custode del museo missionario etnologico dei francescani di Fiesole, dove ha lavorato per venticinque anni.

Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori
14/04/2020

Provincia Toscana di San Francesco Stimmatizzato dei Frati Minori

Carissimi.
Sorella morte ha fatto visita alla nostra fraternità provinciale.
Ieri sera, il caro confratello P. Francesco Mattesini, dopo una vita lunga e feconda, è nato al cielo presso l'Infermeria dei frati di Sabbioncello di Merate (LC).
Per le disposizioni vigenti, i funerali saranno celebrati in forma privata. Sarà tumulato, non appena possibile, presso il cimitero di Soffiano (FI), accanto ai suoi familiari.
Riposa in pace carissimo Padre Francesco e vai incontro al tuo Signore!

Studi Francescani
10/04/2020

Studi Francescani

Giuseppe Lo Gioco, La cassa di bronzo del Museo del Cenacolo di Ognissanti di Firenze e la reliquia del saio di San Francesco, in Studi Francescani 115 (2018), 251- 338

“È sempre interessante cercare di comprendere a fondo la storia di un’opera d’arte e conoscere la sua origine, la sua funzione e le vicende che la stessa ha dovuto affrontare nel corso della storia; l’interesse aumenta ulteriormente quando ad essere approfondita è la storia di un oggetto del quale non si hanno che poche informazioni. È questo il caso della presente ricerca, nata dal desiderio di indagare e approfondire la storia della grande cassa di bronzo conservata nel Museo del Cenacolo di Ognissanti a Firenze. Si tratta di un antico manufatto a forma rettangolare con tetti a spioventi, dai tratti gravi ed essenziali, che mostra su uno dei lati lunghi un crocifisso di semplice fattura dai tratti arcaici, incastrato tra le cornici modanate che circondano la cassa, e su uno dei lati corti lo stemma dell’arte di Calimala scolpito direttamente sullo sportello, unica apertura dell’oggetto. Di questa cassa, utilizzata prima per trasferire numerose reliquie da Venezia a Firenze e, successivamente, per custodire il prezioso abito di san Francesco indossato al momento della stimmatizzazione avvenuta alla Verna, non si conoscono con precisione le origini e il luogo di fabbricazione, fattore sul quale si cercherà di offrire alcune ipotesi possibili. […] Gli studi si sono incentrati principalmente sui documenti d’archivio, sulle fonti francescane e sulle pubblicazioni che trattano delle reliquie del Battistero e dell’abito di san Francesco. Grazie a queste ricerche è stato possibile trovare documenti nuovi e notizie inedite riguardanti la donazione di numerose reliquie da parte di Nicoletta Grioni, la cassa e i lavori svolti su di essa da parte di Michelangelo di Guglielmo. Pertanto si indagheranno principalmente tre aspetti: l’arrivo della cassa a Firenze e la ‘donazione’ Grioni, la sua destinazione d’uso come reliquiario dell’abito di san Francesco e il trasferimento nella chiesa di San Salvatore al Monte prima e in quella di Ognissanti dopo, e per finire i lavori di modifica a cui fu sottoposta prima della donazione ai frati osservanti eseguiti da Michelangelo di Guglielmo. La parte iniziale del testo, inoltre, è incentrata sull’approfondimento delle possibili origini formali della cassa e sulla nascita e sviluppo storico dei reliquiari a partire dai sarcofagi paleocristiani, i primi contenitori dei corpi dei santi. […] La funzione principale della grande cassa bronzea conservata ad Ognissanti, come abbiamo visto, fu quella di trasportare da Venezia importanti reliquie e poi di custodirle all’interno del Battistero di San Giovanni Battista di Firenze. All’inizio del XVI secolo i consoli dell’arte di Calimala decisero di consegnarla ai francescani di San Salvatore al Monte per custodire l’importante reliquia della cappa di san Francesco d’Assisi, legando indissolubilmente la storia della cassa con quella del saio oggi conservato al santuario della Verna. La cassa e la cappa di san Francesco furono indissolubilmente legate da quando quest’ultima giunse alla chiesa di San Salvatore al Monte. Sembra opportuno, comunque, riassumere la storia della cappa precedente il suo trasferimento a Firenze. È indispensabile partire dalle ‘fonti francescane’, una raccolta di testi, scritti e biografie riguardanti san Francesco, santa Chiara e l’Ordine francescano. Si è fatto riferimento soprattutto ai Fioretti, ed in particolare al capitolo Delle Sacre Sante Istimate di santo Francesco e delle loro considerazioni, dove viene raccontato l’evento della stimmatizzazione e l’ultimo viaggio del santo dalla Verna a Santa Maria degli Angeli. Due anni prima della morte, tra agosto e settembre del 1224, san Francesco si trovava alla Verna; così come si legge nelle fonti francescane, il Santo si recò su quel monte dopo essere stato invitato calorosamente da Orlando da Chiusi di Casentino, nobile toscano: “Io ho in Toscana uno monte divotissimo il quale si chiama il monte della Vernia, lo quale è molto solitario e salvatico ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalle gente, o a chi desidera vita solitaria. S’egli ti piacesse, volentieri lo ti donerei a te e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia.” Era volontà di Orlando da Chiusi donare questo suo possedimento a san Francesco per riparare alle colpe e ai vizi che, probabilmente, avevano caratterizzato la sua esistenza: il frate apprezzò molto la generosità del nobile toscano e lodando e ringraziando Dio gli rispose: “Messere, quando voi sarete tornato a casa vostra, io sì manderò a voi de’ miei compagni e voi sì mostrerete loro quel monte; e s’egli parrà loro atto ad orazione e a fare penitenza, insino a ora io accetto la vostra caritativa profferta.” Francesco, quindi, mandò due dei suoi compagni presso il castello di Chiusi, posto sopra il monte della Verna, per assicurarsi che il luogo fosse adatto per la preghiera e la contemplazione di Dio: i frati appurarono che era un ambiente adatto alla meditazione religiosa e accettarono la proposta del nobile Orlando di prendere quel posto e di trasformarlo in un eremo. San Francesco, rallegrato dalle notizie portate dai suoi compagni, dopo un lungo e faticoso viaggio arrivò in questo monte santo e qui restò in contemplazione. Diverse volte venne in questo eremo, e qui si ritirava per periodi di penitenza e preghiera. Secondo le fonti, nel 1224, tra agosto e settembre, san Francesco si trovava alla Verna e, nei giorni vicini alla festa della Santa Croce, dopo aver avuto la visione divina di un uomo crocifisso in forma di Serafino sospeso sopra di lui con le mani distese ed i piedi uniti, ricevette sul proprio corpo i segni della passione di Cristo. Nelle mani e nei piedi gli furono impressi i segni dei chiodi e sul fianco destro il segno della ferita provocata dalla lancia che spesso sanguinava e gli impregnava la tunica. Proprio quella tunica, così come ci lasciano dedurre alcune fonti successive, fu quella che lo stesso Francesco donò al conte Alberto Barbolani di Montauto, che all’inizio del XVI secolo i fiorentini, legittimamente, portarono via. Dopo aver ricevuto le stimmate, essendo ormai molto malato e saputo, per rivelazione divina, che la sua vita era quasi giunta al termine, san Francesco decise di ritornare a Santa Maria degli Angeli e di compiere quindi il suo ultimo viaggio dalla Verna all’Umbria:
“Avendo santo Francesco compiuta la quaresima di santo Michele arcangiolo, si dispuose, per divina rivelazione, di tornare a Santa Maria degli Agnoli. Ond’egli chiama a sé frate Masseo e frate Agnolo, e dopo molte parole e santi ammaestramenti, sì raccomandò loro con ogni efficacia che e’ poté quello monte santo, dicendo come a lui convenia insieme con frate Lione tornare a Santa Maria degli Agnoli. e detto questo, accomiatandosi da loro e benedicendoli nel nome di Gesù crocifisso, condescendendo a’ loro prieghi, sì porse loro le sue santissime mani, adornate di quelle gloriose e sacre sante istimate, a vedere e a toccare e a baciare. e così lasciandoli consolati, si partì da loro e iscese del santo monte.” San Francesco, basandoci su questo racconto, lasciò il Sacro Monte il 30 settembre, il giorno successivo alla festa di san Michele Arcangelo, affrontando il lungo viaggio in groppa ad un asino insieme a fra Leone e a un contadino, proprietario dell’asino. Al suo passaggio tutta la gente, spinta da una devozione sempre più in crescita, accorreva numerosa per vederlo, toccarlo, baciarlo e per invocare aiuto e protezione a Dio per sua intercessione. Durante tutto il percorso furono molti i miracoli elargiti dal santo. Nel racconto contenuto nei Fioretti, quando si fa riferimento al saio del santo, non viene tuttavia specificato se si tratta di quello indossato al momento della stimmatizzazione, e non si fa nessun riferimento al passaggio del santo presso il castello dei Barbolani di Montauto e, di conseguenza, alla donazione dell’abito al conte Alberto. La strada intrapresa per il ritorno a Santa Maria degli Angeli, però, passa nelle zone di Montauto e quindi la sosta presso i Barbolani, anche se non presente nel racconto, sarebbe potuta avvenire. Se nei Fioretti non troviamo nessun riferimento della donazione dell’abito al conte Alberto, come neanche alcuna notizia che smentisca che ciò sia avvenuto, in altri testi, invece, si trovano importanti riferimenti che testimoniano questo particolare avvenimento. Numerosi sono i testi che ci hanno tramandato questo speciale evento. Nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, scritto tra il 1346 e il 1367, rimasto incompleto a causa della morte dell’autore, si trovano importanti riferimenti rispetto alla presenza della cappa di san Francesco presso il castello di Montauto. Nel poema, in un colloquio con un frate, Fazio domanda quale cosa degna di nota vi era alla Verna che riguardasse il santo di Assisi; il frate risponde che per vedere cose a lui appartenute bisogna andare a Montauto, dove è conservata la sua cappa. Si tratta di un importante riferimento letterario che dichiara la presenza a Montauto del prezioso abito di san Francesco almeno a partire dal XIV secolo, durante gli anni della stesura del poema. A confermare la presenza e la devozione nei confronti di questa preziosa reliquia è un documento conservato presso l’Archivio Barbolani di Montauto, dove, appena un secolo dopo, nel 1444, il vescovo di Arezzo Ruberto concesse quaranta giorni di indulgenza nella principale chiesa di Montauto nel giorno in cui veniva mostrata la veste con la quale san Francesco aveva ricevuto le stimmate nel sacro monte della Verna. È alquanto strano che a restituirci tale notizia non siano le fonti francescane ma altri testi e documenti: è probabile quindi che durante i primi secoli dopo la morte di san Francesco gli eventi legati al passaggio da Montauto e alla donazione della cappa siano stati tramandati solo oralmente e a livello locale, e solo più tardi, nel XVI secolo, siano state consegnate ufficialmente dagli scritti francescani, tanto che bisogna attendere il 1522 per trovare dei riferimenti nelle cronache stilate dai frati stessi. Infatti, la prima fonte di matrice francescana che ci restituisce importanti informazioni sulla cappa e sulla sua donazione da parte di san Francesco al conte Barbolani, è la cronaca di fra Mariano, scritta, appunto, nel terzo decennio del XVI secolo. Così come si legge in questa cronaca, san Francesco discese dal monte e:
“seguitando el suo cammino andò a visitare el signiore Alberto, conte di Monte Acuto, con el quale haveva contracto tanta amicitia, che sempre quando andava o tornava dal monte della Vernia lo andava a visitare; et el decto signiore tanta devotione gli portava che lo riceveva come uno angelo di Dio, et dalle sue sancte mani si era vestito del tertio ordine; et ricevendolo questa volta con sommo ghaudio et carità più del consueto, et parllando poi insieme cose di Dio, infine sancto Francesco gli dixe come ragravando più l’uno dì che l’altro nella sua infirmità, non credeva più tornare a casa sua. Al quale rispose el signiore Alberto: «O padre, se tu non credi mai più tornare a casa mia, hor non mj vuoi tu lasciare alcuna cosa in tua memoria?» Risposegli sancto Francesco: «Io sono povero e non ho cosa alcuna in questo mondo se non questo povero habito». Rispose el signore: «et io volentieri piglierò questo habito». Alhora dixe sancto Francesco: «Se voi me ne darete un altro per amore di Dio, et vi lascerò questo». Havuta tale promissa el signore Alberto chiamò in secreto uno de’ sua servidori et dixeli che presto andassi a chavallo fino al Borgho a Sancto Sepolcro, et cerchassi di quello panno che usava sancto Francesco, et menassi con seco uno sarto. et andato et tornato el servo, in quella nocte feciono uno habito, et la mattina volendosi partire sancto Francesco, el signore gli offerse decto habito nuovo, preghandolo che secondo che gli haveva promisso, gli dessi el suo vechio. Onde stupendosi sancto Francesco che sì presto havessi facto decto habito, non gli potete deneghare che non gli dessi el suo vechio col quale haveva ricevuto le sacre stigmate, et era stato cohoperto, et stato intermedio infra el seraphino et sancto Francesco in quella sacra impressione. et così vestitosi quello nuovo si partj da Monte Acuto.”
Anche se il testo risulta esauriente, è opportuno soffermarsi su alcuni punti: tra il frate di Assisi e il conte Alberto vi era una lunga amicizia e, ogni qualvolta Francesco passava in quelle terre, si fermava nel suo castello per rinfrancarsi dal faticoso viaggio tra Assisi e la Verna. Infatti, durante l’ultimo viaggio verso Santa Maria degli Angeli, il Santo riposò per l’ultima notte nel castello di Montauto, durante la quale il conte Alberto fece preparare un nuovo abito per consegnarlo al caro amico. Questa lunga amicizia, arricchita da una grande devozione da parte di Alberto, tanto da diventare terziario francescano dalle sue stesse mani, convinse Francesco a lasciare il suo abito, che venne conservato diligentemente all’interno della cappella del castello come una preziosissima reliquia. La presenza dell’abito del santo procurò un’espansione della devozione francescana nel territorio prossimo al castello, che negli anni andò incrementandosi ed ufficializzandosi tanto da ottenere la concessione di indulgenze da parte del vescovo e di ricevere visite di personalità importanti. Nel racconto di fra Mariano molta importanza viene data alla donazione dell’abito, testimonianza diretta di un evento miracoloso quale, appunto, la stigmatizzazione. Può sembrare strano come un evento di tale importanza non fosse mai stato raccontato prima del 1522, e non sia ricordato tra i racconti delle fonti francescane. Ma la precisione del racconto e l’apporto di numerosi particolari, come già detto, lasciano pensare che l’avvenimento fosse ben conosciuto nel Cinquecento, e che venisse tramandato ripetutamente dalla voce dei frati e non solo; in caso contrario, il racconto redatto da frate Mariano è frutto della fantasia, studiato appositamente per creare un mito. Ciò, secondo un’analisi storica, è poco probabile poiché altre notizie che si riferiscono alla cappa durante la sua permanenza a Montauto, come abbiamo visto, risalgono ad un periodo precedente al racconto di fra Mariano. Per la sua cronaca, fra Mariano, molto probabilmente, attinse ai racconti che venivano tramandati per via orale, selezionando solamente quelle notizie che più si adattavano all’impronta che lo stesso voleva dare alla sua narrazione. Quasi sicuramente, accanto alla narrazione scritta di fra Mariano, continuò ad esistere una tradizione orale molto forte, che continuava ad essere tramandata dal popolo e che sicuramente doveva essere più ricca di particolari e, forse, di falsi miti e leggende. In seguito al racconto di fra Mariano, numerosi altri cronisti si soffermarono a raccontare lo stesso evento, prendendo spunto proprio dal racconto del 1522, talvolta aggiungendo o tralasciando qualche piccolo particolare, ma in generale mantenendo inalterata l’essenza del racconto. Di poco successivi sono i racconti di fra Agostino del Miglio, che nel 1568 scrive il Nuovo dialogo delle devozioni del sacro monte della Verna, e di fra Dionisio Pulinari, che tra 1578 e il 1581 scrisse Le cronache dei frati Minori della provincia di Toscana: entrambi si ispirarono fortemente al testo di fra Mariano, infatti non si trovano notizie aggiuntive rispetto a quelle già stilate in precedenza Giovanni Battista Ristori, nella pubblicazione Notizie storiche dell’abito di S. Francesco d’Assisi che si conserva nella Chiesa d’Ognissanti in Firenze, riprende il racconto della donazione dell’abito da parte di san Francesco al conte Alberto, non aggiungendo nulla di nuovo, anzi riassumendo il racconto della donazione in poche righe. Al contrario, la ribellione d’Arezzo e il trasporto della cappa da Montauto a Firenze vengono raccontati quasi minuziosamente. L’autore, inoltre, arricchisce il testo con alcuni documenti d’archivio che gli danno un’impronta storica e lo rendono attendibile e degno di fede. Nel 1616 Aurelio Savelli, raccontando della donazione della Verna ai frati francescani nel Breve dialogo nel quale si discorre come quel S. Monte della Verna essere stato prima donato a S. Francesco, si sofferma a riferire al lettore dell’amicizia forte e fraterna che vi era tra il santo di Assisi e il conte Alberto, ma non parla assolutamente della donazione dell’abito avvenuta durante l’ultima sosta al castello.
Fra Salvatore Vitale invece, dopo pochi anni, nel 1626, nel suo scritto Floretum Alverninum, molto vicino ai Fioretti, darà risalto alla donazione della cappa: parlando delle stimmate e dello spostamento dell’abito da Montauto a Firenze, riferisce della forte amicizia che vi era tra san Francesco e il conte di Montauto e delle soste che il frate faceva nel suo castello durante i viaggi di andata o ritorno dalla Verna. Maggiori particolari li ritroviamo in uno scritto del 1628 intitolato Monte Serafico, dove viene riportata la stessa narrazione ma con nuovi particolari di stampo popolare, alcuni probabilmente frutto di leggende e racconti fantasiosi. Salvatore Vitale ci consegna notizie inedite riguardanti l’abito del santo: secondo il racconto, dopo che Francesco ricevette le stimmate, fra Leone lavò l’abito solo nelle parti impregnate di sangue, e lo riconsegnò al santo per indossarlo pulito nel giorno della festa dei santi Angeli; con lo stesso abito poi lasciò il sacro monte per dirigersi alla Porziuncola. Il cronista restituisce nel suo racconto un episodio di vita quotidiana, il lavaggio dell’abito, ma nello stesso tempo offre indicazioni geografiche e storiche attendibili e molto precise: si legge ancora che la sera del 30 settembre, dopo il primo giorno di viaggio, san Francesco si fermò al castello di Montauto, dal conte Alberto Barbolani per riposarsi. Da qui in avanti la narrazione si fa molto simile alle fonti precedenti, con l’aggiunta di qualche piccolo particolare non importante per noi. Queste sono le testimonianze più antiche che ci hanno tramandato le vicende relative alla donazione della cappa di san Francesco al conte Alberto Barbolani di Montauto: l’abito venne custodito per duecentottanta anni presso l’altare della cappella del castello, avvolto in stoffe e sete preziose, facendo aumentare nei territori limitrofi la devozione nei confronti del santo di Assisi; numerosi tra vescovi e signori accorrevano al castello per venerare la preziosa reliquia. All’inizio del XVI secolo, a causa della rivolta di Arezzo e della vittoria dei fiorentini, la cappa fu portata a Firenze e affidata alla custodia dei frati francescani dell’Osservanza e dell’arte di Calimala. La causa di questa ribellione nacque dalla volontà degli aretini di liberarsi dal dominio delle altre città toscane, quali Siena e Firenze, che spesso si contesero il suo territorio, che andava acquisendo sempre più importanza. Tralasciando la lunga storia politica di Arezzo, per comprendere bene la ribellione avvenuta nel 1502, bisogna ricordare brevemente ciò che era accaduto in
città e i rapporti di accordo-scontro con Firenze. Nel Trecento Arezzo era pervasa da lotte interne, avallate dai fiorentini che cercavano di assicurarsi l’egemonia del territorio. Nel 1337 Pier Saccone Tarlati, signore della città, dopo essere stato sconfitto dai fiorentini, cedette per dieci anni Arezzo ai vincitori che la fortificarono e vi costruirono importanti edifici, come il Palazzo del Comune e il Palazzo del Popolo. Ma non passarono i dieci anni che la città, nel 1343, riacquistò la libertà, persa di nuovo nel 1384, quando gli aretini furono nuovamente sottomessi a Firenze. Nel giugno del 1502 Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello, volendo vendicare la morte del fratello avvenuta su mandato della repubblica fiorentina, alimentò tra gli aretini la ribellione nei confronti dei fiorentini, suscitando in loro la voglia di quella libertà ricercata già nei secoli precedenti, ricorrendo anche all’appoggio di molti esponenti della scena politica dell’Italia centrale. Il conte Barbolani di Montauto fu favorevole alla ribellione e affiancò Arezzo, per cercare di ottenere maggiore autonomia e allontanare dai suoi territori la morsa dei fiorentini. Nel primo mese di ribellione la guarnigione fiorentina fu circondata e rinchiusa all’interno delle fortezze della città alta; sembrava che gli aretini avessero la vittoria nelle mani, ma, nonostante i buoni presupposti, grazie all’intervento delle truppe francesi, lo schieramento fiorentino riuscì ad avere la meglio e nell’agosto del 1502 riuscì nuovamente a sottomettere Arezzo. Ottenuta la vittoria, la magistratura fiorentina dei Dieci di Balìa si rivolse al commissario di Arezzo, Antonio Giacomini Tebalducci Malespini, per comunicargli che la Repubblica fiorentina voleva punire il comportamento ostile avuto dai Barbolani di Montauto nei loro confronti. Veniva ordinato di distruggere tutti i loro possedimenti e di prendere in custodia i beni in essi contenuti e soprattutto la cappa di san Francesco conservata nella cappella del castello.
Importanti informazioni riguardanti la cappa di san Francesco le ricaviamo dalle lettere che si scambiarono la magistratura fiorentina dei Dieci di Balìa con Antonio Tebalducci, poiché in esse si deduce la forte volontà di impadronirsi della cappa di san Francesco che da sempre era stata conservata presso il castello di Montauto. In una lettera inviata da Firenze in data 15 gennaio 1503, 1502 secondo lo stile fiorentino, emerge la voglia di punizione nei confronti dei Barbolani e l’interesse nei confronti del prezioso abito:
“Voliamo ben ricordarti, (…) che immediate si disfaccia et ruini ogni fortezza che vi è et le mura si aprano in parecchi luoghi et tutte le case de’ sigg. di Montaghuto solamente si disfaccino, (…) et avanti ad ogni altra cosa advertire bene ad insignorirti della cappa di s. Francesco la quale è in desto luogo in maniera che non fussi o trafugata o scambiata et noi di qua ordineremo intanto chi habbia ad venire per epsa et condurla in luogo dove l’habbiano disegnata.” L’importanza della reliquia favorì l’attenzione delle autorità fiorentine, che cercarono di assicurare l’autenticità della cappa e di evitare che venisse scambiata o portata via di nascosto. Antonio Tebalducci, in risposta ai Dieci di Balìa, il 22 gennaio 1503, secondo il calendario fiorentino 1502, scrisse:
“Visto hiersera allargare el tempo deliberai venire questa mattina qui. Così feci con ### fanti e XII cavalli (…) e giunto che fui udito la messa e vista la cappa che fu del beato san Francesco feci pigliare la porta del castello, così quella del palazzo, che serve a fortezza. (…) Io ci lascerò in guardia il Volterrano fino a tanto che V. S. mandino per questa reliquia. Di poi si farà quanto hanno ordinato quelle alle quali mi raccomando, quae bene valeant.” Appena un giorno dopo, le autorità fiorentine, in vista del trasferimento da Montauto a Firenze, inviarono una lettera ad Antonio Tebalducci per comunicargli quanto segue: “Quanto appartiene alla cappa di S. Francesco domattina partirà di qui uno dei mazieri nostri et con lui saranno certi frati di qui a’ quali tu la consegnerai immediate per portarla qua in S. Salvatore vicino alla terra. A frati s’è commesso che preparino tucto che fa di bisogno per condurla cm quella riverentia che si ricerca.” Da questo dialogo epistolare molto fitto si deduce il forte interesse che avevano i fiorentini di accaparrarsi questa reliquia e di garantire la sua autenticità ad ogni costo. Infatti, tutto venne pianificato con dovizia di particolari, e nulla venne lasciato al caso. esaminati i documenti d’archivio in merito al trasferimento della cappa da Montauto a Firenze, passiamo ora alle cronache, in particolare a quelle di fra Mariano, Dionisio Pulinari, Agostino Lapini e Luca Landucci. Fra Mariano, nella sua cronaca, parla della ribellione del popolo aretino come della causa della perdita della sacra reliquia della cappa da parte della famiglia Barbolani. L’autore tende a sottolineare solamente che la reliquia, tolta dal castello, fu inviata a Firenze, e come al suo passaggio lungo le strade per Firenze tutte le persone, felicissime per l’evento, discendevano dalle alture e dalle città, lasciando ogni sorta di lavoro o attività per venerare e toccare la sacra tunica; le campane suonavano a festa, religiosi e fedeli andavano incontro al corteo con canti e preghiere pieni di giubilo e gratitudine a Dio per la concessione di poter vedere una così importante reliquia. Come si apprende dal racconto, la cappa era rinchiusa dentro una cassa e posta sulla groppa di un asino, e tutti si accalcavano per toccarla. Se quella di fra Mariano è una cronaca attenta ai particolari e, soprattutto, alla portata dell’evento, quella di Dionisio Pulinari è concentrata principalmente a mettere in risalto il punto di vista dei frati francescani e soprattutto il ruolo rilevante che ebbero riguardo all’arrivo della reliquia in città: furono gli stessi frati, secondo quando narrato da Pulinari, che si recarono dalle autorità fiorentine per richiedere l’affidamento della reliquia al loro ordine. non appena arrivò in città la notizia che il commissario Antonio Giacomini aveva conquistato la rocca di Montauto e preso in possesso la preziosa tunica, ci fu una grande festa e subito vennero inviati da Firenze un donzello e quattro frati osservanti, tra cui, come segnato in nota nel manoscritto, fra Mariano, per garantire una degna gestione del viaggio che la preziosa reliquia doveva sostenere. Il 26 gennaio la delegazione fiorentina arrivò nel castello e l’indomani ripartì con la preziosa reliquia e una valorosa scorta di guardie. Secondo il racconto, il corteo non si fermò neanche di notte, e ovunque accorrevano per onorare la veste santa. La processione arrivò a Firenze il 29 gennaio 1502 stile fiorentino, alle 9 del mattino. Più breve e meno approfondito il racconto tramandato da Agostino Lapini, che sottolinea solamente che la cappa, custodita fino ad allora nel castello di Montauto, dopo che i fiorentini l’ebbero conquistato, venne portata a Firenze ed affidata ai frati Osservanti di San Salvatore al Monte, fuori dalla porta di San Miniato. Luca Landucci, interessandosi solo degli eventi legati alla città di Firenze, accenna alla provenienza della cappa quando si sofferma a raccontare la solenne processione che fu indetta a Firenze per celebrare l’arrivo della preziosa reliquia. Così narra il cronista: “e a dì 30 di giennaio 1502, si bandì una processione che si dovessi fare per reverenza della Cappa di San Francesco che s’era avuta dal castello di Monte Aguto, perché se gli era tolto el castello e disfatto da’ Fiorentini perché ci fu contro ne’ casi d’Arezzo. Onde, venendo nelle mani de’ Frati Osservanti di San Miniato, s’ordinò detta processione per Firenze, innanzi detta Cappa la quale era molto vecchia e consumata”. Landucci si limita ad accennare alla provenienza della cappa, e si sofferma maggiormente sulla festosa processione indetta dagli alti prelati e dalle autorità politiche effettuata il 3 febbraio 1503. È alquanto singolare che l’autore si soffermi anche a dare delle informazioni sullo stato fisico del saio che, stando alla narrazione, doveva già essere molto rovinato quando fu dato ai frati Osservanti; d’altronde erano già passati molti anni dalla morte del frate di Assisi. Partito da Montauto, il festoso corteo arrivò a Firenze nella notte del 29 gennaio e il prezioso abito fu portato nella chiesa di San Salvatore al Monte dei frati Minori Osservanti. Ancora una volta, la testimonianza più completa e attendibile è il racconto redatto da fra Mariano da Firenze, che accompagnò personalmente la reliquia da Montauto a Firenze. Una traduzione di questa relazione scritta in latino è conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze: si tratta di una lunga relazione dove vengono descritti minuziosamente tutti gli eventi legati allo spostamento della cappa. Sembra opportuno, quindi, partire direttamente dal testo per conoscere ciò che accadde a Firenze in quei giorni. Il 27 gennaio 1503 i frati, con buona scorta di uomini armati, messa la cappa all’interno di una cassa, la portarono a Firenze a dorso di un cavallo e tutti al suo passaggio la veneravano con grande magnificenza. Partiti da Montauto, arrivarono al castello della Rondine, dove si fermarono la notte per riposare; ripreso il viaggio passarono per il castello di Laterina e, nonostante la pioggia, molti tra gli abitanti vollero recarsi in strada per partecipare al passaggio della preziosa reliquia. Il corteo poi proseguì verso Firenze passando da Montevarchi, Figline, Incisa, dove si fece una breve pausa per riprendere le forze; la notte tra il 28 e il 29 gennaio il corteo non si fermò e finalmente il mattino presto, provati dalla stanchezza e dalle avverse condizioni climatiche, arrivarono a Firenze. Fra Mariano scrive: “Alquanti frati avanti al luogo di San Salvatore per causa di devotione, e per desiderio di vederlo, aproximandosi a Firenze, doppo mattutino, vegliavano alle finestre, et avidamente quivi stavano. e quando sopra il monte che si domanda San Donato in Poggio, vedono apparire i lumi, e dipoi discendere il monte, e avvicinarsi a Firenze, chiamati i frati, allegri, la croce con molti lumi apparecchiorno et (…) processionalmente il predetto habito accompagniorno, di poi tornando a dietro con hinni e cantici, e suoni di campane, alla sopradecta chiesa di San Salvatore lo accompagnarono. Allora era hora proxima al giorno XXIX di gennaio gia’ cominciava”. Pieni di felicità e devozione i frati osservanti accolsero l’abito di san Francesco a Firenze, e tanta era la gioia che portavano nel cuore, che vegliarono fin dalle prime luci del giorno per andare incontro al corteo che da Montauto si era mosso verso Firenze. L’evento era così straordinario che né il brutto tempo né l’ora trattennero i frati e la gente tutta ad esprimere la propria contentezza per l’arrivo della preziosa reliquia. Appena fu giorno, era domenica quel 29 gennaio, molta gente accorse al Monte, e anche nei giorni seguenti, continuamente, il popolo fiorentino, e non solo, si recava a San Salvatore per esprimere la devozione nei confronti di quella veste che san Francesco aveva indosso nel momento della stimmatizzazione. Vista l’importanza dell’evento, il 30 gennaio le alte cariche religiose e civili decisero di bandire una solenne processione da eseguire il 3 febbraio, giorno della festa di san Biagio, per accoglierla ufficialmente e solennemente, per permettere a tutti gli abitanti di venerare la reliquia e per affidare l’intera città all’intercessione di san Francesco. Il 3 febbraio la folla insistente cominciò ad affollare il piazzale della chiesa di San Salvatore già di notte, tanto da costringere i frati ad aprire la chiesa in anticipo, per consentire la venerazione del sacro abito. Prima della processione, intorno alle cinque del mattino, i consoli dell’arte di Calimala, custodi della reliquia, insieme ai frati, decisero di aprire la cassa con la quale era stata trasportata la cappa, di prelevare la tunica e porla all’interno del tabernacolo d’oro ricoperto da preziose stoffe, che era stato preparato appositamente per la solenne processione. Il corteo, festoso e pieno di devozione, partì dal monte ed entrò in città dalla Porta San Niccolò; l’abito fu portato fino a piazza San Gregorio, luogo designato dai Signori per esporre ufficialmente la reliquia, resa solenne e abbellita per l’occasione. Luca Landucci, ricordando l’evento, scrive: “e a dì 3 febbraio 1502, andò a procissione la Cappa di San Francesco; fugli fatto grande onore, tutte le compagnie e regole di Firenze; e fu posata alla Piazza de’ Mozzi e fatto quivi un palco con colonne grandi come si fa a San Felice quando viene nostra Donna di Santa Maria Impruneta. e quivi gli andò incontro la processione; e portata a San Miniato all’Osservanza, dove si debbe riposare e stare”. Anche Agostino Lapini ricorda l’importante evento del 3 febbraio, descrivendo brevemente ciò che avvenne in quel giorno; il suo racconto è molto simile a quello di Landucci sopra riportato. Pulinari, invece, aggiunge dei dettagli; la processione si muoveva in quest’ordine: davanti
la croce del Duomo, poi sette compagnie religiose di uomini, poi tutti i religiosi osservanti e conventuali della città e non solo, a seguire tutto il clero e i frati con l’abito, ricoperto da un solenne baldacchino. Questo corteo arrivò in Battistero e qui tutti, la Signoria e i magistrati, si prodigarono di fare le offerte solite. La processione riprese secondo l’ordine sopra detto e si diresse verso la cattedrale; qui si unirono i domenicani e alcuni canonici del Duomo, e insieme si diressero al monastero delle Murate e nella chiesa di Santa Croce; la processione poi fece ritorno nella chiesa di San Salvatore al Monte, dove era stata destinata la cappa di san Francesco94. nelle Carte Strozziane troviamo alcuni pagamenti effettuati in occasione della solenne processione del 3 febbraio. L’abito fu momentaneamente riposto nell’altare maggiore per consentire ai numerosi fedeli di venerarlo. In seguito, la cappa, posta all’interno di un tabernacolo, fu sistemata nella sacrestia e, secondo il racconto di fra Mariano, qui rimase per circa un anno. Nel fondo dell’arte dei Mercanti di Calimala dell’Archivio di Stato di Firenze si possono ricavare importanti notizie che aiutano a capire per quanto tempo la cappa rimase all’interno della sacrestia di San Salvatore. […] Si tratta di un documento del 17 aprile 1504 dove viene dichiarato che il 21 aprile successivo la cappa, conservata fino ad allora in sacrestia all’interno di un cassone ferrato, dovesse essere posta, dopo consacrato, all’interno del nuovo altare maggiore. Pertanto, l’abito di san Francesco rimase all’interno della sacrestia per più di un anno, dai giorni successivi al 3 febbraio 1503 al 21 aprile dell’anno successivo, giorno in cui venne inserita all’interno dell’altare maggiore. Durante il periodo di permanenza in sacrestia, la cappa veniva saltuariamente prelevata per essere mostrata ad alte personalità religiose e politiche, ai consoli dell’arte di Calimala o al generale dell’Ordine francescano. Di seguito verranno riportate tutte le notizie documentarie che riguardano la cappa e che risalgono a questo periodo in cui fu conservata all’interno della sacrestia. Subito dopo quella data, i consoli dell’Arte deliberarono che, almeno una volta l’anno, si dovesse visitare la chiesa poiché posta sotto il loro patronato. […] I consoli, quindi, insieme alle più alte cariche della corporazione, erano tenuti a vegliare sulla conservazione sia della reliquia, sia dell’intero convento, per garantire una integra conservazione della suppellettile e della cappa di san Francesco. Inoltre, i consoli, il provveditore e il cancelliere, addetti alla visita annuale, dovevano lasciare al padre guardiano del convento delle elemosine per garantire un sostentamento adeguato al luogo. Tra i documenti troviamo, infatti, alcuni riferimenti delle visite compiute dai responsabili dell’arte, e da alcuni tra gli esponenti principali dell’ordine francescano. Questi documenti, contrariamente a quello sopra riportato, si trovano tra le deliberazioni dei consoli dell’arte dei Mercanti; è singolare il fatto che vi sono molti riferimenti a visite saltuarie compiute da parte di religiosi e pochi riferimenti alle visite annuali che i consoli erano chiamati ad assolvere. I documenti a cui si fa qui riferimento vanno dal 1505 al 1530, quindi al primo periodo di custodia della cappa; infatti sono molte le visite compiute da esponenti importanti dell’ordine francescano che si recavano in visita per osservare e venerare il santo abito. Si riferisce invece ai consoli una deliberazione sempre conservata tra le Carte Strozziane, nella quale si dispone che i consoli, anche se impossibilitati a recarsi fisicamente al convento a causa dell’assedio di Firenze, dovessero dare ugualmente l’elemosina ai frati tramite il procuratore dell’Arte. La cappa di san Francesco, come si è potuto comprendere, non venne inserita subito nella grande cassa bronzea, ma, inizialmente, fu conservata all’interno di un forziere collocato in sacrestia, forse il luogo più concluso del convento e degno di accogliere l’importante reliquia, poiché, come vedremo, la sua costruzione era già terminata nel 1442 grazie ai finanziamenti di Francesco Busini, ricco commerciante fiorentino. Solo successivamente, quando cioè terminarono i lavori di modifica della cassa e quelli relativi alla chiesa e all’altare maggiore, la reliquia venne trasferita in chiesa e lì posta in un luogo ad essa più adatto.
La chiesa di San Salvatore al Monte, o San Francesco al Monte alle Croci, fu il luogo che accolse inizialmente la preziosa reliquia della cappa di san Francesco, poiché sede principale dell’Ordine dei francescani osservanti a cui fu affidata la conservazione della reliquia. Il complesso monumentale è situato sul monte San Miniato, il più noto dei colli fiorentini, territorio che segna il limite meridionale dell’area urbana di Firenze, ricco di storia e monumenti architettonici, cuore del cristianesimo fiorentino, poiché lì fu seppellito il primo martire, Miniato, ed eretta in suo onore una delle basiliche più antiche e rappresentative di Firenze. Dionisio Pulinari nella sua cronaca racconta che il secondo luogo della Provincia francescana di Toscana ad essere preso fu proprio San Salvatore al Monte San Miniato, poiché un gentiluomo fiorentino, Luca di Jacopo della Tosa, il 20 febbraio 1417 aveva donato il sito con palazzo e giardino a Niccolò Uzanio, vicario per l’Osservanza della Provincia francescana di Toscana. Il contratto tra della Tosa e i francescani prevedeva che entro un anno dovessero essere costruiti il convento e la chiesa, altrimenti la proprietà sarebbe andata allo spedale di Santa Maria nuova. I frati riuscirono a trasformare la villa in convento e ad utilizzare come chiesa la piccola cappella dedicata ai santi Cosma e Damiano già presente nella proprietà dei della Tosa, rispettando la clausola che Luca di Jacopo aveva messo in atto. […]
Come scrive Luke Wadding negli Annales Minorum, Cosimo il Vecchio, trionfalmente rientrato a Firenze nel 1434, intorno alla metà del secolo ebbe intenzione di costruire un nuovo convento ai frati francescani. Tra il 1451 e il 1454 i fiorentini erano entrati in guerra contro Veneziani e napoletani, accanto a Francesco Sforza, duca di Milano, e ai Genovesi; Cosimo, quindi, iniziò una serie di interventi edilizi volti a difendere la città: in questo clima, probabilmente, aveva deciso di spostare i frati dal monte e di costruire loro un nuovo grande convento, poiché il territorio dove risedevano non era sicuro. I frati rifiutarono e Cosimo decise di delegare tutto a Castello Quaratesi, che si occupò del finanziamento della ristrutturazione dell’intera fabbrica. La famiglia Quaratesi era una tra le più ricche e potenti di Firenze: abili mercanti originari di Quarrata, si erano trasferiti a Firenze nel popolo di San Niccolò in Oltrarno per entrare in un mercato più ampio e rimunerativo. […] A ciò si aggiunse la commissione della costruzione di una nuova chiesa, probabilmente negli anni sessanta, che diede un nuovo volto, molto più sontuoso, alla fabbrica francescana. I frati si lamentarono dell’eccessiva lontananza del complesso monumentale dalla regola francescana, troppo sfarzoso e distante dai principi dettati da san Francesco. Castello Quaratesi, diventato ormai vecchio e malato, consapevole che non sarebbe riuscito a vedere l’opera completata, espresse vivamente nel testamento, redatto il 25 aprile 1465, l’intenzione che l’arte di Calimala completasse l’opera; all’Arte, quindi, andò in eredità tutto il patrimonio di Castello, con la clausola che la stessa si sarebbe impegnata a portare a termine i lavori della chiesa e del convento. […] Dopo varie vicende, nel 1489 iniziarono definitivamente i lavori che furono portati a termine da Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, che era stato chiamato dai Consoli dell’Arte, intorno ai primi anni del XVI secolo. […] I Consoli dell’arte di Calimala, venuti a conoscenza dell’arrivo della cappa nella chiesa di San Salvatore al Monte, posta sotto il loro patronato, subito si adoperarono per predisporre l’edificio sacro ad accogliere degnamente la sacra reliquia: fu fatto costruire un nuovo altare, luogo destinato a custodire perennemente la cappa, e venne fatta rassettare un’antica cassa bronzea che si trovava all’interno del Battistero di San Giovanni per utilizzarla come reliquiario. […] I frati osservanti rimasero a San Salvatore fino al 20 settembre 1529, anno dell’assedio di Firenze, quando furono costretti a rifugiarsi dai nerli, nel rione di Camaldoli in Oltrarno; successivamente si spostarono nella chiesa di San Paolino nel quartiere di Santa Maria novella. Nel 1531 i frati fecero ritorno a San Salvatore al Monte, luogo che, secondo la tradizione, era stato inglobato tra le fortificazioni messe in opera da Michelangelo per la difesa della città, e furono spesi molti soldi per rimettere in opera il complesso conventuale. […] I frati quindi, a causa dei molti problemi strutturali e dell’inadeguatezza dell’edificio ormai rovinato, si trasferirono in città, nell’attuale chiesa di Ognissanti. […] Quando la comunità francescana lasciò definitivamente il convento, il complesso monumentale visse un periodo di abbandono: nel 1655 crollò la volta del cappellone, e gli ultimi frati portarono via molte suppellettili e arredi sacri. Dopo alcuni interventi di ripristino, all’inizio del XVIII secolo vi fu una ripresa delle attività, tanto che nel 1722 l’arte di Calimala intervenne per consolidare la struttura e restaurare la chiesa. Anche se non si conosce l’origine certa della cassa, grazie al ritrovamento di alcuni documenti d’archivio, è possibile ricavare notizie importanti che riguardano le modifiche che vennero effettuate su di essa nel 1504 su commissione dei Consoli dell’arte di Calimala, non appena stabilirono che dovesse essere utilizzata per custodire la preziosa reliquia proveniente da Montauto. Furono proprio i responsabili dell’Arte che, essendo proprietari della cassa e avendo il patronato sulla chiesa di San Salvatore al Monte, non essendo più utile in Battistero, decisero di destinarla ad una nuova e nobile funzione. Tra le deliberazioni dell’Arte si legge: “1503. 9 febbraio. Cassetta di bronzo lunga un braccio e grossa mezzo, grossa e grave, existente nell’opera di San Giovanni nella quale anticamente vennero delle reliquie existenti nell’altare della chiesa di S. Giovanni, si dà ai frati di S. Salvatore per tenervi dentro la cappa di San Francesco a mettesi nell’altare maggiore”. È alquanto singolare che i consoli abbiano donato la cassa ai frati solo un anno dopo l’arrivo della cappa a Firenze: probabilmente, ricoverato l’abito in un forziere provvisorio, si misero alla ricerca di un reliquiario più adatto e degno di tale reliquia, e, solo successivamente, presero la decisione di utilizzare quella cassa del Battistero, un oggetto importante, poiché aveva contenuto preziose reliquie provenienti dall’Oriente. I consoli, quindi, prima di destinare la cassa al nuovo compito, decisero di effettuare delle modifiche, e di apporre su di essa lo stemma dell’Arte per sottolineare che erano loro a detenere il patronato sul prezioso abito. […] Basandosi sulla delibera dei consoli, il 9 febbraio 1504, 1503 stile fiorentino, la cassa venne consegnata ai frati osservanti per tenervi dentro la cappa di san Francesco e inserirla nell’altare maggiore della chiesa di San Salvatore. […]
Probabilmente, durante i lavori di revisione della cassa da parte di Michelangelo di Guglielmo, accanto allo stemma dell’Arte fu inserito il crocifisso alto 25 cm e largo 15 cm, del quale non si conosce con precisione né l’autore né il periodo di realizzazione; recenti ricerche stanno cercando di schiarire i numerosi dubbi in proposito. Si potrebbe sostenere, escludendo la sua collocazione sulla cassa in un periodo precedente ai lavori di modifica realizzati da Michelangelo, che questo crocifisso si trovava nel Battistero di San Giovanni e che, essendo inutilizzato, i consoli dell’Arte, probabilmente spinti dai frati, avessero deciso di inserire nel reliquiario il segno principale della religione. […]
Concludiamo che il crocifisso, presente sulla cassa bronzea, sia stato realizzato a Firenze a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento e si inserisca appieno all’interno di questa tendenza stilistica di matrice romanica presente in altri crocifissi. È probabile, quindi, che sia stato realizzato appositamente per essere apposto nella cassa bronzea non appena la stessa fosse stata modificata in funzione del suo nuovo utilizzo. […]
Finiti tutti i lavori la cassa fu portata a San Salvatore al Monte e consegnata ai frati Osservanti. […] Secondo quanto riportato, il 17 aprile 1504 fu deliberato dai consoli dell’arte di Calimala che il 21 aprile successivo la chiesa di San Salvatore al Monte e il nuovo altare maggiore dovessero essere consacrati. Fu deciso che la sacra veste non potesse essere prelevata senza il permesso dei responsabili dell’Arte e la presenza di tutti gli altri detentori delle chiavi. Il giorno previsto per la solenne ostensione era il 4 ottobre, festa liturgica di san Francesco, mentre a febbraio era previsto il controllo annuale eseguito dai consoli e dai responsabili dell’Arte. Ogni qualvolta la cappa veniva prelevata, bisognava farlo con profondo rispetto e devozione, doveva essere mostrata ai fedeli all’interno della chiesa e successivamente riposta nuovamente all’interno della cassa e rimessa nell’altare. […] La cassa rimase a San Salvatore per qualche decennio prima di essere trasferita ad Ognissanti, e annualmente si prelevava e si esponeva alla pubblica devozione. Oltre alle ostensioni ufficiali, soprattutto nei primi anni dopo il suo arrivo, la cappa, durante l’anno, era mostrata ad alti esponenti dell’Ordine francescano o autorità civili. La presenza del prezioso abito di San Francesco era motivo di vanto per i francescani Osservanti, tanto che di questa reliquia fecero il perno della devozione francescana in Toscana.
La chiesa di San Salvatore al Monte, nonostante i lavori che ripetutamente venivano eseguiti per riparare i danni provocati dall’instabilità del terreno, non risultò essere una sicura dimora per la comunità degli Osservanti che, dopo diversi anni dalla consacrazione dell’edificio, furono costretti a spostarsi frequentemente a causa dei vari cedimenti strutturali del convento e della chiesa. […] La cronaca di Dionisio Pulinari è molto attenta a questi trasferimenti, avvenuti tra il 1529 e il 1571. Dopo un breve periodo trascorso ai Nerli, la comunità francescana, per volere della signoria di Firenze, fu trasferita nella chiesa di San Paolo, vicino Santa Maria novella, e qui rimase «insino che le porte si aprirono, che fu d’ottobre circa i 18 o 20 giorni dell’anno che seguitò, cioè del 1530»145. La chiesa di San Paolino non fu, però, che una momentanea sistemazione, poiché i frati vennero trasferiti ulteriormente nella chiesa di Ognissanti in cui officiavano i padri umiliati, dove, a detta di Pulinari, pensavano di stabilirsi definitivamente. Ma essendo ancora in vita fra Ilarione Sacchetti, commissario generale della provincia francescana, favorevole al ritorno a San Salvatore al Monte, poiché nelle casse dei frati vi erano ancora 500 scudi, che erano rimasti dal periodo dell’assedio, si decise di spenderli interamente per rimettere in opera l’intera struttura, e così si fece tanto che, alla vigilia della festa dell’Ascensione del 1531, i frati ritornarono in processione nel loro luogo d’origine147. Ma il convento e la chiesa continuavano a minacciare rovina, e inoltre, nel 1536, il duca Alessandro de’ Medici minacciò la distruzione di quel luogo: per questo motivo i frati decisero di sgomberare tutto e di ripararsi altrove. non appena Cosimo ricevette il titolo di duca, decise di trasferire nuovamente i frati ad Ognissanti, luogo ancora abitato dagli umiliati, i quali non avevano intenzione di lasciare il proprio convento. La convivenza non durò molto: una parte della comunità francescana, la più consistente, ritornò a San Salvatore al Monte, la restante, invece, si stabilì a Santa Caterina, dove era stato comprato un piccolo podere da Simone Tornabuoni, che confinava con la chiesetta, per ampliare i locali adibiti ad abitazione dai frati. […] Ma i cambiamenti voluti da Cosimo non si concretizzarono, tanto che i francescani furono costretti a tornarsene a Santa Caterina e alcuni a San Salvatore al Monte: anche se divisi in due luoghi differenti, costituivano una stessa comunità guidata da un unico padre guardiano che risiedeva a San Salvatore, mentre a Santa Caterina vi era un vicario del guardiano. I frati rimasero a Santa Caterina fino al 1561, e già precedentemente a quella data volevano barattare quel luogo con Ognissanti, quando, grazie all’intervento del duca Cosimo, si decise che gli Osservanti dovessero stabilirsi ad Ognissanti; in cambio dovevano cedere agli umiliati il convento di Santa Caterina. Così avvenne e durante la Quaresima del 1561 i francescani entrarono nella nuova chiesa. A capo della provincia francescana della Toscana vi era allora fra Bernardo Dragoncini che, essendo confessore del Duca, diede una grossa mano per ottenere la chiesa di Ognissanti. Finalmente, grazie all’aiuto della massima autorità politica della città, i francescani riuscirono a prendere possesso di una struttura posta all’interno della città, con molto più spazio a disposizione e, soprattutto, molto più stabile e sicura. La chiesa di San Salvatore ad Ognissanti era stata costruita per volontà dei monaci umiliati nel 1251, in seguito al trasferimento degli stessi dal monastero di San Donato in Polverosa, non più adatto alle nuove esigenze della comunità monastica poiché molto distante dal centro cittadino, cuore pulsante degli scambi commerciali urbani e non solo. I lavori di costruzione della nuova chiesa intitolata a Maria Santissima e a tutti i Santi iniziarono già nel 1251 nei luoghi di un antico oratorio preesistente. L’attività dei monaci umiliati favorì la trasformazione di quel territorio dove, in pochi anni, venne costruita una nuova chiesa, il convento e gli edifici necessari per la lavorazione della lana. Grazie alla loro attività Borgo Ognissanti diventò il principale luogo di lavorazione della lana in Firenze: inizialmente la zona ospitava solamente le fabbriche di proprietà dei frati, successivamente iniziarono a svilupparsi diversi laboratori della lana e del cuoio, favoriti anche dalla vicinanza dell’Arno, che garantiva un rifornimento idrico soddisfacente per le varie lavorazioni. La comunità degli umiliati rimase qui per molto tempo, fino a quando, nel 1561, accettarono di trasferirsi in Santa Caterina, lasciando il loro monastero ai frati Osservanti di San Salvatore. […]
All’arrivo della comunità francescana, fu necessario intervenire sulla struttura resa logora dal tempo, e eseguire numerosi lavori di modifica e rifacimento della chiesa e del convento. Tre furono i frati che si adoperarono maggiormente per eseguire i lavori, fra Bernardo Dragoncini, fra Masseo Bardi e Piero Gobbo. […] Inoltre, all’interno della chiesa furono fatti importanti interventi: per esempio vennero staccati gli affreschi di san Girolamo di Domenico Ghirlandaio e di sant’Agostino di Sandro Botticelli, per evitare che si rovinassero, e furono posti tra due cappelle della navata. Le cappelle furono affidate a numerose famiglie fiorentine, che cercarono di abbellirle, per portare lustro e popolarità alla propria casata. Questi interventi garantirono un aspetto più sontuoso dell’edificio sacro e resero molto più piacevole una struttura che, a detta di Pulinari, «era la più brutta chiesa di Firenze». I lavori di ripristino terminarono non appena fra Masseo de Bardi, uno dei frati più influenti per l’ottenimento di Ognissanti e per i lavori di rifacimento di tutto il complesso monumentale, fu nominato vescovo di Chiusi nel 1581. Secondo quanto si può dedurre dalla cronaca di Pulinari e da altri diaristi fiorentini, il sacro abito di san Francesco, durante il peregrinare dei frati da un luogo ad un altro, rimase custodito nella chiesa di San Salvatore al Monte, poiché non si fa mai riferimento al suo spostamento o alla sua presenza nei locali di Santa Caterina, ai Nerli, a San Paolino o a Ognissanti. Non è errato asserire quindi che l’abito con cui san Francesco ricevette le stimmate rimase a San Salvatore al Monte fino a quando, eseguiti la maggior parte dei lavori, si decise di trasferirlo nella nuova sede principale della comunità degli Osservanti, che finalmente si trovava all’interno della città di Firenze. Nel maggio 1571, così come racconta Pulinari, si tenne il capitolo della Provincia francescana della Toscana nella chiesa di San Salvatore al Monte, nel quale fu nominato custode della provincia fra Bernardo Dragoncini. Fu proprio in questo capitolo che si decise, dopo aver ottenuto il consenso da parte dei consoli dell’arte di Calimala e delle autorità granducali, di trasportare la cappa di san Francesco dal monte ad Ognissanti:
“In questo Capitolo, l’abito con il quale ricevette le sacratissime Stimmate, si trasportò da S. Salvatore fuori di Firenze a S. Salvatore in Borgo Ognissanti, con una solenne processione di frati di tutto il Capitolo e di parecchie compagnie d’uomini e di putti, ove il popolo fiorentino dimostrò la sua solita devozione inverso di S. Francesco, e i canonici del duomo lo ricevettero molto solennemente”. Come quando la cappa arrivò da Montauto, così anche il 6 maggio 1571 fu indetta una solenne processione per accompagnare festosamente la sacra reliquia nella sua nuova dimora. Il popolo fiorentino manifestò ancora una volta la sua devozione nei confronti di quella sacra reliquia e, numeroso, accompagnò con grande devozione ed esultanza il corteo che dal monte si mosse verso la città. La processione era composta da tutte le compagnie religiose di Firenze e, come abbiamo appena letto, fece tappa in cattedrale dove fu accolta festosamente dai canonici del duomo e passò nel centro della città per benedire tutta la popolazione. […] L’altare, fatto costruire per accogliere la sacra reliquia, era simile a quello di San Salvatore al Monte, composto da semplice pietra, con un loculo nella parte posteriore destinato a contenere la cassa di bronzo contenente il sacro abito. Qui infatti fu collocata la cappa, inserita all’interno delle due casse utilizzate precedentemente. […] La cappa, quindi, era protetta da tre casse: la prima quella di ebano e cristalli fatta costruire dai Medici, la seconda quella di legno di cipresso con tre serrature, risalente al 1504, e la terza quella di bronzo. Tutte, una dentro l’altra, furono posizionate all’interno della nicchia posta nel lato posteriore dell’altare maggiore: questa nicchia, chiusa da uno sportello di legno con tre serrature, era inizialmente visibile; poi, a causa dei nuovi lavori di rifacimento dell’altare avvenuti nel 1674, eseguiti in occasione del collocamento del nuovo crocifisso di Bartolomeo Cennini, che necessitava di una struttura di sostegno più consistente, venne coperta da questa nuova impalcatura, destinando la nicchia ad essere rinchiusa in una stanza buia sotto l’altare. Questo vano è ancora esistente, e lì si può osservare la nicchia ricavata all’interno dell’altare dove era posta la cassa bronzea. La chiesa di San Salvatore in Ognissanti divenne il fulcro della devozione a san Francesco della provincia francescana della Toscana, poiché vi era custodita una delle reliquie più importanti legate al santo di Assisi: nei due anni successivi all’arrivo della cappa di san Francesco, i capitoli della provincia si svolsero proprio ad Ognissanti. Secondo quando tramandato da padre Antonio Tognocchi da Terrinca, la sacra veste venne esposta varie volte durante il XVII secolo, sia per volontà dei granduchi, sia dei vari responsabili dell’Ordine. Secondo quanto tramandato, ogni anno durante la festa di san Francesco la sacra veste veniva prelevata e offerta alla venerazione dei fedeli: di certo non veniva estratto l’abito, sul quale erano posti i sigilli che potevano essere infranti solo con il permesso del vescovo, ma probabilmente veniva esposto utilizzando la cassa di ebano con cristalli donata dal Granduca, attraverso la quale era possibile vederlo, mentre la cassa con le tre serrature e quella di bronzo restavano nella nicchia dell’altare poiché più pesanti e difficili da estrarre. Nel 1740 si ricorda un evento straordinario legato alla cappa: a Firenze era arrivato da Roma il principe elettore Federico Cristiano di Sassonia, fin dalla nascita costretto su una sedia a rotelle poiché soffriva di paralisi ad un piede: passato anche da Ognissanti si decise di dispiegare l’abito e di posizionarlo sulle gambe del Principe, un evento che dalle cronache viene raccontato come straordinario. Il 24 settembre 1882 fu fatta una ricognizione della reliquia sotto richiesta della curia vescovile. A presiedere l’evento vi erano Bernardino do Portogruaro, Ministro generale dei frati Minori, padre Innocenzo Francesconi, provinciale degli Osservanti toscani, padre Accursio da Monte San Savino, provinciale dei Riformati toscani, padre Pietro da Monsano e il canonico Cesare Giannini, in rappresentanza della curia fiorentina. Poi vi erano altri canonici e frati e pochi devoti, tra cui spiccano Giovanni Battista Ristori, autore del libro sull’abito di san Francesco, e il canonico Donato dei duchi di S. Clemente, discendente della famiglia Barbolani di Montauto. La reliquia, munita dei sigilli di mons. Antonio Martini (Prato, 20 aprile 1720 - Firenze, 31 dicembre 1809), arcivescovo di Firenze dal 1781, venne prelevata e srotolata; durante questa ricognizione la cappa fu misurata e furono prelevate due strisce di stoffa, una destinata ad essere custodita nella casa generalizia di Aracoeli in Roma e l’altra data al canonico Donato per riporla nella cappella di famiglia a Montauto. […] Dopo la ricognizione del 1882, la reliquia fu prelevata nuovamente il 12 agosto 1913 per una nuova ricognizione fatta dal generale dei Minori padre Pacifico Monza da Vicenza e da altre autorità ecclesiastiche; la veste fu prelevata e stesa su un tavolo della sacrestia. Dopo aver effettuato delle fotografie venne arrotolata e posta all’interno della cassa di ebano. Nel 1921 l’abito fu prelevato dall’altare e portato nella basilica di Santa Croce in occasione del centenario del terz’ordine francescano. Ma l’evento che segnò fortemente la storia della cappa avvenne due anni dopo e precisamente il 20 aprile 1923, in seguito ad una decisione presa dai francescani durante il Capitolo svoltosi a San Romano Valdarno nel luglio precedente: fu deciso, infatti, che la sacra veste dovesse essere esposta perennemente al culto e alla devozione dei fedeli. La cappa di san Francesco fu prelevata definitivamente dall’antica urna utilizzata dal 1504 e distesa tra due grosse lastre di vetro serrate tra di loro da una grossa cornice di legno. Da questo momento la storia della cappa si divide fisicamente da quella della cassa di bronzo che, finita la sua funzione, fu portata provvisoriamente dietro l’altare maggiore. Nel 1926 la chiesa di Ognissanti fu meta di numerosi pellegrini che accorsero per venerare la preziosa reliquia in occasione del centenario francescano. L’anno successivo la sacra veste fu portata in giro per l’Italia, in varie località tra cui Roma, Acireale, Palermo, Torino e in vari paesi della Toscana. Durante il secondo conflitto mondiale i frati ottennero il permesso da parte del vescovo di Firenze di rompere i sigilli e togliere l’abito dalla teca per metterlo al riparo da eventuali danni che i bombardamenti potevano provocare. L’abito fu perciò rinchiuso nella cassa di ebano, quella con lo stemma mediceo, e portata al convento di Bosco ai Frati fino alla fine del conflitto. L’abito tornò nella chiesa di San Salvatore ad Ognissanti il 29 settembre 1945. Il 23 ottobre 1982 l’abito fu collocato nella nicchia dell’altare della cappella del Presepe, accanto alla sacrestia, e chiuso all’interno di una teca di plexiglass. Qui, sistemato verticalmente nella nicchia centrale dell’altare, adatta ad accogliere la preziosa reliquia, rimase fino al 2001. Nel 1985 fu eseguito un lavoro di ripulitura dell’abito da parte dei restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure e fu costatato lo stato di conservazione. Fino al 2001 l’OPD ha svolto ripetuti controlli esterni sull’abito e soprattutto sulla teca che lo custodiva, per garantire una corretta conservazione della reliquia. In seguito all’abbandono della chiesa da parte dei frati francescani, nel marzo del 2001, fu deciso che la cappa di san Francesco dovesse essere portata nel santuario della Verna, dove oggi è conservata nella cappella delle Reliquie. La cassa bronzea, non più utilizzata, fu inizialmente lasciata, come detto, dietro l’altare maggiore, in attesa di una migliore sistemazione.”

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Commenti

vorrei mandare un abbraccio ai frati francescani in questo giorno importante!